La santa che pregando in latino “sgangherato e raffazzonatissimo” otteneva grandi Grazie da Dio. (Ad edificazione di quelli un po’ “sciocchi” nelle cose della Fede).


Chi è la santa di cui si racconta? Mano alle agiografie e, bravo chi indovina!

Una giovane fanciulla, che tanto amava Dio e Gesù, da Egli fu vocata ad entrare in un monastero di clausura per dedicarsi alla contemplazione di Colui che ella amava, ed alla preghiera. La giovane fanciulla era poverissima e ignorante; per la sua povertà, dovette provvedere il vescovo alla dote richiesta per entrare in Monastero. Entrata in monastero, la badessa per saggiarne la sincerità dell’effettiva vocazione e dell’umile semplicità di cui faceva apparenza, la dedico ai lavori più umili e faticosi, riprendendola duramente a volte per errori non commessi, umiliandola sempre con l’intento di saggiarne le effettive virtù (Omne, quod tibi applicitum fuerit, accipe et in dolore sustine et in humilitate tua patientiam habe, quoniam in igne probatur aurum et argentum, homines vero receptibiles in camino humiliationis. [Sir 2, 4-6]). Anche qualche altra novizia e qualche monaca spesso la maltrattavano o la prendevano in giro per la sua semplicità e per la sua ignoranza. La ragazza sopportava con eroica semplicità d’animo, offrendo le sue umiliazioni a Dio, a Gesù, per la edificazione e la salvezza delle anime che sono nel mondo; e per accellerare il transito delle anime che appartengono ancora alla Chiesa Purgante (le anime del Purgatorio) alla Chiesa Trionfante (Santo Paradiso). Passò il tempo dovuto e la ragazza venne finalmente ordinata monaca. Il suo amore per Gesù, e per le anime dei peccatori per le quali incessantemente pregava e si sacrificava era sconfinato e, soprattutto, sincero e puro. La monaca, quest’anima umile e pura, con la sua preghiera incessante e col suo continuo sacrificarsi – a sua insaputaotteneva la conversione di molti peccatori e la continua liberazione delle anime del Purgatorio in numero sì grande!
Il Demonio, invidioso, nemico del genere umano e omicida fin dal principio, era furente, bollente di rabbia contro quest’anima pura che con la sua preghiera, i suoi sacrifici e umiliazioni sopportate con eroico candore ed umiltà, otteneva dal Signore di sottrargli dalle  malvagie grinfie interi stuoli di anime. La monaca inoltre otteneneva beata consolazione dalla sua preghiera.
Fu cosi che l’infame nemico del genere umano ingegnò di tentare e far cadere questa semplice anima la cui somma virtù era l’umile semplicità, con diabolico stratagemma nel vizio opposto: la vanagloriosa presunzione.
E il diabolico nemico delle anime vi riuscì!
Del come e del perchè vi riuscì vi raccontiamo, dovendo però anticiparvi un antefatto fin qui ben taciuto:
la ragazza prima di entrare in monastero, aveva già appreso le preghiere in famiglia e, devotissima, nel frequentar Messa, in Chiesa. Solo che a motivo della umile ignoranza delle cose delle lettere, le aveva apprese in un latino distorto, sgangherato e raffazzonatissimo. E in tale modo aveva sempre provveduto a bisbigliarle. Eppure la preghiera di quest’anima umile e pura, pur fatta in un latino distorto, sgangherato e raffazzonatissimo era graditissima a Dio.
La ragazza mai si era data pena, anche una volta entrata in monastero, di imparare e recitare le orazioni in un latino corretto: presa come era dalla enorme devozione e fervore le recitava nel modo precedentemente imparato,  anche per una sua limitatezza nell’apprendimento. Di ciò era da sempre stata fatta oggetto di scherno dalle novizie e dalle consorelle in monastero, senza però mai badarvi più di tanto, a motivo, come già detto, della sua umile semplicità e del fervore nella cosa già acquisita.

