San Filippo Neri: sull’umiltà

Per acquistare il dono dell’umiltà sono necessarie quattro cose: spernere mundum, spernere nullum, spernere seipsum, spernere se sperni: cioè disprezzare il mondo, non disprezzare alcuno, disprezzare se stesso, non far conto d’essere disprezzato. A questo non sono arrivato: a questo vorrei arrivare.

San Filippo Neri

Santa Chiara d’Assisi: La Sua Santa Umiltà – “Fin dal principio si studiò d’impostare l’edificio di tutte le virtù sul fondamento della santa umiltà”

Chiara, pietra primaria e nobile fondamento del suo Ordine, fin dal principio si studiò d’impostare l’edificio di tutte le virtù sul fondamento della santa umiltà.
Promise infatti santa obbedienza al beato Francesco, e mai si scostò in alcun modo da questa promessa.
Così, tre anni dopo la sua conversione, rifiutando il nome e la carica di abbadessa, avrebbe voluto umilmente sottostare, piuttosto che essere a capo, e tra le ancelle di Cristo più volentieri servire che essere servita.
Ma, costretta dal beato Francesco, assunse infine il governo delle Donne: e da ciò nel suo cuore nacque timore, non arroganza; e vi crebbe non l’indipendenza, ma lo spirito e la pratica del servizio.
Quanto più, infatti, si vede innalzata da queste apparenze di superiorità, tanto più in basso si ritrova nella propria stima, più pronta al dovere, più umile anche nell’aspetto esteriore.
Da allora non respinse più alcuna incombenza servile, al punto che, per lo più, era lei a versare l’acqua sulle mani delle sorelle, se ne stava in piedi per assisterle mentre esse sedevano e le serviva a tavola mentre mangiavano.
Malvolentieri imparte appena qualche ordine; ma fa da sé spontaneamente, preferendo eseguire lei stessa piuttosto che comandare alle sorelle.
Lavava lei stessa i sedili delle inferme, li detergeva proprio lei, con quel suo nobile animo, senza rifuggire dalle sozzure né schifare il fetore.
Molto spesso lavava i piedi delle servigiali che tornavano da fuori e, lavatili, li baciava. Una volta lavava i piedi di una di queste servigiali: e, mentre stava per baciarli, quella, non sopportando un’umiliazione così grande, ritrasse il piede e nel gesto colpì col piede in viso la sua signora. Ma ella riprese con dolcezza il piede della servigiale e vi impresse, sotto la pianta, ben aderente un bacio.

Da “LEGGENDA DI SANTA CHIARA VERGINE” cap. 8

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Beato Giovanni XXIII: Circa humilitatem


Ne ho vivo il culto e anche l’esercizio esteriore. Ciò non mi toglie interiormente la sensibilità per  qualche mancanza di riguardo  che credo mi sia fatta. Ma anche ne godo innanzi a Dio come in esercizio di pazienza e di nascosto cilicio per i peccati miei, e per ottenere dal Signore il perdono per i peccati del mondo intero.

Tratto da: Il «Giornale dell’Anima» e altri scritti di pietà; di Angelo Giuseppe Roncalli

Buzzati: L’Umiltà

Un frate di nome Celestino si era fatto eremita ed era andato a vivere nel cuore della metropoli dove massima e’ la solitudine dei cuori e piu’ forte e’ la tentazione di Dio. Perche’ meravigliosa e’ la forza dei deserti d’Oriente fatti di pietre, di sabbia e di sole, dove anche l’uomo piu’ gretto capisce la propria pochezza di fronte alla vastita’ del creato e agli abissi dell’eternita’, ma ancora piu’ potente e’ il deserto delle citta’ fatto di moltitudini, di strepiti, di ruote di asfalto, di luci elettriche, e di orologi che vanno tutti insieme e pronunciano tutti nello stesso istante la medesima condanna.

