Ignoranza e apostasia nella chiesa oggi. (Articolo di Leonardo Lugaresi)

Articolo originale di Leonardo Lugaresi dal blog “leonardolugaresi ~ Vanitas ludus omnis


Leggo che il prete di Torino che, alla messa di Natale, si è rifiutato di professare il Credo dichiarando che non ci crede è stato «richiamato» dal suo vescovo. Meglio di niente, anche se c’è da chiedersi se sia un provvedimento adeguato per un comportamento tanto grave.

C’è da chiedersi, soprattutto, quanta consapevolezza vi sia ancora, nella chiesa, della natura di atti come quello compiuto da quel sacerdote, che sono oggettivamente molto più gravi delle incoerenze morali o delle irregolarità disciplinari, di cui pure è giusto preoccuparsi, perché sono atti di apostasia. L’impressione è, invece, che tanto tra i laici quanto nella gerarchia sia diffusa la convinzione che in fondo quando si tratta di dottrina e di liturgia non si debba star tanto a sottilizzare: alla fine sono parole, che sarà mai? Mi colpisce, tanto per fare un esempio, che i commenti che leggo sulla pagina Facebook dell’agenzia da cui ricavo la notizia sopra riportata siano in massima parte di questo tono.

Questo o quel prete celebra la messa a modo suo? Cambia le parole della consacrazione  perché gli sembrano più cristiane quelle che inventa lui? Non recita il Credo secondo la formula di Nicea-Costantinopoli perché “non lo capisce nessuno” e lo sostituisce con una canzoncina o con un ispirato pippone di sua produzione? Sì, vabbé, ma è uno che fa tanto per i poveri, è di frontiera, è aperto ai lontani … L’essenza del cristianesimo non è forse l’amore? E poi, diciamolo, non è forse vero che quella filastrocca (“Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non creato, della stessa sostanza del Padre ecc. ecc.”) non la capisce nessuno e tutti, alla messa della domenica, la recitano a pappagallo, e a gran velocità?

L’ignoranza (colpevole perché voluta) è la forma attuale dell’apostasia nella chiesa. Un tratto distintivo del cristianesimo rispetto a tutte le religioni è sempre stato che la fede in Cristo comporta necessariamente la conoscenza e e l’adesione al messaggio che Cristo é (prima e più ancora che al messaggio che egli porta). Cristo, infatti è il Logos di Dio che si è incarnato. È parola-ragione-discorso-dottrina-giudizio-cultura. La “parola cristiana”, la “ragione cristiana”, il “discorso cristiano”, la “dottrina cristiana”, il “giudizio cristiano”, la “cultura cristiana” non sono conseguenze, ricadute, effetti secondari dell’evento di Cristo. Se vengono intesi così, sono ideologia. Ma un Cristo che non sia logos non è il Cristo della fede cristiana.

Non c’è stato un solo momento nella storia della chiesa in cui l’adesione a Cristo, tramite il battesimo che ci incorpora a Lui, sia stata considerata possibile a prescindere da una conoscenza e un’ubbidienza di fede al suo messaggio. All’annuncio, si è sempre accompagnata una catechesi, per quanto elementare, per quanto espressa in modi semplici e adatti alle possibilità di ciascuno. La gloria della chiesa, lungo tutti i venti secoli dalla sua storia, è di avere sempre fatto il catechismo, a tutti. A tutti, anche quando quasi nessuno sapeva leggere e scrivere. A tutti, anche quando si pensava che gli schiavi o le donne o i bambini o “i selvaggi” non lo meritassero. Così facendo, la chiesa ha professato il più grande rispetto che mai si sia visto nella storia per l’intelligenza degli uomini, di tutti gli uomini. Un grande storico, Paul Veyne, ha detto una volta che “ogni cristiano è un intellettuale”, ed è un’osservazione geniale, se, come credo, si riferisce proprio a questo aspetto del cristianesimo. A tutti, infatti, la chiesa per secoli si è sforzata di spiegare a tutti che Dio è uno e trino, che il Figlio è generato dal Padre ma non creato, che è Dio come lo è il Padre ma non è il Padre, che lo Spirito santo procede dal Padre e dal Figlio … e altre cose come queste, che è necessario sapere per vivere da cristiani.