L’astuto tentatore, provvide ad insinuarle questo pensiero, parlando interiormente a lei, come voce di Angelo di Luce:
Dilettissima ******, tu preghi tanto e ti sforzi, ma di cosa dici nelle tue preghiere il Signore non capisce niente, e perciò non le esaudisce (padre della menzogna è il Demonio, il Signore le esaudiva, eccome!); nemmeno una parola corretta del Pater dell’Ave (il nome della Beatissima Vergine Maria è impossibile da pronunciare per il Demonio) e del Gloria  riesci a pronunciare, come vuoi che lui ti ascolti? Impara per bene le preghiere in latino e recitale correttamente: dimostrerai alle tue consorelle che non sei la zotica ignorante qual ti qualificano, e così, il Signore ti ascolterà!“.
Quest’anima ingenua e candida fu ingannata dal maligno nemico, che con la sua astuzia fece leva sul suo fervore la sua pietà e, soprattutto, sui suoi  santi intenti: l’amore del Signore e la salvezza delle anime, per ottener le quali si risolse a fare come l’astuto ingannatore aveva suggerito.
Il di seguente, compiuti i propri doveri, appena ebbe l’occasione di poter parlare con la badessa, la informò del suo fermo proposito di voler imparare compiutamente le orazioni in latino, chiedendo che fosse la badessa stessa ad insegnargliele. La badessa acconsenti volentieri. E fu cosi che la ragazza prendendo lezione dalla badessa, imparo a recitare perfettamente, in latino accademico, tutte le orazioni. Così inizio la disavventura per questa anima candida ingannata -temporaneamente- dal maligno.
La monaca ******* pregava e pregava, con un latino accademico, ma non otteneva alcuna consolazione. Iniziò a raddoppiare le sue preghiere, ma nulla. Allora aggiunse ulteriori sacrifici, digiuni, penitenze e mortificazioni alle sue preghiere, ma nulla, la sua anima non riceveva consolazione. Imperterrita triplicò la sua preghiera e aumentò ancora più sacrifici, digiuni, penitenze e mortificazioni, ma nulla: il silenzio di Dio si faceva ancora più assordante e la mancanza di consolazione continuava.
Passò anni e anni a far ciò!
La badessa la vide sfinita e le chiese: ” ******* cosa posso fare per il fatto che ti vedo sfinita, cosa c’è che non va?“. La monaca approfittò  per chiedere di essere esonerata dalle incombenze dei lavori del convento , pensando di dedicarsi ancor più incessantemente alla preghiera, e ottenne questa concessione dalla badessa.
Si recò nella sua cella, si inginocchiò innanzi al Crocifisso, e inizio a recitare le orazioni stando ancora più attenta alla pronuncia corretta del latino. Le recitava lentamente, a voce alta, in modo perfetto, in un latino degno del migliore accademico. Stette cosi a recitare le orazioni -con pronuncia da maestro d’Accademia– due giorni e due notti di continuo, ma nulla: nessuna consolazione, solo il più profondo, assoluto silenzio di Dio!
Esausta, cadde svenuta! Si riprese dopo tempo e, piangente, si inginocchio di nuovo, guardando fissa verso il Crocifisso, nell’attesa di quella consolazione che da tanto le mancava ed esclamando: Signore perchè mi hai abbandonata? perchè per tutto questo tempo mi stai tacendo? Perchè non provo più consolazione? Non ho recitato in latino perfettissimo le preghiere?.

Al Divin Redentore amante di quell’anima semplice e candida, pia e fervorosissima, piacque por fine alla prova.
E la voce –quella del vero Maestro, vero Pastore delle anime–  parlò interiormente alla monaca:
******** Dilettissima figlia mia, non ti ho mai abbandonato nè mai ti abbandonerò. Ho permesso che fossi messa alla prova e nella prova hai mostrato la tua integrità e il tuo fervore. E’ stato il nemico maligno a suggerirti di imparare compiutamente, in latino accademico le orazioni, tentandoti nell’umiltà. E quando ti sei risoluta a farlo sei caduta, pur nell’ingenuità dettata dall’amore, nella vanagloria, nella presunzione che per essere esauditi bisogna recitare in un latino accademico le preghiere. Certo, pur quello potrebbe contare o conta, ma più di tutto conta la Fede e la purezza, il fervore dell’intenzione, non certo quella della pronuncia, la pronuncia è solo un di più. Quando bisbigliavi umilmente le preghiere in latino sgangherato e raffazzonatissimo mi eri più gradita, poichè era il frutto degno del fervore e della semplice umiltà per cui ti ho maggiormente amata e vocata. Tu sai benissimo, dilettissima figlia mia, che ho pronunciato io “In illo tempore respondens Iesus dixit: “ Confiteor tibi, Pater, Domine caeli et terrae, quia abscondisti haec a sapientibus et prudentibus et revelasti ea parvulis. Ita, Pater, quoniam sic fuit placitum ante te” [Mat. 11, 25-26].
E sai bene anche che “elegit Deus, ut confundat sapientes, et infirma mundi elegit Deus, ut confundat fortia, et ignobilia mundi et contemptibilia elegit Deus, quae non sunt, ut ea, quae sunt, destrueret, ut non glorietur omnis caro in conspectu Dei” [1Cor 1, 26-29] .
Quando bisbigliavi le preghiere in latino sgangherato e raffazzonatissimo, la tua attenzione e il tuo amore era solo su di me, e su quelle anime per le quali pregavi. Con l’inganno del maligno la tua attenzione si è spostata solo sulla pronuncia del latino.
Dilettissima figlia mia prega secondo il tuo cuore e le tue capacità, pregami con e per amore, pregami con fervore, come tu sai, come tu vuoi, come meglio puoi! Cerco anime pie che mi amino e intercedano per i peccatori, non accademici del latino…