Orbene, nel luogo piu’ stupendo di questa landa inaridita, viveva padre Celestino, rapito per lo piu’ nell’adorazione dell’Eterno; ma poiche’ si sapeva quanto egli fosse illuminato, veniva da lui, anche dalle piu’ remote contrade, gente afflitta o turbata, a chiedere un consiglio e a confessarsi. A ridosso di un capannone metalmeccanico egli aveva trovato, chissa’ come, i resti di un antico camion la cui minuscola cabina di guida, senza piu’ vetri ahime’, gli serviva da confessionale.

Una sera, che gia’ scendeva il buio, dopo essere stato per ore e ore ad ascoltare enumerazioni, piu’ o meno contrite, di peccati, padre Celestino stava per lasciare la sua garitta quando nella penombra una smilza figura si avvicino’ in atto di penitente.

Solo all’ultimo, dopo che il forestiero si fu inginocchiato sul predellino, l’eremita si accurse che era un prete.

“Che posso fare per te, piccolo prete?” disse l’eremita con la sua pazienza soave.

“Sono venuto a confessarmi” rispose l’uomo; e senza por tempo di mezzo, comincio’ a recitare le sue colpe.

Ora Celestino era abituato a subire le confidenze di persone, specialmente donne, che venivano a confessarsi per una specie di mania, tediandolo con meticolosi racconti di azioni innocentissime. Mai pero’ gli era toccato un cristiano cosi’ sguarnito di male. Le mancanze di cui il pretino si accusava erano semplicemente ridicole, tanto futili, esili e leggere. Tuttavia, per la sua conoscenza degli uomini, l’eremita capi’ che il grosso era ancora da venire e che il pretino vi girava attorno.

“Su figliolo, e’ tardi e, per essere sincero, comincia il freddo. Veniamo al dunque!”.

“Padre, non ne ho il coraggio” balbetto’ il pretino.

“Che cos’hai mai commesso? Nell’insieme mi sembri un bravo ragazzo. Non avrai mica ucciso, immagino. Non ti sarai infangato d’orgoglio.”

“Proprio cosi'” fece l’altro in un fiato quasi impercettibile.

“Assassino?”

“No l’altro.”

“Orgoglioso? Possibile?”

Il prete assenti’, contrito.

“E parla, spiegati, anima benedetta. Benche’ oggi se ne faccia un esagerato consumo, alla misericordia di Dio non e’ stato dato fondo: il quantitativo ancora disponibile in giacenza dovrebbe bastare, per te, io penso.”

L’altro finalmente si decise:

“Ecco, padre. La cosa e’ molto semplice, anche se piuttosto tremenda. Sono prete da pochi giorni. Ho appena assunto il mio officio nella parrocchia assegnatami. Ebbene … “

“E parla, creatura mia, parla! Giuro che non ti mangero.”

Ebbene … quando mi sento chiamare reverendo, cosa vuole? Le sembrero’ ridicolo, ma io provo un sentimento di gioia, come una cosa che mi riscalda dentro …”

Non era un gran peccato, per la verita’; alla maggioranza dei fedeli, preti compresi, l’idea di confessarlo non sarebbe neanche mai passata per la mente. Pero’ l’anacoreta, sebbene espertissimo del fenomeno chiamato uomo, non se l’aspettava. E li’ per li’ non sapeva cosa dire (mai gli era capitato).

“Ehm … ehm … capisco … la cosa non e’ bella … Se non e’ il demonio in persona che ti riscalda dentro, poco ci manca … Ma tutto questo, per fortuna, l’hai capito da te …E la tua vergogna lascia seriamente sperare che non ricadrai … Certo, sarebbe triste se cosi’ giovane tu ti lasciassi infettare … Ego te absolvo.”

Passarono tre o quattr’anni e padre Celestino se ne era quasi completamente dimenticato quando l’innominato prete torno’ da lui per confessarsi.

“Ma io ti ho gia’ visto, o mi confondo?’

“E’ vero.”

“Lasciati guardare … ma si’, ma si’, tu sei quello … quello che godeva a sentirsi chiamare reverendo. O mi sbaglio?’