Probabilmente l’osservazione che tanti oggi recitano il credo senza pensarci, senza sapere bene che cosa dicono, e soprattutto senza rendersi conto dell’immediata ed enorme rilevanza che quelle parole apparentemente astratte hanno sulla propria vita è realistica. Ma questo suona come un terribile atto di accusa verso di noi cristiani, e come la certificazione del disastro catechetico della chiesa contemporanea. La dottrina non è più cultura, si è cristallizzata in formule che non si ha ormai nemmeno più la voglia di trasmettere, perché chi dovrebbe farlo le sente come astratte, opinabili e irrilevanti.

Può anche darsi che un buffetto sulla guancia sia una misura appropriata per un prete che non professa il Credo perché non lo capisce (non conosco la situazione e non mi permetto di giudicare), però l’emergenza catechetica dovrebbe essere messa al primo punto dell’ordine del giorno della chiesa. Partendo magari da questa domanda: che abbiamo fatto del Catechismo della chiesa cattolica e ancor più del suo Compendio, i due doni preziosi che san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ci hanno lasciato?

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Di questo passo e con questa Gerarchia -piscis primum a capite foetet- tra 20 anni i cattolici adoreranno le bestie (O meglio: la “Bestia”)!

Notizie (pessime):

1) Teologo moralista e neo membro ordinario della Pontificia accademia della vita: “Ci sono circostanze, mi riferisco ad Amoris laetitia capitolo VIII, che proprio per responsabilità richiedono la “contraccezione

2)Prete torinese: “Non recitiamo il Credo perché non ci credo

3) Padre James Martin, consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, su Facebook: “Una certa parte dell’umanità è gay. Anche una certa parte dei santi poteva esserlo. Potresti essere sorpreso quando in Paradiso verrai salutato da uomini e donne Lgbt

Ultima notizia, la peggiore: Il Papa dorme
La “coperta della Carità” serve a coprire il “peccato” -e siamo tutti peccatori- non l’eresia!
E quelle sono “eresie” belle e buone, o che sanno di eresia, o prossime all’eresia. L’eresia deve essere combattuta e smascherata, cosi come le tenebre illuminano la luce. A queste persone non si può, nè si deve dare, “tutto il tempo per riprendere la giusta via“, ma si può solo farli “abiurare” immediatamente, oppure buttarli, in malo modo, fuori dalla porta dell’ovile!  Finirà a causa dell’ignoranza dottrinale -volutamente ben alimentata dalla gerarchia -piscis primum a capite foetet- che sembra in lotta contro tutto ciò che ha il sapore di “dottrina”- che tra venti anni adoreremo la “Bestia”  perchè accetteremo tutte le scempiaggini che ci propinano e a cui nessuno fa argine!

 

Professione delle verità immutabili riguardo al matrimonio sacramentale

Dopo la pubblicazione dell’Esortazione Apostolica “Amoris laetitia” (2016) vari vescovi hanno emanato a livello locale, regionale e nazionale norme applicative riguardanti la disciplina sacramentale di quei fedeli, detti “divorziati risposati”, i quali, vivendo ancora il loro coniuge al quale sono uniti con un valido vincolo matrimoniale sacramentale, hanno tuttavia iniziato una stabile convivenza more uxorio con una persona che non è il loro coniuge legittimo.

Le norme menzionate prevedono tra l’altro che in casi individuali le persone, dette “divorziati risposati”, possano ricevere il sacramento della Penitenza e la Santa Comunione, pur continuando a vivere abitualmente e intenzionalmente more uxorio con una persona che non è il loro coniuge legittimo. Tali norme pastorali hanno ricevuto l’approvazione da parte di diverse autorità gerarchiche. Alcune di queste norme hanno ricevuto l’approvazione persino da parte della suprema autorità della Chiesa.