La monaca si riebbe dal dolce, mistico rapimento di quella locuzione interiore, felicissima che il Signore l’avesse consolata e sottratta alla prova, rivelandole il demoniaco inganno. Si alzò, prese il catino e si lavò il viso.
Si inginocchiò di nuovo, col volto radiante di gioia, verso il Crocifisso e inizio, stavolta a voce alta, a recitare le orazioni nel latino sgangherato e raffazzonatissimo che aveva usato fin da bambina:
non aveva nemmeno terminato il primo Pater Noster che molte anime furono liberate dal Purgatorio e salirono al Santo Paradiso; e tantissimi peccatori ottennero la conversione…

Grande è la potenza della preghiera fatta con Fede, amore e fervore, pur se la lingua è un latino “sgangherato e raffazzonatissimo”…



Ce ne sta da meditare gente, ce ne sta…

P.S. Se qualcuno si riconoscesse nello “sciocco”, non se la prenda (inutile invece che faccia questo avvertimento ai troppi presuntuosi, mal vi incolga); anzi, lo prenda come un utile avvertimento.
Gli “sciocchi” sono i prediletti, i più ricercati dal Demonio, poichè è solito usarli qual cavalcatura (i presuntuosi invece sono il terreno che calpestano gli sciocchi con in groppa il Demonio, peggio ancora)…

Siate umili, ragionate prima di sparar cazzate (perdonatemi il francesismo…) sul latino, e sul latino raffazzonato o maccheronico o ad capocchiam che dir si voglia con cui pregavano i vecchi, e tra questi tanti santi, conosciuti e non, deridendolo (e quindi deridendoli di riflesso) …
Era gente che pregava con Fede, cari sciocchi nanetti spara-ripeti-cazzate a mitraglia (perdonate l’ulteriore francesismo espresso con la parresia di cui solitamente si fregia questo blog…). E otteneva Grazie da Dio, roba che voi oggi manco chiedete, talmente siete persi nella dimensione esclusivamente orizzontale ed ideologica delle “cose di fede” (in realtà cose di chiesa, che tradotto ancor meglio per voi è: cose di politica ecclesiastica; ulteriore traduzione: cose di politica…)

A Dio si arriva anche con la Ragione (sempre che non sia ottenebrata dall’ideologia, e voi siete purtroppo troppo ottenebrati)…

Benedetto XVI, Papa Emerito, parla e scrive. C’è chi “je rode” che parli e c’è chi gode. Io godo triplo: perchè Benedetto “parla” e perchè a certi “je rode …“. Il terzo motivo di godimento è una notazione tutta francescana sul Papa Emerito.

Il Papa Emerito -questa è l’esatto status di Benedetto XVI! ; se ne facciano una ragione 🙂 – ha scritto (detto), nuovamente, di Liturgia. Ha scritto (che vuol dir “detto”) la prefazione al libro del Cardinale Sarah “La Forza del Silenzio”.

Ecco cosa ha scritto (detto) il Papa Emerito Benedetto XVI:

Anche per la Liturgia, come per l’interpretazione della Sacra Scrittura, è necessaria una competenza specifica. E tuttavia vale anche per la Liturgia che la conoscenza specialistica alla fine può ignorare l’essenziale, se non si fonda sul profondo e interiore essere una cosa sola con la Chiesa orante, che impara sempre di nuovo dal Signore stesso cosa sia il culto. Con il cardinale Sarah, un maestro del silenzio e della preghiera interiore, la Liturgia è in buone mani.

Il “vero maestro ha parlato!

Sul fatto poi che a certi “je rode…” a ‘mbè, sono felice come una pasqua.

Veniamo alla notazione “francescana“.
La frase di Benedetto XVI Papa Emerito: “la conoscenza specialistica alla fine può ignorare l’essenziale, se non si fonda sul profondo e interiore essere una cosa sola con la Chiesa orante, che impara sempre di nuovo dal Signore stesso cosa sia il culto”
agli occhi ed alle orecchie di chi non è a digiuno di “cose francescane” non può che fare immediatamente pensare alle parole del Serafico San Francesco:

veri maestri sono coloro che mostrano la loro condotta al prossimo con le opere buone, con mansuetudine di scienza, perché tanto l’uomo sa quanto opera e tanto è sapiente quanto ama Dio e il prossimo; un religioso poi tanto è buon oratore, quanto lui stesso, fedelmente e umilmente compie le cose buone che intende“.

E ora lasciatemi a godere del “rodimento” altrui …
(Che non è molto francescano, ma da’ grosse, grossissime soddisfazioni… 🙂 🙂 🙂

Benedetto XVI grande maestro di Fede e di Dottrina.

Benedetto XVI grande maestro di Fede e di Dottrina.

L’autore di questo blog si rifà ai suoi insegnamenti, al suo esempio di fede. Non nascondo di sentire la mancanza, addirittura il bisogno, di ascoltare una sua Omelia, un suo discorso; del vederlo inginocchiato in Adorazione innanzi al Santissimo Sacramento, della sua perizia nella Liturgia, delle sue perfette “diagnosi” dei mali della Chiesa e delle sue azzeccatissime “prognosi“. Dei discorsi a braccio brillanti e coerenti. Della sua prudenza nell’esprimersi, della minuziosa citazione delle fonti, dei documenti dottrinali vincolanti.
Soprattutto mi manca il suo “coraggio” della “Verità“.

