Joseph Ratzinger: “”Noi abbiamo perduto il senso che i cristiani non possono vivere come vive chiunque. L’opinione stolta secondo cui non esisterebbe una specifica morale cristiana è solo una espressione particolarmente spinta della perdita di un concetto base: la ” differenza del cristiano “rispetto ai modelli del mondo.”

Il Santo Padre Benedetto XVI

“Noi abbiamo perduto il senso che i cristiani non possono vivere come vive chiunque. L’opinione stolta secondo cui non esisterebbe una specifica morale cristiana è solo una espressione particolarmente spinta della perdita di un concetto base: la ” differenza del cristiano “rispetto ai modelli del mondo.

Anche in alcuni ordini e congregazioni religiose si è scambiata la vera riforma con il rilassamento della austerità tradizionale. S’è scambiato il rinnovamento con l’accomodamento.

Per fare un piccolo esempio preciso: un religioso mi ha riferito che la dissoluzione del suo convento era cominciata – molto concretamente – quando si era dichiarata “non più praticabile” la levata dei frati per la recita dell’ufficio notturno previsto dalla liturgia. Ebbene, questo indubbio ma significativo “sacrificio” era stato sostituito con uno stare a guardare la televisione sino a notte avanzata. Un piccolo caso, in apparenza: ma è anche di questi “piccoli casi” che è fatto il declino attuale della indispensabile austerità della vita cristiana. A cominciare da quella dei religiosi“.

Oggi più che mai il cristiano deve essere conscio di appartenere a una minoranza e di essere in contrasto con ciò che appare buono, ovvio, logico per lo “spirito del mondo”, come lo chiama il Nuovo Testamento. Tra i compiti più urgenti per il cristiano, c’è il recupero della capacità di opporsi a molte tendenze della cultura circostante, rinunziando a certa solidarietà troppo euforica post-conciliare.

Dunque, accanto alla Gaudium et spes (il testo del Concilio sui rapporti tra Chiesa e mondo) possiamo ancora tenere l’Imitazione di Cristo.

Si tratta, ovviamente, di due spiritualità molto diverse. L’Imitazione è un testo che rispecchia la grande tradizione monastica medievale. Ma il Vaticano II non voleva affatto togliere le cose buone ai buoni. (…) occorre una nuova evidenza, una nuova gioia, se posso dire una nuova “fierezza” (che non contrasta con l’umiltà indispensabile) di essere cattolici.”

(Rapporto sulla Fede cap. ottavo)

Trapanarella – 1957 – (Canto ormai popolare di denuncia dei guasti della società e dell’ipocrisia)