La diffusione di tali norme pastorali, ecclesiasticamente approvate, ha causato una notevole e sempre più crescente confusione tra i fedeli e il clero, una confusione che tocca le centrali manifestazioni della vita della Chiesa, quali sono il matrimonio sacramentale con la famiglia, la chiesa domestica e il sacramento della Santissima Eucaristia.

Secondo la dottrina della Chiesa solamente il vincolo matrimoniale sacramentale costituisce una chiesa domestica (cf. Concilio Vaticano Secondo, “Lumen gentium”, 11). L’ammissione dei fedeli cosiddetti “divorziati risposati” alla Santa Comunione, che è la massima espressione dell’unità di Cristo-Sposo con la Sua Chiesa, significa nella pratica un modo d’approvazione o di legittimazione del divorzio, e in questo senso una specie di introduzione del divorzio nella vita della Chiesa.

Le menzionate norme pastorali si rivelano di fatto e col tempo come un mezzo di diffusione della “piaga del divorzio”, un’espressione usata dal Concilio Vaticano Secondo (cf. “Gaudium et spes”, 47). Si tratta di una diffusione della “piaga del divorzio” persino nella vita della Chiesa, quando la Chiesa, invece, dovrebbe essere, a causa della sua fedeltà incondizionata alla dottrina di Cristo, un baluardo e un inconfondibile segno di contraddizione contro la piaga ogni giorno più dilagante del divorzio nella società civile.

In modo inequivoco e senza ammettere nessuna eccezione Nostro Signore e Redentore Gesù Cristo ha solennemente riconfermato la volontà di Dio riguardo al divieto assoluto del divorzio. Un’approvazione o legittimazione della violazione della sacralità del vincolo matrimoniale, seppure indirettamente tramite la menzionata nuova disciplina sacramentale, contraddice in modo grave l’espressa volontà di Dio e il Suo comandamento. Tale pratica rappresenta perciò un’alterazione sostanziale della bimillenaria disciplina sacramentale della Chiesa. Inoltre, una disciplina sostanzialmente alterata comporterà col tempo anche un’alterazione nella corrispondente dottrina.

Il costante Magistero della Chiesa, cominciando dagli insegnamenti degli Apostoli e di tutti i Sommi Pontefici, ha conservato e fedelmente trasmesso sia nella dottrina (nella teoria) sia nella disciplina sacramentale (nella pratica) in modo inequivoco, senza alcuna ombra di dubbio e sempre nello stesso senso e nello stesso significato (eodem sensu eademque sententia) il cristallino insegnamento di Cristo riguardo all’indissolubilità del matrimonio.

A causa della sua natura Divinamente stabilita, la disciplina dei sacramenti non deve mai contraddire la parola rivelata di Dio e la fede della Chiesa nell’indissolubilità assoluta del matrimonio rato e consumato. “I sacramenti non solo suppongono la fede, ma con le parole e gli elementi rituali la nutrono, la irrobustiscono e la esprimono; perciò vengono chiamati sacramenti della fede” (Concilio Vaticano Secondo, “Sacrosanctum Concilium”, 59). “Neppure l’autorità suprema nella Chiesa può cambiare la liturgia a sua discrezione, ma unicamente nell’obbedienza della fede e nel religioso rispetto del mistero della liturgia” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1125). La fede cattolica per sua natura esclude una formale contraddizione tra la fede professata da un lato e la vita e la pratica dei sacramenti dall’altro. In questo senso si può intendere anche la seguente affermazione del Magistero: “La dissociazione tra la fede che si professa e la vita quotidiana, va annoverata tra i più gravi errori del nostro tempo” (Concilio Vaticano Secondo, “Gaudium et spes”, 43) e “la pedagogia concreta della Chiesa deve sempre essere connessa e non mai separata dalla sua dottrina” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica “Familiaris consortio”, 33).