In una Chiesa oggi affetta da nanismo teologico, dottrinale e intellettuale nazional-popolare dal sapore populistico -per non parlar dei don Abbondio quanto a coraggio!- è di gente come lui che abbiamo bisogno.

Mi consola il fatto che i “demolitori” non potranno assolutamente spostare la “pietra di fondazione“, e che saranno loro stesso “demoliti” e la “Chiesa” verrà ricostruita magnifica più di prima; il suo volto coperto di polvere sarà lavato, il suo vestito strappato ricucito, il suo mantello ritroverà la sua bellezza singolare e le sue scarpe infangate saranno ripulite e si mostreranno onice brillante qual sono!

 

13 Maggio 2017 – Centenario delle Apparizioni di Fatima


Si illuderebbe chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa.
(Papa Benedetto XVI – Viaggio Apostolico in Portogallo- Omelia 13 Maggio 2010 )

Altri articoli utili:

13 Maggio – Beata Vergine Maria di Fatima

13 Maggio 1917 : Prima apparizione di Nostra Signora di Fatima

Fatima e il Terzo Segreto

13 Ottobre 1917: Ultima apparizione di Nostra Signora di Fatima -Miracolo del sole-

Maggio Mese mariano – Il mese di Maria con la recita del Santo Rosario – Il mese di maggio dedicato a Maria

Si avvicina il mese di maggio, mese tradizionalmente  dedicato a Maria.
La venerazione a Maria porta sempre frutti di abbondanti grazie spirituali. Celebrare il mese di maggio pregando Maria, particolarmente attraverso la recita del Santo Rosario, significa rivolgersi a colei che più da vicino vive con il Signore e mentre a noi parla di Lui, a Lui parla di noi. La pia pratica della preghiera del Rosario è stata sempre amata dai santi e dai pontefici.

S. Alfonso Maria de’ Liguori faceva dipendere la salvezza della sua anima da questa pratica.
S. Pio da Pietrelcina recitava incessantemente il rosario. Si trattava di un rosario vivente e continuato.
Cosi anche Papa Giovanni Paolo II, il cui motto “Totus tuus” venne estrapolato dal Pontefice dal “Trattato della vera devozione alla Santa Vergine” di San Luigi Maria Grignion: «Tuus totus ego sum, et omnia mea tua sunt» («Sono tutto tuo, e tutto ciò che possiedo appartiene a te»).

Alla recita di questa preghiera sono legate 15 Promesse Solenni, Indulgenze benedizioni e benefici.

Altri articoli utili:

Come si recita il Santo Rosario

Meditazioni per il mese di maggio

Supplica alla Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei

13 Maggio 1917 : Prima apparizione di Nostra Signora di Fatima

Non c’è un americano buono in nessuna parte del mondo.

Saverio Sai che anno è ? 1492 !
Mario Quasi millecinque…
Saverio 1492 ! Con la scoperta dell’America, Cristoforo Colombo che parte dalla Spagna e scopre l’America ! Hai capito che è ?
Mario Che vuo’ fa ? Vuo scrivere pure a Cristoforo Colombo ? Un’ata lettera, mo’ vuoi scrivere a tutti quanti ?!
Saverio Ma che lettera ! Qui bisogna proprio fermarlo di persona, andare in Spagna, bloccarlo, se no succede una tragedia, questo scopre l’America !
Mario Che t’hanno fatto mo’ gli americani ?
Saverio Ma come cosa t’hanno fatto gli americani ?! Gli indiani ! che non si vede più un indiano a pagarlo oro da nessuna parte del mondo. Io ho girato, non c’è indiani da nessuna parte. L’hanno… l’hanno ammazzati tutti. Hanno fatto finta d’essere arrivati prima gli americani. Hanno detto agli indiani “Voi che ci fate qui” “Noi ci siamo sempre stati.” “Sempre stati ?! ah ah ah !” traack ! Secchi tutti ! Gli indiani che avevano scoperto l’America, altro che Colombo. Gli indiani stavan già lì, se non ci trovava nessuno allora l’aveva scoperta lui, ma c’eran già gli indiani, no Mario ? Come se io ora vado in Puglia e dico “Eeeeh che é ! la Puglia !!” i pugliesi son dumila anni che stanno lì lo sapranno che c’è la Puglia. L’indiano è stato sterminato ! Non c’è un americano buono in nessuna parte del mondo. Non c’è un americano nè nella cultura nè nello spettacolo, nello sport… ne… nel…
Mario  O’ sport so’ forti, lascia stare: Cassius Clay.
Saverio Ma sei daltonico ?! Cassius Clay è nero. Che nasce i neri in America ?! Quello è africano, è stato esportato in america… SCHIAVI ! Mario ! Bisogna fermar Colombo

Fogna del comportamento.