Trapanarella cu ‘o trapanaturo
e tràpana ‘a mamma e ‘a figlia pure.
E trapanianno, ‘mmiez’a sti guaje,
canto ‘a canzona d’ ‘a cuccuvaja.
Trapanarella con l’aspo
e trapana la mamma e anche la figlia.
E trapanando, in mezzo a questi guai,
canto la canzone della civetta.
Na signurina cammina p’ ‘a strata,
nu giuvinotto lle fa na guardata
e chella, che sùbbeto è femmena onesta,
aret’ ‘o purtone, s’aìza ‘a vesta.
San Gennà’, pènzace tu,
ca tanto d’ ‘e ccorne ‘un se campa cchiù.
Una signorina cammina per strada,
un giovanotto le lancia uno sguardo
e quella, che subito è donna onesta,
dietro al portone, si alza la veste.
San Gennaro, pensaci tu,
perchè grazie alle corna non si vive più.
Nu prèvete, ‘ncopp’a ll’altare maggiore,
mme pare nu santo prerecatore,
ma quanno va dint’ ‘a sacrestìa,
vò’ mille lire p’ ‘Avemmaria.
San Gennà’, tu vide a chiste?
‘Mbrogliano pure a Giesù Cristo.
Un prete, sull’altare maggiore,
mi sembra un santo predicatore,
ma quando va in sacrestia,
vuole mille lire per Ave Maria.
San Gennaro, li vedi questi?
Ingannano anche Gesù Cristo.
E nuce, nucelle e castagne ‘nfurnate,
quanta paìse aggiu curriate,
‘a Torre d’ ‘o Grieco e ‘Annunziata,
e quanta guaje ch’aggio truvato,
e quanta defiette ch’aggiu ‘ncantate.
E noci, nocciole e castagne al forno,
quanti paesi ho frustato,
da Torre del Greco ad Annunziata,
e quanti guai che ho trovato,
e quanti difetti che ho cantato.
‘E culamappate só ‘e Veneziane,
‘e magnapulenta sóngo ‘e Milano,
‘e meglie cantante stanno a Giugliano,
e ‘e tirapistole stanno a Casale.
Gli infagottati nei pantaloni sono i veneziani,
i mangia polenta sono di Milano,
i migliori cantanti stanno a Giugliano,
e i tirapistole stanno a Casale.
‘E ffacce toste sóngo italiane,
‘e cchiù mafiuse só’ siciliane,
‘e po’ ‘e sbruffune songo ‘e rumane,
‘e ffemmene belle só’ napulitane
e ‘e mmazze ‘e scopa só’ americane.
Le facce toste sono italiane,
i più mafiosi sono i siciliani,
i più sbruffoni sono i romani,
le donne belle sono napoletane
e i meno importanti sono gli americani.
‘E ‘mbrogliamestiere só’ ll’ingegnere,
‘e ‘mbrogliamalate só’ ll’avvucate,
‘e priévete fanno ‘e zucalanterne
e ‘e cchiù mariuole stann’ô guverno.
San Gennà’, dice ca sì,
chi ‘o ssape comme va a fernì.
Gli imbroglia mestieri sono gli ingegneri,
gli imbroglia ammalati sono gli avvocati,
i preti fanno i leccapiedi
e i più ladri stanno al governo.
San Gennaro, dici di sì,
chi lo sa come va a finire.
Na signurina, a via dei Mille,
s’ha misa ‘a parrucca ‘a copp’ê capille.
Quanno va â casa se magna ‘e ppurpette
e chi tene famma guarda ‘e rimpetto.
Una signorina in via dei Mille,
Si è messa la parrucca sui capelli.
Quando va a casa mangia polpette
e chi ha fame guarda di fronte.
Nu giuvinotto, cu ‘e sòrde d’ ‘o pato,
s’accatta ‘o cazone ‘mpusumato.
Po’ va dint’ ‘a machina, allero allero,
e vò’ menà sotto a chi va a père.
Un giovanotto, con i soldi del padre,
si compra dei pantaloni inamidati.
Poi va in macchina, allegro allegro,
e vuole investire chi va a piedi.
‘E ccunuscite a sti milorde,
chille stanno ‘nguajate ‘e sorde.
‘E pate só’ tanta scurnacchiate
e campano ‘ncopp’ ‘a famme ‘e ll’ate.
San Gennà’, pènzace tu,
ca tanto d’ ‘e ‘mbruoglie ‘un se campa cchiù.
Li conoscete questi “milord”,
quelli che sono pieni di soldi.
I padri sono tanti cornuti
e vivono sulla fame degli altri.
San Gennaro, pensaci tu,
perchè grazie agli imbrogli non si vive più.
Mme ne vaco pe’ sott’ ‘o muro
e sento ‘addore d’ ‘e maccarune.
Mme ne vaco pe’ Qualiano
e sento ‘addore d’ ‘e ppatane.
Passeggio sotto il muro
e sento l’odore dei maccheroni.
Passeggio per Qualiano
e sento l’odore delle patate.
Mme ne vaco p’ ‘o Granatiéllo
e sento ‘addore d’ ‘e friariélle.
Ma si vaco add’ ‘o putecaro
tutte cosa va cchiù caro.

Ma vedite quando maje
‘sta miseria va aumentanno.

Passeggio per il Granatiello
e sento l’odore dei friarielli.
Ma se vado dal negoziante
costa tutto più caro.

Ma guardate quanto
questa miseria sta aumentando.

E aumenta ogge,
aumenta dimane
e doppodimane,
sabato sí
e dummeneca no.
E aumenta oggi,
aumenta domani
e dopodomani,
sabato sì
e domenica no.
Chi fatica se more ‘e famme
na vota ca sì
e na vota ca no.
Chi lavora muore di fame
una volta sì
e una volta no.
Chi fatica se more ‘e fammma
na vota ca sì
e na vota ca no.
Chi lavora muore di fame
una volta sì
e una volta no.