“Proprio cosi'” fece il prete, che forse sembrava un po’ meno pretino per una specie di maggiore dignita’ segnata in volto, ma nel resto era giovane e smilzo come la prima volta. E divento’ di fiamma.

“Oh oh” diagnostico’ secco Celestino con un rassegnato sorriso “in tutto questo tempo non ci siamo saputi emendare?”

“Peggio, peggio.”

“Mi fai quasi paura, figliolo. Spiegati.”

“Bene” disse il prete facendo un tremendo sforzo su se stesso. “E’ molto peggio di prima … Io … io …”

“Coraggio” lo esorto’ Celestino stringendogli le mani fra le sue “non tenermi in palpiti.”

“Succede cosi’: se c’e’ qualcuno che mi chiama monsignore io … io …”

“Provi soddissfazione, intendi?”

“Si’, purtroppo.”

Una sensazione di benessere, di calore?’

“Precisamente …”

Ma padre celestino lo sbrigo’ in poche parole. La prima volta, il caso gli era sembrato abbastanza interessante, come singolarita’ umana. Ora non piu’. Evidentemente – pensava – si tratta di un povero stupido, un santo uomo magari, che la gente si diverte a prendere in giro. Era il caso di fargli sospirare l’assoluzione? In un paio di minuti padre Celestino lo mando’ con Dio.

Passarono ancora un’altra decina d’anni e l’eremita era oramai vecchio, quando il pretino ritorno’. Invecchiato pure lui naturalmente, piu’ smunto, piu’pallido, con i capelli grigi. Li’ per li’ padre Celestino non lo riconobbe. Ma appena quello ebbe cominciato a parlare, il timbro della voce ridesto’ il sopito ricordo.

“Ah tu sei quello del reverendo e del monsignore.”

“O mi confondo?” chiese Celestino col suo disarmante sorriso.

“Hai una buona memoria, padre.”

“E da allora quanto tempo e’ passato?”

“Sono quasi dieci anni.”

“E dopo dieci anni tu … ti trovi ancora a quel punto?”

“Peggio, peggio.”

“Come sarebbe a dire?”

“Vedi, padre … adesso … se qualcuno si rivolge a me chiamandomi eccellenza, io …”

“Non dire altro, figliolo” fece Celestino con la sua pazienza a prova di bomba. “Ho gia’ capito tutto. Ego te absolvo.” E intanto pensava: purtroppo, con gli anni, questo povero prete sta diventando sempre piu’ ingenuo e semplicione: e la gente si diverte piu’ che mai a prenderlo in giro. E lui ci cade e ci trova perfino gusto, poveraccio. Fra cinque, sei anni scommetto, me lo vedro’ ricomparire dinanzi per confessarmi che quando lo chiamano eminenza eccetera eccetera.

La qual cosa avvenne, esattamente. Con l’anticipo di un anno sul previsto.

E passo’, con la spaventosa celerita’ che tutti sanno, un’altra fetta di tempo. E padre Celestino era ormai cosi’ vecchio decrepito che dovevano portarlo di peso al suo confessionale ogni mattina e di peso riportarlo alla sua tana quando veniva sera.

Occorre adesso raccontare per filo e per segno come l’innominato pretino un giorno ricomparve? E come fosse invecchiato anche lui, piu’ bianco, curvo e rinsecchito che mai? No, evidentemente, non occorre.

“Povero pretino mio” lo saluto’ con amore il vegliardo anacoreta “sei ancora qui col tuo vecchio peccato d’orgoglio?”

“Tu mi leggi nell’animo, padre.”

“E adesso la gente come ti lusinga? Oramai ti chiama sua santita’ immagino.”

“Proprio cosi'” ammise il prete col tono della piu’ cocente mortificazione.

“E ogni volta che cosi’ ti chiamano, un senso di gioia, di benessere, di vita ti pervade, quasi di felicita’?’

“Purtroppo, purtroppo. Potra’ Dio perdonarmi?”