In vista dell’importanza vitale che costituiscono la dottrina e la disciplina del matrimonio e dell’Eucaristia, la Chiesa è obbligata a parlare con la stessa voce. Le norme pastorali riguardo all’indissolubilità del matrimonio non devono, quindi, contraddirsi tra una diocesi e un’altra, tra un paese e un altro. Dal tempo degli Apostoli la Chiesa ha osservato questo principio come lo attesta Sant’Ireneo di Lione: “La Chiesa, sebbene diffusa in tutto il mondo fino alle estremità della terra, avendo ricevuto dagli Apostoli e dai loro discepoli la fede, conserva questa predicazione e questa fede con cura e, come se abitasse un’unica casa, vi crede in uno stesso identico modo, come se avesse una sola anima ed un cuore solo, e predica le verità della fede, le insegna e le trasmette con voce unanime, come se avesse una sola bocca” (“Adversus haereses“, I, 10, 2). San Tommaso d’Aquino ci trasmette lo stesso perenne principio della vita della Chiesa: “C’è una sola e medesima fede degli antichi e dei moderni, altrimenti non ci sarebbe l’unica medesima Chiesa” (“Questiones Disputatae de Veritate”, q. 14, a. 12c).

Resta attuale e valida la seguente ammonizione di Papa Giovanni Paolo II: “La confusione, creata nella coscienza di numerosi fedeli dalle divergenze di opinioni e di insegnamenti nella teologia, nella predicazione, nella catechesi, nella direzione spirituale, circa questioni gravi e delicate della morale cristiana, finisce per far diminuire, fin quasi a cancellarlo, il vero senso del peccato” (Esortazione Apostolica “Reconciliatio et paenitentia”, 18).

Alla dottrina e disciplina sacramentale riguardanti l’indissolubilità del matrimonio rato e consumato è pienamente applicabile il senso delle seguenti affermazioni del Magistero della Chiesa:

– “La Chiesa di Cristo, fedele custode e garante dei dogmi a lei affidati, non ha mai apportato modifiche ad essi, non vi ha tolto o aggiunto alcunché, ma trattando con ogni cura, in modo accorto e sapiente, le dottrine del passato per scoprire quelle che si sono formate nei primi tempi e che la fede dei Padri ha seminato, si preoccupa di limare e di affinare quegli antichi dogmi della Divina Rivelazione, perché ne ricevano chiarezza, evidenza e precisione, ma conservino la loro pienezza, la loro integrità e la loro specificità e si sviluppino soltanto nella loro propria natura, cioè nell’ambito del dogma, mantenendo inalterati il concetto e il significato” (Pio IX, Bolla dogmatica “Ineffabilis Deus”).

– “Quanto alla sostanza stessa della verità, la Chiesa ha, dinanzi a Dio e agli uomini, il sacro dovere di annunziarla, d’insegnarla senza alcuna attenuazione, come Cristo l’ha rivelata, e non vi è alcuna condizione di tempi che possa far scemare il rigore di quest’obbligo. Esso lega in coscienza ogni sacerdote a cui è affidata la cura di ammaestrare, di ammonire e di guidare i fedeli” (Pio XII, Discorso ai parroci e ai quaresimalisti, 23 marzo 1949).

– “La Chiesa non storicizza, non relativizza alle metamorfosi della cultura profana la natura della Chiesa sempre eguale e fedele a se stessa, quale Cristo la volle e la autentica tradizione la perfezionò” (Paolo VI, Omelia dal 28 ottobre 1965).

– “Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo è eminente forma di carità verso le anime” (Paolo VI, Enciclica “Humanae Vitae”, 29).

– “Le eventuali difficoltà coniugali siano risolte senza mai falsificare e compromettere la verità” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica “Familiaris consortio”, 33).