Papa Paolo VI : ” È necessario confermare in noi tali convinzioni per evitare un altro pericolo, che il desiderio di riforma potrebbe generare non tanto in noi Pastori, cui trattiene un vigile senso di responsabilità, quanto nell’opinione di molti fedeli che pensano dover consistere principalmente la riforma della Chiesa nell’adattamento dei suoi sentimenti e dei suoi costumi a quelli mondani”

papa paolo vi
È necessario confermare in noi tali convinzioni per evitare un altro pericolo, che il desiderio di riforma potrebbe generare non tanto in noi Pastori, cui trattiene un vigile senso di responsabilità, quanto nell’opinione di molti fedeli che pensano dover consistere principalmente la riforma della Chiesa nell’adattamento dei suoi sentimenti e dei suoi costumi a quelli mondani. Il fascino della vita profana oggi è potentissimo. Il conformismo sembra a molti fatale e sapiente. Chi non è ben radicato nella fede e nella pratica della legge ecclesiastica pensa facilmente essere venuto il momento di adattarsi alla concezione profana della vita, come se questa fosse la migliore, fosse quella che un cristiano può e deve far propria. Questo fenomeno di adattamento si pronuncia tanto nel campo filosofico (quanto può la moda anche nel regno del pensiero, che dovrebbe essere autonomo e libero, e solo avido e docile davanti alla verità e all’autorità di provati maestri!), quanto nel campo pratico, dove diventa sempre più incerto e difficile segnare la linea della rettitudine morale, e della retta condotta pratica.”

Papa Paolo VI Lettera Enciclica “Ecclesiam Suam

San Giovanni Paolo II: “Il Popolo di Dio ha bisogno di vedere nei sacerdoti e nei diaconi un comportamento pieno di riverenza e di dignità, capace di aiutarlo a penetrare le cose invisibili, anche senza tante parole e spiegazioni”

GiovanniPaolo_II

Il Popolo di Dio ha bisogno di vedere nei sacerdoti e nei diaconi un comportamento pieno di riverenza e di dignità, capace di aiutarlo a penetrare le cose invisibili, anche senza tante parole e spiegazioni. Nel Messale Romano, detto di san Pio V, come in diverse Liturgie orientali, vi sono bellissime preghiere con le quali il sacerdote esprime il più profondo senso di umiltà e di riverenza di fronte ai santi misteri: esse rivelano la sostanza stessa di qualsiasi Liturgia.

 

La celebrazione liturgica presieduta dal sacerdote è un’assemblea orante, radunata nella fede e attenta alla Parola di Dio. Essa ha come scopo primario quello di presentare alla divina Maestà il Sacrificio vivo, puro e santo, offerto sul Calvario una volta per sempre dal Signore Gesù, che si fa presente ogni volta che la Chiesa celebra la Santa Messa per esprimere il culto dovuto a Dio in spirito e verità.

Giovanni Paolo II Lettera alla Plenaria della Congregazione per il Culto Divino del 21 settembre 2001

Benedetto XVI: ” la famiglia «è il fondamento della società» (Ibidem, n. 52). Quest’ultima è minacciata in molti luoghi, come conseguenza di una concezione della natura umana che si dimostra manchevole. Difendere la vita e la famiglia nella società non è assolutamente un atto retrogrado, ma piuttosto profetico, poiché significa promuovere valori che permettono il pieno sviluppo della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1, 26).”

Il Santo Padre Benedetto XVI

Vorrei inoltre sottolineare l’interdipendenza esistente tra «il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società» (Gaudium et spes, n. 25), dal momento che la famiglia «è il fondamento della società» (Ibidem, n. 52). Quest’ultima è minacciata in molti luoghi, come conseguenza di una concezione della natura umana che si dimostra manchevole. Difendere la vita e la famiglia nella società non è assolutamente un atto retrogrado, ma piuttosto profetico, poiché significa promuovere valori che permettono il pieno sviluppo della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1, 26). Abbiamo qui di fronte una vera sfida da raccogliere. In effetti, «grande è il bene che la Chiesa e l’intera società s’attendono dal matrimonio e dalla famiglia su di esso fondata per non impegnarsi a fondo in questo specifico ambito pastorale. Matrimonio e famiglia sono istituzioni che devono essere promosse e difese da ogni possibile equivoco sulla loro verità, perché ogni danno arrecato ad esse è di fatto una ferita che si arreca alla convivenza umana come tale» (Sacramentum caritatis, n. 29).”