Padre Celestino dentro di se’ sorrise. Tanto ostinato candore gli sembrava commovente. E in un baleno ricostrui’ con l’immaginazione la oscura vita di quel povero pretino umile e poco intelligente in una sperduta parrocchia di montagna, tra volti spenti, ottusi, o maligni. E le sue monotone giornate una uguale all’altra e le monotone stagioni, e i monotoni anni, e lui sempre piu’ malinconico e i parrocchiani sempre piu’ crudeli. Monsignore … eccellenza, eminenza … adesso sua santita’. Non avevano piu’ alcun ritegno nelle loro beffe paesane. Eppure lui non se la prendeva, quelle grandi parole rilucenti gli destavano anzi nel cuore una infantile risonanza di gioia. Beati i poveri di spirito, concluse fra se’ l’eremita. Ego te absolvo.

Finche’ un giorno il vecchissimo padre Celestino, sentendosi prossimo a morire, per la prima volta nella vita domando’ una cosa per se’. Lo portassero a Roma in qualche modo. Prima di chiudere gli occhi per sempre, gli sarebbe piaciuto vedere, almeno per un attimo, San Pietro, e il Vaticano, e il Santo Padre.

Potevano dirgli di no? Procurarono una lettiga, ci misero sopra l’eremita e lo portarono fino al cuore della cristianita’. Non basta. Senza perdere tempo perche’ Celestino aveva oramai le ore contate, lo trassero su per le scalinate del Vaticano e lo introdussero, con mille altri pellegrini, in un salone. Qui lo lasciarono in un angolo ad aspettare.

Aspetta aspetta, finalmente padre Celestino vide la folla fare largo e dal fondo lontanissimo del salone avanzare una sottile bianca figura un poco curva. Il Papa!

Com’era fatto? Che faccia aveva? Con inesprimibile orrore padre Celestino, ch’era sempre stato miope come un rinoceronte, constato’ di aver dimenticato gli occhiali.

Ma per fortuna la bianca figura si avvicino’, facendosi via via piu’ grande, finche’ venne a fermarsi accanto alla sua lettiga, addirittura. L’eremita si netto’ col dorso di una mano gli occhi imperlati di lacrime e li alzo’ lentamente. Vide allora il volto del Papa. E lo riconobbe.

“Oh, sei tu, mio povero prete, mio povero piccolo prete” esclamo’ il vecchio in un irresistibile moto dell’animo.

E nella vetusta maesta’ del Vaticano, per la prima volta nella storia, si assistette alla seguente scena: il Santo Padre e un vecchissimo sconosciuto frate venuto da chissa’ dove, che, tenendosi per le mani, singhiozzavano insieme.

Racconto di Buzzati tratto da “La boutique del mistero”.

Ringrazio molto  l’amico Lycopodium che con un suo post me l’ha fatto conoscere.

Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat

+ Dal Vangelo secondo Giovanni

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Parola del Signore

Commento:
Servire per amore è  il vero “Regnare”.