Fogna del comportamento

La fogna del comportamento è un’espressione coniata dall’etologo statunitense John Calhoun, usata per denotare il collasso di una società a causa di anomalie comportamentali provocate dalla sovrappopolazione. Per arrivare a questa osservazione, l’etologo condusse alcuni esperimenti di sovrappopolazione nel corso degli anni, usando alcune colonie di ratti grigi (dal 1958 al 1962) e topi (dal 1968 al 1972).[1] Calhoun coniò il termine “fogna del comportamento” il 1 febbraio 1962, in un articolo dal titolo Densità di popolazione e patologia sociale scritto per illustrare i risultati dell’esperimento ed uscito sul settimanale scientifico Scientific American.[2] I risultati di Calhoun vennero usati successivamente come modello animale di collasso sociale, ed i suoi studi divennero un punto di riferimento per la sociologia urbana e la psicologia.[3]

Nel 1962, Calhoun descrisse in questa maniera il comportamento riscontrato negli esperimenti:

« Molti (esemplari femmine) non erano in grado di portare avanti una gravidanza sino al termine, o di sopravvivere al parto se fossero giunte alla fine. Un numero anche maggiore, dopo essere riuscite a partorire, vennero meno alle proprie funzioni materne. Tra i soggetti maschi, le distorsioni comportamentali variarono dal cannibalismo all’iperattività frenetica all’emergere di un isolamento patologico, a causa del quale gli individui isolati uscivano per mangiare, dormire e muoversi solo quando tutti gli altri membri della comunità stavano dormendo. Anche l’organizzazione sociale degli animali ha mostrato uguale disgregazione. […]L’origine comune di questi disturbi divenne notevolmente manifesta evidente nelle popolazioni della nostra prima serie di tre esperimenti, nei quali abbiamo osservato lo sviluppo di quello che abbiamo chiamato fogna del comportamento. Gli animali si affollavano insieme in grande numero in uno dei quattro nidi di interconnessione sui quali era mantenuta la colonia. Dai 60 gli 80 ratti si assemblavano in un solo nido durante il periodo di alimentazione. I ratti singoli raramente avrebbero mangiato se non in compagnia di altri ratti. Come risultato, il nido scelto per mangiare aveva una densità di popolazione estrema, lasciando gli altri tre quasi vuoti. […] Negli esperimenti in cui si era sviluppata una fogna del comportamento, la mortalità infantile raggiunge quote del 96% tra i gruppi più disturbati della popolazione »

Calhoun avrebbe continuato gli esperimenti per molti anni, ma la pubblicazione dell’articolo nel 1962 portò alla luce del grande pubblico il concetto, facendo sì che prendesse una piega diversa dall’originale, in un’analogia con il comportamento umano.

Calhoun si ritirò dal NIMH nel 1984, ma continuo le sue ricerche fino alla sua morte, il 7 settembre 1995.[4]

L’esperimento

I primi esperimenti di Calhoun vennero condotti in una fattoria presso Rockville, in Maryland, nel 1947.

Calhoun partiva dall’assunto ipotizzato da Thomas Malthus, noto teorico delle conseguenze della sovrappopolazione, il quale affermava che i limiti assoluti alla crescita della popolazione fossero la miseria e il vizio. La ricerca scientifica si era focalizzata sino a quel momento sull’analisi del primo fattore restrittivo, la miseria, che nel campo pratico si basa sulla predazione, sulle malattie ad sulla quantità di cibo disponibile come fattori per contenere la popolazione. Calhoun quindi si chiese quali fossero invece gli effetti del comportamento sociale sulla crescita della popolazione, e viceversa gli effetti della densità di popolazione sul comportamento.

Durante i primi test quindi, posizionò fra i 32 ed i 56 roditori in scatole di 3 x 4 metri in un granaio nella contea di Montgomery. Separò l’habitat in quattro stanze distinte. Ogni stanza era stata specificatamente creata per supportare una dozzina di ratti grigi maturi. I ratti potevano spostarsi fra le stanze usando delle rampe. Calhoun provvide la colonia di risorse illimitate, come acqua, cibo, e fornendo protezione dai predatori, così come dalle malattie e dalle condizioni meteorologiche avverse. Creò ciò che un altro psicologo descrisse come un “paradiso per ratti” o un'”utopia per ratti”.[5] In questo modo, eliminati tutti i limiti fisici, solo il comportamento degli individui avrebbe influenzato la crescita della popolazione.[2]

Dopo i primi esperimenti,Calhoun creò un “Ambiente Inibitore di Morte per Topi”: una gabbia di 2,7 metri con cibo ed acqua illimitati, per supportare ogni incremento massimo di popolazione. Il suo più famoso esperimento, l'”Universo 25″, raggiunse il massimo di 2.200 unità di popolazione, e subito dopo iniziò ad esibire anomalie comportamentali talmente gravi da risultare nella totale distruzione dell’habitat e della popolazione. Dal 600° giorno in poi la sua popolazione era in via d’estinzione.