Fonte Originale

Joseph Ratzinger: “Ci sono troppi esempi di Papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto”

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Nel 1997 l’allora Cardinale Joseph Ratzinger intervistato dalla televisione bavarese alla domanda se lo Spirito Santo sia responsabile dell’elezione del papa cosi rispondeva:
Non direi così, nel senso che sia lo Spirito Santo a sceglierlo. Direi che lo Spirito non prende esattamente il controllo della questione, ma piuttosto, da quel buon educatore che è, ci lascia molto spazio, molta libertà, senza pienamente abbandonarci. Così che il ruolo dello Spirito dovrebbe essere inteso in un senso molto più elastico, non che egli detti il candidato per il quale uno debba votare. Probabilmente l’unica sicurezza che egli offre è che la cosa non possa essere totalmente rovinata. Ci sono troppi esempi di papi che evidentemente lo Spirito Santo non avrebbe scelto”.

Io “Ubi humilitas” curatore di questo blog, “oppositore” del Papa secondo il vaticanista Luigi Accattoli.

Il giornalista vaticanista Luigi Accattoli mi dedica un articolo sulla rivista Il Regno in cui delinea una mia presunta “opposizione” al Papa. Lo fa –questo ritratto- traendo spunto dai miei commenti durante la partecipazione al suo blog e dall’analisi di alcuni miei articoli su questo mio blog. Accetto volentieri e rispetto la sua opinione, pur se mi preme affermare che ritengo la mia una “rispettosa, filiale e argomentata critica”. Pubblico interamente –dopo esserne stato autorizzato- l’articolo del Dott. Accattoli, linkando in bleu le origini delle mie affermazioni riportate da Accattoli, cosi che chi vuole può leggere l’intera discussione e farsi una idea, e limitandomi a fare qualche  commento personale nel testo, in rosso tra le parentesi quadre.

io non mi vergogno del vangelo

«Questo papa non è una cima»