Virtù Serafiche: L’Umiltà

L’UMILTÀ

“Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).
Una virtù basilare nella spiritualità francescana è l’umiltà.
Tommaso da Celano ci informa che Chiara, pietra primaria e nobile fondamento del suo Ordine, fin dal principio si studiò d’impostare l’edificio di tutte le virtù sul fondamento della santa umiltà. Promise infatti obbedienza al beato Francesco, e mai si scostò in al­cun modo da questa promessa. Così tre anni dopo la sua conversione, rifiutando il nome e la carica di Abbadessa, avrebbe voluto umilmente sottostare, piuttosto che essere a capo, e tra le ancelle di Cristo più volentieri servire che essere servita” .
Accettato per obbedienza il governo delle Sorelle Povere, da questo ufficio trasse incitamento per servire con più umiltà e per essere più pronta al dovere, desiderosa non di impartire ordini ma di dare l’esempio.
Come radicare nel cuore questo atteggiamento? Dalla Sacra Scrittura ci viene una risposta converger­te: si diventa umili ponendosi davanti a Dio.
“L’umiltà nasce dal senso di Dio e questo lo può avere solo chi si mette in rapporto personale con Lui. Bisogna aprire gli occhi sulla Sua gloria. Allora accadono tre cose:
Anzitutto si sperimenta il proprio nulla. Non si tratta però di negare il bene che c’è in noi: l’umiltà è verità, non ipocrisia. Si tratta invece di riferirlo al suo vero Autore: “Ogni dono viene dall’alto, discen­de dal Padre della luce” (Gc 1,17). “E se l’hai rice­vuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevu­to?”, aggiunge S. Paolo (1 Cor 4,7). Si scopre che Dio è la fonte unica del bene e l’uomo è una mano vuota tesa verso di Lui per essere colmata. Da noi non abbiamo nulla, ma tutto ciò che siamo e abbia­mo, tutto riceviamo da Dio. Perciò, l’orgoglio è una forma pratica di ateismo.
In secondo luogo, davanti al Santo ci si scopre peccatori. È così che reagisce Isaia al canto dei Serafini, che proclamano Dio tre volte Santo: “Guai a me, perché un uomo dalle labbra impure io sono, e i miei occhi hanno visto il Dio vivente”. Allo stesso modo reagisce Pietro dinanzi alla potenza di Gesù che si rivela nella pesca miracolosa: “Allontanati da me, che sono un peccatore”. La gloria di Dio non ri­vela solo il Suo volto, ma anche l’impurità dello sguardo umano che Lo contempla.
Nasce allora un atteggiamento di fiducia totale in Dio, e in Dio solo, che diventa apertura alla gra­zia. A questo punto, Dio mobilita per l’umile la Sua potenza, non per l’orgoglioso, perché questi attribui­rebbe a sé le “meraviglie” che Dio opera in lui, ru­bando così la gloria del Signore”.
Francesco e Chiara si pongono continuamente dinanzi allo specchio di umiltà che è Cristo Gesù Signore. Spessissimo fanno memoria dell’umiltà di Cristo nell’Incarnazione e nella Passione, come pure nell’Eucarestia e ne parlano nei loro scritti.
“Ecco, ogni giorno Egli si umilia come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine, ogni giorno Egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote”.
Sull’edificio di questa santissima umiltà Fran­cesco fondò l’Ordine dei Frati Minori secondo quan­to il Signore gli rivelò, mostrandogli, per lui e per quanti intendono imitarlo, la via della semplicità e del­l’umiltà.
L’umile magnifica Dio che opera nel suo cuore. L’incarnazione più luminosa di questo atteggia­mento è la Vergine Maria. Ella si sente la “povera serva”.
Seguendo le orme della Madre “poverella”, an­che Chiara ama definirsi “ancella” delle Sorelle Povere. Maria, nella sua grande umiltà, si fa vuoto che attende di essere colmato. E Dio, che predilige gli umili, la ricolma della Sua grazia e la rende così grande che “tutte le generazioni la chiameranno beata”.
Il Magnificat è il poema dell’umiltà.
Maria appartiene ai “poveri di Jhawè”, di cui parla la Sacra Scrittura. Si tratta di quei piccoli che non hanno nessuno su cui contare e perciò si affida­no completamente a Dio, in Lui solo sperano, certi della Sua fedeltà. E Dio li colma dei suoi doni. Nell’inno cristologico ai Filippesi troviamo la de­scrizione dell’umiltà del Verbo Incarnato, umiltà consistita nel “farsi piccolo”: “Cristo pur essendo di na­tura divina… spogliò Se stesso assumendo la condizione di servo… si umiliò facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”. A questa discesa del Cristo, fa seguito l’esaltazione del Padre che “gli dà il Nome più alto di ogni altro nome”. È l’umiltà dell’essere.