L’esperimento del 1962

Calhoun basò la sua teoria sulla base dei risultati di sei diverse generazioni. Dopo aver posizionato i roditori, attese che la popolazione aumentasse. Dopo 27 mesi, la popolazione si era attestata sui 150 esemplari adulti. In realtà la mortalità era così bassa che secondo le stime fatte sul rateo di riproduzione in tale ambiente, la popolazione avrebbe dovuto raggiungere le 5.000 unità. Tuttavia ciò non avvenne poiché al contrario, la mortalità infantile era altissima.[2] Anche solo con 150 adulti, lo stresso sociale provocato dallo spazio ristretto aveva distrutto ogni vincolo sociale, facendo sì che le femmine abbandonassero i loro istinti materni nei confronti dei piccoli.[2] I comportamenti anomali aumentarono, specialmente nelle femmine, al punto che ogni colonia si divise in diversi gruppi, all’interno dei quali non era rispettata alcuna razionalità nella distribuzione dei due sessi (ad esempio un gruppo poteva essere composto da sei, sette femmine ed un solo maschio, ed un altro da 20 maschi e 10 femmine).[2] Il mangiare, il bere e tutte le altre attività biologiche divennero attività sociali, nelle quali la soddisfazione principale derivava dall’interazione con gli altri ratti. Nel caso dell’alimentazione, questa frenesia nell’interazione portava i ratti a non alimentarsi adeguatamente.[2] Questa “intimità” tuttavia arrivò anche a distruggere tutti i rapporti sociali vitali per la sopravvivenza della colonia, come i riti di accoppiamento, la costruzione di nidi e nell’allevamento e nella cura dei giovani.[2]

L’Universo 25

Calhoun all’interno dell’Universo 25 il 10 febbraio 1970, 651 giorni dall’inizio dell’esperimento. L’aggregazione dei topi in una sola rastrelliera del cibo nonostante la presenza di altre è un indicatore della “fogna del comportamento” già in atto.

L’esperimento che diede risalto internazionale alla fogna del comportamento fu il cosiddetto “Universo 25”. Anche in questo caso l’habitat fu progettato per eliminare qualsiasi fattore fisico che avrebbe potuto limitare la crescita della popolazione o incidere negativamente sul benessere e l’aspettativa di vita dei roditori.

L’universo aveva la forma di un serbatoio di 2,7 metri quadrati, con mura alte un metro e mezzo circa. Il primo metro era strutturato in modo che i topi potessero arrampicarsi liberamente sulle pareti, senza tuttavia poter scappare; su ogni muro erano saldati 16 tunnel in maglia di ferro, con 4 corridoi orizzontali che li attraversavano da parte a parte, fornendo così 256 ripari in cui costruire altrettanti nidi. Ogni nido era abbastanza grande da ospitare 15 topi.[6] L’habitat avrebbe permesso la sopravvivenza di 3.800 esemplari.

L’habitat veniva pulito ogni 4 settimane, la temperatura era tenuta costantemente intorno ai 20° e persino il rischio di malattie genetiche era stato drasticamente ridotto, selezionando i migliori esemplari dalle colonie del National Institute of Health.

Quattro coppie di topi furono introdotte nell’habitat, e dopo 104 giorni di adattamento, i topi iniziarono a riprodursi, arrivando a raddoppiare la propria popolazione ogni 55 giorni. Tuttavia, trascorsi 315 giorni, il tasso di crescita della popolazione rallentò sensibilmente. La popolazione era arrivata a 600 esemplari.[7] Nonostante cibo ed acqua fossero garantiti in abbondanza, lo spazio iniziò a scarseggiare, e l’habitat si sovrappopolò, facendo sorgere alcune anomalie comportamentali nei topi

I nuovi nati si ritrovavano in un mondo ogni giorno sempre più affollato, in cui vi erano più topi che ruoli sociali. Le posizioni sociali, in seno alla gerarchia dei topi, erano costantemente minacciate. Lo stress di dover difendere il proprio territorio e le proprie femmine da innumerevoli contendenti, portò i maschi alfa ad abbandonare il proprio compito, diventato troppo oneroso.[7] L’assenza di questi ruoli sociali fece emergere comportamenti distruttivi ed antisociali in tutta la colonia, dato che i normali rapporti sociali erano crollati, e con essi l’abilità dei topi di formare legame sociale.

I maschi divennero estremamente aggressivi, arrivando a formare gruppi che attaccavano femmine e piccoli. Altri divennero pansessuali, cercando di avere un rapporto sessuale con qualsiasi topo a disposizione, che fosse stato maschio, femmina, giovane o vecchio.[7] Le femmine, ormai senza più alcuna protezione, si rifugiarono presso i nidi più alti della colonia, a volte radunandosi in alcuni gruppi composti solamente da femmine, ma dovendo sprecare energie per difendere i propri nidi e se stesse, trascurarono i propri ruoli materni, abbandonando la prole a se stessa, o arrivando ad attaccarla.[7] In alcune aree dell’habitat, la mortalità infantile raggiunge il 96%, e vi furono casi di cannibalismo, nonostante non vi fosse alcun bisogno di esso dato che il cibo era ancora ampiamente disponibile per tutti gli esemplari.