– “Di tale norma [della legge morale Divina] la Chiesa non è affatto né l’autrice né l’arbitra. In obbedienza alla verità, che è Cristo, la cui immagine si riflette nella natura e nella dignità della persona umana, la Chiesa interpreta la norma morale e la propone a tutti gli uomini di buona volontà, senza nasconderne le esigenze di radicalità e di perfezione” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica “Familiaris consortio”, 33).

– “È il principio della verità e della coerenza, per cui la Chiesa non accetta di chiamare bene il male e male il bene. Basandosi su questi due principi complementari, la Chiesa non può che invitare i suoi figli, i quali si trovano in quelle situazioni dolorose, ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie, non però per quella dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, finché non abbiano raggiunto le richieste disposizioni dell’anima” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica “Reconciliatio et paenitentia”, 34).

– “La fermezza della Chiesa nel difendere le norme morali universali e immutabili, non ha nulla di mortificante. È solo al servizio della vera libertà dell’uomo: dal momento che non c’è libertà al di fuori o contro la verità” (Giovanni Paolo II, Enciclica “Veritatis splendor”, 96).

– “Di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno. Essere il padrone del mondo o l’ultimo «miserabile» sulla faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali” (Giovanni Paolo II, Enciclica “Veritatis splendor”, 96).

– “Il dovere di ribadire questa non possibilità di ammettere all’Eucaristia [i divorziati risposati] è condizione di vera pastoralità, di autentica preoccupazione per il bene di questi fedeli e di tutta la Chiesa, poiché indica le condizioni necessarie per la pienezza di quella conversione, cui tutti sono sempre invitati dal Signore” (Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, Dichiarazione circa l’ammissibilità alla Santa Comunione dei divorziati risposati, dal 24 giugno 2000, n. 5).

Come vescovi cattolici, i quali – secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano Secondo – devono difendere l’unità della fede e la disciplina comune della Chiesa, e procurare che sorga per tutti gli uomini la luce della piena verità (cf. “Lumen gentium”, 23), siamo costretti in coscienza a professare, di fronte all’attuale dilagante confusione, l’immutabile verità e l’altrettanto immutabile disciplina sacramentale riguardo all’indissolubilità del matrimonio secondo l’insegnamento bimillenario ed inalterato del Magistero della Chiesa. In questo spirito reiteriamo:

– I rapporti sessuali tra persone che non sono legate tra loro con il vincolo di un matrimonio valido – ciò che si verifica nel caso dei cosiddetti “divorziati risposati” – sono sempre contrari alla volontà di Dio e costituiscono una grave offesa a Dio.

– Nessuna circostanza o finalità, neanche una possibile imputabilità o colpevolezza diminuita, possono rendere tali relazioni sessuali una realtà morale positiva e gradevole a Dio. Lo stesso vale per gli altri precetti negativi dei Dieci Comandamenti di Dio. Poiché “esistono atti che, per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze, sono sempre gravemente illeciti, in ragione del loro oggetto” (Giovanni Paolo II, Esortazione Apostolica “Reconciliatio et paenitentia”, 17).

– La Chiesa non possiede il carisma infallibile di giudicare lo stato di grazia interiore di un fedele (cf. Concilio di Trento, sess. 24, cap. 1). La non-ammissione alla Santa Comunione dei cosiddetti “divorziati risposati” non significa quindi un giudizio sul loro stato di grazia dinanzi a Dio, ma un giudizio sul carattere visibile, pubblico e oggettivo della loro situazione. A causa della natura visibile dei sacramenti e della stessa Chiesa, la ricezione dei sacramenti dipende necessariamente dalla corrispondente situazione visibile e oggettiva dei fedeli.

– Non è moralmente lecito intrattenere rapporti sessuali con una persona che non è il proprio coniuge legittimo per evitare un altro supposto peccato. Poiché la Parola di Dio ci insegna, che non è lecito “fare il male affinché venga il bene” (Rom. 3, 8).