Fenomenologia degli oppositori di Francesco

Indago sui delusi da papa Francesco che sono tentati di farsi suoi oppositori: li studio uno per uno, mettendo sotto la lente le parole con cui si esprimono nel mio blog. Ho già tracciato il profilo di un deluso di nome Fabrizio (vedi la rubrica di Regno att. 10,2014,367) che deluso resta nei mesi e ora ne tratteggio un altro – di un visitatore che si denomina Ubi humilitas (è una citazione di Proverbi 11,2: dov’è l’umiltà lì c’è la sapienza) – che invece passa rapidamente, in sei mesi, da entusiasta a deluso, a oppositore. Ubi humilitas commenta il papa sul mio blog dal 13 marzo al 13 ottobre 2013, quando cessa di intervenire a seguito di una diatriba con altri visitatori sul funerale di Priebke. Ha un suo blog (http://vivificat.wordpress.com/) dal quale non veniamo a sapere chi egli sia. «Chi sono ha scarsa importanza », è detto nel saluto ai visitatori. Mentre scrivo questo profilo, l’ultima uscita su Francesco è del 16 aprile 2014: «Un papa che tacesse (Dio non voglia!) sarebbe ricordato come colui che fece il gran silenzio» [L'articolo come si noterà seguendo il link è dedicato a San Giovanni Paolo II, Papa combattivo sui temi della fede e della morale, che mai taceva quando qualche pericolo avanzava,]. Parole nelle quali si avverte una dolorosa lontananza, che nel mio blog aveva maturato prima ed espresso poi in toni più aggressivi: nella Rete chi commenta con nome coperto è più aggressivo quando interviene in casa d’altri. Si parte dal rimpianto per papa Benedetto Sempre nel suo blog, al 26 novembre 2013 Ubi aveva citato da Evangelii gaudium le parole «è una presunta sicurezza dottrinale o disciplinare che dà luogo a un elitarismo narcisista e autoritario » (n. 94; Regno – doc. 21,2013,659) e le aveva interpretate come un attacco personale: «Ne sono fiero, non vedo di cosa dovrei vergognarmi» [Qui in mia difesa invoco una citazione di Benedetto XVI "Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina", appare come l'unico atteggiamento all'altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie"] . Nel mio pianerottolo Ubi era partito entusiasta dopo la fumata bianca ed essendo napoletano era ricorso alla lingua materna e al tutto maiuscolo per dire la sua gioia: «PAPA FRANCESCO / È TROPP BELL!», aveva commentato alle 20.18 del 13 marzo. Il blog di Ubi è pieno di motti francescani e il suo entusiasmo è innanzitutto per il nome scelto dal cardinale Bergoglio: «Un papa che si impone il nome Francesco. Pensavo, accarezzavo l’idea, ma non ci avrei mai creduto senza vederlo » (13 marzo, ore 22.12). Legge i mugugni d’altri commentatori e se ne meraviglia: «Comunque papa Francesco dai primi gesti promette bene» (15 marzo). Inquadra con scioltezza le novità esteriori: «Sinceramente sul colore delle scarpe, sulla ferula e sulla mozzetta, sono contento che sfoltisca» (21 marzo). L’entusiasmo sale con la lavanda dei piedi nel carcere minorile (cf. Regno- att. 6,2013,121ss): «Il gesto è davvero lodevole e straordinario. Mi meraviglio che ci sia chi possa criticare» (26 marzo). Ubi dunque non è un tradizionalista, ama la tradizione ma loda le novità di segno evangelico e arriva a sognare a occhi aperti: «Con papa Francesco forse c’è grossa possibilità che offici una messa EF (cioè nella forma straordinaria del Rito romano; ndr) o che vi assista, e probabilmente entro l’anno» (30 marzo). Un visitatore lamenta «l’ostentata forzatura di papa Francesco nel volersi presentare come vescovo di Roma » e il nostro taglia corto: «Si presenta benissimo: il vescovo di Roma è papa» (30 marzo). Il primo disappunto lo manifesta rimpiangendo Ratzinger in reazione a chi loda il calore del papa argentino: «A me manca Benedetto XVI, la sua persona le sue omelie i suoi discorsi, quel piglio e puntiglio tutto tedesco, che fa tanto papa» [penso che la nostalgia e l'affetto per Benedetto xvi non debbano significare "disappunto", ma appunto "nostalgia e affetto"] (9 aprile 2013). «Tra un anno avremo capito che il Signore è misericordioso» [già si sapeva, ma ora lo abbiamo capito  meglio!?] L’entusiasmo senza incrinature è durato un mese. Segue una tribolata terra di mezzo che si estende per cinque mesi, nella quale lode e biasimo si spintonano confusamente. Il 16 aprile 2013 al Santa Marta Francesco chiama «testardi» quelli che vogliono «tornare indietro» rispetto al Vaticano II e Ubi va in tilt: «Il papa dovrebbe sapere (lo sa di certo!) che nella Chiesa esistono varie fazioni l’una contro l’altra armate» e dunque «farebbe meglio a essere più preciso quando fa certi discorsi » [chi non lo sapeva ora lo sa!] . Del 26 aprile 2013 è questo lamento più ampio, pur accompagnato da una professione di stima: «Per ora sui temi antropologici nulla, eppure l’occasione per parlarne c’era; sui temi teologici, penso che tra un annetto avremo capito tutti che il Signore è misericordioso (…) [ i fedeli aspettano qualche parola sui temi antropologici e di morale, che poi sono temi inerenti il cristianesimo; ho pazienza, aspetto ancora...]