A questo punto nell’habitat si formano tre gruppi di topi. I topi più deboli e quelli rifiutati, resistendo fisicamente, ma devastati psicologicamente, cercarono di sopravvivere radunandosi al centro dell’habitat, dove la loro vita scorreva inerme se non con qualche insensato e occasionale atto di violenza contro sè stessi.[6][7] Le femmine rimaste sole cominciarono sempre più migrare nei nidi più elevati, radunandosi in gruppi.[7] Oltre a questi due, emerse anche un terzo gruppo, che Calhoun chiamò “i belli”. Questi topi, mai lasciatisi coinvolgere nelle lotte e mai mostratisi interessati alla riproduzione, erano interessati solo a loro stessi, e lo loro uniche attività erano mangiare, dormire e lisciarsi il pelo. Si distinguevano infatti dagli altri per l’assenza di ferite e per il pelo bianco e lucido.[6] Altrove, nei gruppi maggiori il cannibalismo (pur in presenza di cibo abbondante), il pansessualismo e le esplosioni di violenza continuavano senza sosta. La società dei topi collassò.

Il grafico mostra l’andamento demografico della popolazione di topi nell’esperimento. Le linee tratteggiate indicano le stime fatte dopo il 700° giorno dell’esperimento.

Giunti al giorno 560, la popolazione raggiunse i 2200 individui (contro gli oltre 3500 che Universe 25 poteva ospitare), e al 600° giorno la sua crescita si ferma del tutto. Pochi topi riescono a superare lo svezzamento, ma quel giorno ci furono pochissime gravidanze ma nessun cucciolo sopravvisse.[7]

Anche quando la popolazione ritornò ai livelli iniziali dell’esperimento, non si registrarono nuove nascite. I topi ancora in grado di riprodursi, come “i belli” ed alcune femmine rintanatesi ai livelli più alti della gabbia, avevano perso la capacità sociale di farlo.[7] La colonia quindi si avviò verso l’estinzione. In qualche modo, le cavie avevano smesso di essere topi, incapaci di avere relazioni sociali. Una sorta di prima morte, come fu definita da Calhoun stesso. Una morte sociale che precedette la morte fisica.[7]

Le conclusioni tratte

Quando finì di raccogliere i risultati dell’Universo 25, Calhoun riscontrò che i risultati si sarebbero ottenuti eliminando le cause di morte esogene da qualsiasi gruppo di mammiferi. La riduzione della mortalità per cause naturali culminava nella sopravvivenza di un numero eccessivo di individui perfettamente in grado di ricoprire i ruoli sociali caratteristici della propria specie. Nel giro di poche generazioni tutti gli spazi e i ruoli sono occupati, ma vi sono ancora innumerevoli individui capaci di ricoprire i ruoli sociali già occupati. Questi esemplari giovani quindi lottano contro gli esemplari adulti per prenderne il posto, ma la lotta che ne scaturisce è così violenta da risultare nel totale esaurimento sia dei contendenti che degli adulti. A ciò segue la dissoluzione della normale organizzazione sociale (cioè, le istituzioni).

I giovani nati in queste condizioni vengono rifiutati dalle proprie madri e dagli altri associati adulti. Questo fallimento precoce nel formare legami sociali viene aggravata dall’interruzione dei cicli di azioni a causa delle interferenze meccaniche risultante dall’alto tasso di contatto tra individui viventi in una popolazione ad alta densità. L’elevato contatto frammenta ulteriormente il comportamento a causa della stocastica delle interazioni sociali, che esigono che per massimizzare la gratificazione derivata dalle interazioni sociali, l’intensità e la durata delle interazioni deve essere ridotta in proporzione alla dimensione del gruppo. Esemplari capaci solo dei più semplici comportamenti compatibili con la sopravvivenza fisica emergono in questo processo (la prima morte). La specie dunque si estingue.

Calhoun tentò di spiegare questo declino sotto forma di equazione:[8]

« Mortalità, morte del corpo = seconda morte Drastica riduzione della mortalità = morte della seconda morte = morte al quadrato = (morte)2 (Morte)2 porta al disfacimento dell’organizzazione sociale = morte delle classi dominanti Morte delle classi dominanti porta alla morte spirituale = perdita della capacità di impegnarsi in comportamenti essenziali per la sopravvivenza della specie = la prima morte quindi: (Morte)^2 = la prima morte »

Per Calhoun non c’erano dubbi: non importa quanto sofisticato l’uomo crede di essere, una volta che il numero di individui in grado di ricoprire un ruolo supera largamente il numero di ruoli disponibili,

« L’inevitabile conseguenza è la distruzione dell’organizzazione sociale. Individui nati in queste circostanze sarebbero così distaccati dalla realtà da essere incapaci persino di alienarsi. I loro comportamenti più complessi diventerebbero frammentati.L’acquisizione, la creazione e l’utilizzo di idee appropriate per il sostentamento della vita in una società post-industriale sarebbe impossibile. »