– L’ammissione di tali persone alla Santa Comunione può essere permessa solamente quando loro, con l’aiuto della grazia di Dio ed un paziente ed individuale accompagnamento pastorale, fanno un sincero proposito di cessare d’ora in poi l’abitudine di tali rapporti sessuali e di evitare lo scandalo. In ciò si è espresso sempre nella Chiesa il vero discernimento e l’autentico accompagnamento pastorale.

– Le persone che hanno abituali rapporti sessuali non coniugali, violano con tale stile di vita il loro indissolubile vincolo nuziale sacramentale nei confronti del loro coniuge legittimo. Per questa ragione essi non sono capaci di partecipare “nello Spirito e nella Verità” (cf. Giov. 4, 23) alla cena nuziale eucaristica di Cristo, tenendo conto anche delle parole del rito della Santa Comunione: “Beati gli invitati alla cena nuziale dell’Agnello!” (Ap. 19, 9).

– L’adempimento della volontà di Dio, rivelata nei Suoi Dieci Comandamenti e nel Suo esplicito e assoluto divieto del divorzio, costituisce il vero bene spirituale delle persone qui in terra e le condurrà alla vera gioia dell’amore nella salvezza della vita eterna.

Essendo i vescovi nel loro ufficio pastorale “cultores catholicae et apostolicae fidei” (cf. “Missale Romanum”, “Canon Romanus”), siamo coscienti di questa grave responsabilità e del nostro dovere dinanzi ai fedeli che aspettano da noi una professione pubblica e inequivocabile della verità e della disciplina immutabile della Chiesa riguardo all’indissolubilità del matrimonio. Per questa ragione non ci è permesso tacere.

Affermiamo perciò nello spirito di San Giovanni Battista, di San Giovanni Fisher, di San Tommaso More, della Beata Laura Vicuña e di numerosi conosciuti e sconosciuti confessori e martiri dell’indissolubilità del matrimonio:

Non è lecito (“non licet”) giustificare, approvare o legittimare né direttamente, né indirettamente il divorzio e una relazione sessuale stabile non coniugale tramite la disciplina sacramentale dell’ammissione dei cosiddetti “divorziati risposati” alla Santa Comunione, trattandosi in questo caso di una disciplina aliena rispetto a tutta la Tradizione della fede cattolica e apostolica.

Facendo questa pubblica professione dinanzi alla nostra coscienza e dinanzi a Dio che ci giudicherà, siamo sinceramente convinti di aver prestato con ciò un servizio di carità nella verità alla Chiesa dei nostri giorni e al Sommo Pontefice, Successore di San Pietro e Vicario di Cristo sulla terra.

31 dicembre 2017, Festa della Sacra Famiglia, nell’anno del centenario delle apparizioni della Madonna a Fatima.

+ Tomash Peta, Arcivescovo Metropolita dell’Arcidiocesi di Maria Santissima in Astana;
+ Jan Pawel Lenga, Arcivescovo-Vescovo emerito di Karaganda;
+ Athanasius Schneider, Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Maria Santissima in Astana.

 

“Citare il Diavolo” è sinonimo di “combattere il Diavolo” ? No, non lo è e non lo sarà mai! (Ovvero come si tenta un “rilancio d’immagine” del papa: perchè per alcuni conta solo “l’immagine” e non la “sostanza”; e come si tenta di accreditare il papa nei confronti degli ambienti più “tradizionali” [N.b. senza “ismi”])

Navigando per i siti d’informazione mi sono imbattuto in questa notizia:
Papa cita Diavolo più dei predecessori in mezzo secolo
Ci sarebbe da sganasciarsi dalle risate, ma l’argomento è serio e non l’ho fatto, anzi … mi raccomando non fatelo nemmeno voi!
Scusate la presunzione, ma a me non la da a bere nessuno!
Innanzi tutto “Citare il Diavolonon è sinonimo di “combattere il Diavolo” ! No, non lo è e non lo sarà mai!
Quindi io reputo la “notizia” come un tentativo di “rilancio dell’immagine” del papa -perchè per alcuni conta solo “l’immagine” e non la “sostanza”- e come un tentativo di accreditare “l’immagine” del papa nei confronti degli ambienti più “tradizionali” (si Noti Bene, ho scritto “tradizionali”, senza “ismi”).
Detto con tutto il dovuto rispetto, ma a me della “immagine” del papa non interessa un bel nulla.
Per me conta la “sostanza”! E quale è la “sostanza”? Mo’ la analizziamo un poco …