. A me sembra che si stenti a prendere il volo. Detto con il massimo rispetto per il sommo pontefice, a cui va tutta la mia stima, affetto e devota sudditanza». Ubi cerca in ogni modo di farsi piacere Francesco. Trova «straordinaria» l’omelia del 5 giugno 2013 («Pregate con la carne»; cf. Regno – att. 12,2013,337ss) e il 14 giugno abbozza questo bilancio: «È un volenteroso instancabile papa Francesco, ci mette una passione che è tutto. Esce dallo schema del gesuita intellettuale/oide. Non è una cima, ma ha una volontà che vale molto più di una affettata capacità» [ è una bugia dire che papa Francesco non ha mai preso il dottorato e non ha conseguito il titolo di "Dottore alla "Philosophisch-Theologische Hochschule Sankt Georgen" di Francoforte sul Meno? è verità o è una offesa?]. È felice che in un chirografo (quello del 26 giugno 2013 che istituisce la Commissione referente sull’IOR; cf. Regno – doc. 13,2013,408s) Francesco usi il «noi» maiestatico: «E vor dì er sor papa». Il giorno dopo osserva che «quanto a devozioni Francesco è davvero molto tradizionale». È «contentissimo» del viaggio a Lampedusa (2 luglio; cf. Regno – doc. 13,2013,385ss). Esulta vedendo che «confessa» a Rio de Janeiro [una piacevole e gradita "novità, almeno in pubblico] (27 luglio; cf. Regno – att. 14,2013,409ss). Manca la volontà della crociata Ma a settembre l’esultanza è dimenticata e regna lo smarrimento: «Manca la volontà della crociata» e «si sta rinunciando anche a combattere le cause, relativismo, scristianizzazione, diseducazione: c’è distrazione, ora siamo concentrati sulla Renault 4» [a mio modesto avviso si combattono le "cause" -molto ben individuate da Benedetto XVI- e non gli "effetti"] . Decide di «far sapere al papa che c’è un fedele con l’anima in tormento che vede una Chiesa che cambia in peggio, che è fifona e paurosa e non ha più il coraggio e l’ardire dei martiri» [si, anche i "cristiani da salotto", "da pasticceria", "elitaristi narcisisti" hanno un'anima...] (18 settembre 2013). L’opposizione aperta [Accattoli presume "opposizione", io dico "filiale devota e argomentata critica"] arriva con l’intervista di Francesco alle riviste dei gesuiti, il 19 settembre 2013. Metto di seguito i commenti di quel giorno che esprimono una netta contrarietà: «Non mi si predica più lo stesso Vangelo». «Tutta la feccia eretica gioisce. Grandi brindisi stasera, il papa dichiara resa e presenta l’arrendevole programma di governo». «Hanno vinto i lupi, povero Benedetto XVI. Un papa non si sveglia una mattina e si dimette. La storia forse ci dirà». «A me (questa intervista) suona come: “Noi taceremo”. E quando la Chiesa tace, nelle conventicole si brinda. Nessuno sveglia le coscienze». «Dissento fortemente da quanto afferma il papa. Posso farlo poiché non è magistero ma una semplice intervista. [ io questo lo dico apertamente, pur se nell'anonimato] «Qualcuno dica a papa Francesco che l’hanno eletto papa, non parroco di Santa Marta» [già un parroco non dovrebbe permettersi discorsi vaghi e generici" in cui non ben si distingue il "soggetto" o "l'oggetto" della predica, figurarsi il Papa. In quelle omelie a volte manca chiaramente il "chi"e/o il "che cosa"]. Le omelie feriali e il rebus del magistero ordinario Dieci giorni più tardi argomenta il suo diritto a dissentire: «Io non tacerò. Quando c’è limpidezza di fede e di dottrina, non ve ne è motivo. Posso permettermi certo il lusso di parlare, e con cognizione di causa». Troppa è la delusione per un papa che non solo «non è una cima» ma non è all’altezza: «Un normale curato di campagna si esprime meglio e magari è più prudente nel parlare» [la Prudenza è sempre una Virtù...]  (28 settembre 2013). Anche nell’opposizione conclamata, Ubi mantiene un’attenzione affettuosa al papa argentino che lo commuove con i richiami alla sequela di Cristo: «È un sant’uomo. A volte talmente semplice da passare per astuto, a volte talmente astuto da passare per semplice» (2 ottobre 2013). Abbiamo a che fare con un cattolico di forte convincimento, forse in posizione solitaria nella comunità, conservatore e populista ma non collocabile politicamente. Papa Bergoglio gli piace per il nome, la pietà, le denunce sociali e lo difende su questi spalti, ma getta la spugna quando vede che le parole di Francesco vengono «strumentalizzate » e il papa «non fa nulla» per chiarire [ a quante interviste che Lombardi smentisce siamo?] . L’idea che il nostro si è fatto dell’uomo Bergoglio e della sua inadeguatezza ci segnala che per lui il papa dev’essere innanzitutto un custode delle formulazioni dottrinali ricevute dalla tradizione e non invece – e innanzitutto – un apostolo inviato a predicare il Vangelo nella lingua dell’epoca e magari con parole nuove in nuove culture [le due cose, apostolo e custode della tradizione non sono in antitesi, e non si può insistere solo sull'apostolato tralasciando la "Dottrina", che è anche essa forma di apostolato, forse la più sublime, la verità è carità...]. Sulla levatura del personaggio Bergoglio – che gli appare modesta – egli sarebbe disposto a sorvolare in grazia della «volontà» che gli riconosce grande, ma ciò che non può accettare è che la parola del papa possa essere «equivocata »: e questo è un punto da approfondire. Ci vedo due significati: il primo è che costui – come tanti altri oppositori del papa argentino – presta prioritaria attenzione a ciò che del papa dicono i media e i «nemici della Chiesa» [l'attenzione è più che altro al "messaggio falsato" che arriva ai fedeli meno avveduti...]. Fosse per lui si adatterebbe, ma non può tollerare che si faccia strada l’equivoco [non lo tollero assolutamente, precisione e chiarezza dottrinale sono fondamentali, se poi la "dottrina" la vogliamo abolire è un altro conto...]. L’altro significato è più sottile e attiene al convincimento che sia da ritenere infallibile e obbligante anche il magistero ordinario del papa. Un’idea irreale alla luce della storia, ma tenacemente insegnata dalla «scuola romana » fino al concilio Vaticano II [eh, quella "scuola romana tra cui si annoverava anche il buon Cornelio Fabro ] . Se il papa è normativo anche nelle omelie del mattino, allora non è libero di parlare a braccio, deve scrivere e tutto dev’essere pubblicato [io credo così! Siamo al paradosso che si considerano -vorrebbero considerare?- le interviste "Magistero", tanto da pubblicarle "integralmente" sul sito vaticano tra i discorsi del papa, e le Omelie come "detto tanto per dire"]. Francesco esce dal linguaggio codificato per farsi appostolo, Ubi lo vuole fermo a difesa della dottrina [veramente dovrebbe fare ambo le cose, non l'ho detto nè lo dico io "conferma nella fede i tuoi fratelli"]. «Ogni parola del papa dev’essere inequivocabile» Questo convincimento sull’estrema importanza di ogni parola papale è ben evidente in un commento del 25 settembre: «Sinceramente sono stufo di questo massmediaticismo dedicato alle omelie al Santa Marta. O riportano le omelie per intero o niente. O parla all’orbe cattolico in modo intelligibile, o nulla: con questi stralci chi capisce A chi B e chi niente. Ogni pensiero e parola del papa deve poter essere inequivocabile» [leggere stralci di Omelie è come leggere un libro stracciato. Non ci si può capire niente] . Ubi ci insegna che possono maturare opposizioni radicali a papa Francesco anche in persone inizialmente simpatizzanti per i suoi segni di novità e che il discrimine è dato dal rispetto geloso delle formulazioni dottrinali [come dire, "bruscolini"...] e dalla «volontà di crociata». Non è poco quello che il buon Ubi ci squaderna con il favore dell’anonimato [ "Non cercar di sapere chi ha detto una cosa, ma bada a ciò che è stato detto. Infatti gli uomini passano, "invece la verità del Signore resta per sempre".  "L'Imitazione di Cristo" ]
Luigi Accattoli

 Come mia ultima osservazione, rammento il Codice di Diritto Canonico :

Can.212.

§2. I fedeli hanno il diritto di manifestare ai Pastori della Chiesa le proprie necessità, soprattutto spirituali, e i propri desideri.

§3. In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, essi hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa; e di renderlo noto agli altri fedeli, salva restando l’integrità della fede e dei costumi e il rispetto verso i Pastori, tenendo inoltre presente l’utilità comune e la dignità della persona.