L’influenza culturale

Il periodo in cui Calhoun condusse i suoi esperimenti era segnato da una concreta paura per il sovrappopolamento. La società, già profondamente segnata dalla più sanguinosa guerra dell’epoca moderna, era seriamente preoccupata delle ripercussioni che l’incremento senza sosta della popolazione umana potrebbe avere sulle risorse naturali, ed ecologisti come William Vogt e Fairfield Osborn avevano lanciato i primi allarmi sulla pressione che l’espansione demografica stava avendo sulle risorse di cibo già dal 1948.[6] Inoltre, in quegli anni, iniziò ad emergere la paura della “folla”, dello sviluppo e della crescita incontrollata di esseri umani, anche a seguito di alcuni episodi ben noti all’opinione pubblica, come le rivolte nelle città americane avvenute fra il 1965 ed il 1968, le dimostrazioni nelle università, l’ascesa della cultura della droga, e la risposta apatica dei testimoni dell’omicidio di Kitty Genovese.[9]

Nel gennaio 1960, addirittura il Time dedicò una copertina all’argomento, e nel 1968, Paul Ehrlich pubblicò “The Population Bomb”, altro saggio che suggeriva l’imminente catastrofe mondiale, a causa di guerre provocate dalla limitatezza delle risorse. Il tema raggiunse la massima importanza quando nel 1972 fu pubblicato un rapporto della Rockfeller Commission sulla popolazione degli Stati Uniti, in cui si suggeriva che la crescita senza freno della popolazione dovesse essere rallentata o addirittura invertita.

Tuttavia, il lavoro di Calhoun era differente, perché contrariamente agli ecologisti citati, egli dimostrò, attraverso i suoi esperimenti, che la catastrofe legata al sovrappopolamento non era conseguenza di effettiva scarsità di risorse, ma di mancanza di spazio e di troppe interazioni sociali. Nel fare ciò, Calhoun attrasse gli interessi di antropologi, sociologi e psicologi sociali, interessati ai risultati sulle interazioni sociali. Con la sempre maggiore influenza dei sistemi informatici, la teoria dei sistemi e l’approccio olistico nelle scienze biomediche nell’ambito scientifico generale, i risultati di Calhoun portarono anche ad un nuovo modo di pensare nei progettisti urbani e negli architetti, che cominciarono a progettare soluzioni abitative che coesistessero con le leggi naturali, anziché andare loro contro.[10]

Anche in etologia ed in altre branche dello studio dei comportamenti animali lo studio ed i risultati ottenuti fornirono nuovi strumenti di analisi dei risultati, e stimolò altri ricercatori a compiere ricerche nella direzione dei risultati di Calhoun.[9]

Nella cultura popolare invece, la formula della “morte al quadrato” di Calhoun fu interpretata come estremamente pessimista, al pari delle leggi di termodinamica per un fisico, ed ebbero un profondo impatto sull’opinione pubblica. Lo stesso Calhoun aveva scritto i suoi risultati in una prosa atta a suscitare un’analogia fra i topi e gli esseri umani nel lettore.[7] La descrizione dell’habitat ricordava le idee moderniste ed utopistiche dell’urbanista Ludwig Hilberseimer. Calhoun si riferiva alle dimore dei topi come “blocchi di appartamenti”, o ai topi “belli” come “giovani delinquenti”. Quest’uso dell’antropomorfismo era inusuale per uno scienziato, ma il suo scopo era proprio quello di calare il lettore nell’esperimento. Lo stesso termine “fogna del comportamento” fu usata per evocare uno stato parapatologico della società, una disperazione condivisa, richiamata nel comportamento patologico ed esacerbato dai suoi effetti.

Il termine ebbe così successo da essere poi ripreso dallo scrittore Tom Wolfe in una lamentazione sulla decadenza della città di New York, chiamata “O Rotten Gotham! Sliding Down into the Behavioral Sink”

L’idea influenzò anche la stesura del romanzo Largo! Largo! di Harry Harrison, che successivamente fu trasposto nel film 2022: i sopravvissuti, dove un mondo sovrappopolato e sull’orlo del collasso dove le persone vengono trasformate in cibo. Anche il romanzo di John Brunner, Tutti a Zanzibar! ipotizzò un mondo iperattivo e sovrappopolato. L’esperimento influenzò anche la stesura di Mrs. Frisby and the Rats of NIMH, di Robert C. O’Brien, che fu poi trasposto nel film d’animazione Brisby e il segreto di NIMH.

Tuttavia, nonostante il generale pessimismo legato ai lavori di Calhoun, i risultati volevano anche evidenziare un aspetto positivo.

Fonte: Wikipedia


Postilla mia: non è che siamo troppi, siamo solo troppo accalcati nelle città. Dovremmo deurbanizzare e ripopolare i piccoli paesini praticando agricoltura ed artigianato. Insomma, come nell’alto medioevo.

Non siamo troppi, abbiamo troppa roba inutile, consumistica, al seguito!
Babilonia cadrà prima o poi …