  1. nelle “separazioni” e “divorzi” tra coniugi il “Diavolo” c’entra, e tanto …: ma il caro papa si è ben guardato dal predicarlo questo, anzi, ci ha imposto “Amoris Tristitia” …

2. nelle leggi dello Stato che non rispecchiano la “legge naturale” e sono fonte di sfascio e dissacrazione della legge morale del Vangelo e della famiglia, c’è lo zampino del Diavolo!
Ha “predicato” papa Bergoglio contro tutto questo? Ha alzato la voce? No, si è fatto i fatti suoi! Lui “non si intromette in politica“, ovviamente non si intromette solo quando gli conviene, per il resto ci fa la lagna quasi tutti i giorni … DI cosa, di quali leggi approvate parlo? E voi lo sapete bene … A lui gli conviene fare la figura di quello “buono” di quello del “chi sono io per giudicare” …

3. Mi scoccio di andare avanti, mi scoccio di parlare di papa Bergoglio, ormai è come sparare sulla Croce Rossa tante ne dice, tante ne pensa e ne fa una dietro l’altra…
Ho commentato perchè si sappia, come si dice a Napoli che “accà nisciun è fess!!!” ovvero per i non napoletanofoni, non tutti sono beoti che si bevono tutto quello che gli viene propinato. Io guardo la “sostanza“, e scusate la presunzione, non sono un fesso!
Bergoglio il Demonio lo nominerà pure, ma tutta questa “predicazione contro il mondo” -di cui il Demonio è Principe- non la vedo proprio, e tanto mi basta per dire che quelle citazioni solo solo un inutile esercizio di stile!

Solo con il citare batte un inutile record, e solo con il “citare” dalle mie parti non si accrediterà, mai!

P.S. Bergoglio ormai ha una piazza vuota davanti a se quando si affaccia e forse qualcuno pensa di doverne “rilanciare” l’immagine.
Pensi alla “sostanza”, provi il signor papa a “predicare” sul serio, a martellare continuamente, come si predicava una volta, a parlare di castità, di virtù, di combattimento spirituale, a ricordare, come ci insegna la preghiera, che il prossimo va amato per amor di Dio e non per amor di io. Afferri il Diavolo per le corna, e predichi sul serio “contro” il mondo e il Principe di questo mondo, e vedrà come le chiese e le piazze si riempiranno di fedeli. Ci vuole il coraggio però, bisogna farsi tanti nemici, troppi, farsi nemico il mondo, poichè si predica contro di esso; ma almeno avrà Cristo per amico

Fusse che fusse colpa nostra della confusione che regna nella Chiesa? Caro Card. Muller, il problema è certa gerarchia: da azzerare! Il problema è Bergoglio e quelli che lo hanno eletto. E parliamoci chiaro: col papa attuale, Bergoglio, o si va allo sfascio o si va allo Scisma.

Il Card Muller rilascia una intervista e fa lo gnorri dicendo che il problema nella Chiesa sarebbe la «contrapposizione tra un fronte tradizionalista estremista su alcuni siti web, e un fronte progressista ugualmente esagerato, che oggi cerca di accreditarsi come superpapista».

Fusse che fusse colpa nostra della confusione che regna nella Chiesa? Caro Card. Muller, il problema è certa gerarchia: da azzerare!  Il problema è Bergoglio e quelli che lo hanno eletto. E parliamoci chiaro: col papa attuale, Bergoglio, o si va allo sfascio o si va allo Scisma.