San Francesco nelle Lodi di Dio Altissimo, co­gliendo questa umiltà abissale del Figlio di Dio, dice a Cristo Gesù Signore: “Tu sei umiltà”.
Per Francesco l’umiltà non è solo una virtù e nemmeno una connotazione di Cristo Gesù. Per Francesco l’umiltà è Cristo!
Quotidianamente il Serafico Padre meditava gli, esempi di umiltà del Figlio di Dio e questa meditazione cordiale lo faceva crescere nella conoscenza di Dio e di sé.
Anche S. Chiara, scrivendo ad Agnese di Praga, sottolinea ripetutamente l’umiltà di “un tale e così gran­de Signore, che scendendo nel seno della Vergine, volle appa­rire nel mondo come uomo spregevole, bisognoso e povero”. La esorta a fissare lo sguardo sul più bello dei figli degli uomini divenuto per la nostra salvezza “il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo ripetutamen­te flagellato e morente perfino tra i più struggenti dolori sulla croce”. E la invita a specchiarsi ogni giorno in questo mirabile specchio che è la vita di Cristo ove rifulgono “la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità “,” af­finché mirando gli esempi di umiltà del Salvatore e Signore nostro Gesù Cristo sia mossa ad imitarLo.
Finché l’uomo si confronta solo con se stesso e con gli altri comprende poco o nulla della sua situa­zione. Se invece si pone davanti a Dio e alla Sua Parola, allora scopre il suo vero volto interiore.
L’umiltà è un atteggiamento interiore? Lo è anzi­tutto, ma dal cuore umile devono sgorgare atti con­creti.
L’umiltà di Chiara si traduceva nel servizio ge­neroso alle Sorelle, nel correggerle con moderazione e pazienza, nel voler essere suddita e soggetta sempre ai piedi della Santa Madre Chiesa, nel desiderio e nell’im­pegno di osservare in perpetuo la povertà e l’umiltà del Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre.
Il Serafico Padre S. Francesco manifestava la sua profonda umiltà, nel curare i lebbrosi, nel mangiare addirittura nello stesso piatto con essi, nel voler stare sottomesso a tutti fino alla morte, nell’accusare pubiblicamente le proprie colpe, nel dimettersi da Ministro, lui Fondatore dell’Ordine. Egli considerava l’umiltà come custode e decoro di ogni virtù.
L’umiltà non consiste in parole, ma piuttosto si riconosce nella pazienza con cui si accettano le in­comprensioni, le tribolazioni e tutto quanto è causa di umiliazione.
San Bonaventura ci ammonisce che seguendo un Maestro umilissimo: Gesù e avendo umile la Madre Maria e umili i Fondatori Francesco e Chiara, non ci è lecito levare il capo in superbia.
E noi? Quando gli altri ci fanno un’osservazione’ poco piacevole, rimaniamo in pace? Anzi, siamo ca­paci di ringraziare sinceramente?

 Clarisse Monastero S. Chiara
Biancavilla (CT)

Esercizi sull’umiltà: Natura dell’Umiltà

Considerazioni e riflessioni. – « L’umiltà è la verità». Chi si umilia, entra nella pratica della verità, facit veritatem, e « se il Signore ama gli umili, è perchè Egli ama la verità, » dice santa Teresa. Difatti, la verità è quel che Dio pensa, vuole e ama. Essere nella verità, è dunque essere nel pensiero, negli intendimenti e negli amori di Dio.
1. L’umiltà ci pone nella verità riguardo a Dio. Essa c’insegna che Dio solo è tutto. Ego sum qui sum. Sono colui che è, e tutto il resto non prende valore se non per me. All’infuori di Dio e dei suoi doni, nulla è possibile se non il nulla stesso.
Vi sono in Dio tre eccellenze: Dio è il principio di ogni cosa, di quanto esiste, nulla esiste senza di Lui. Dio possiede ogni perfezione. « Salite pure ben alto nei cieli, voi non arriverete mai dove incomincia, Dio; discendete negli abissi dell’ inferno, voi non troverete mai luogo dove Dio non vi sia più; percorrete l’universo, non sarà mai abbastanza vasto da poter misurare la potenza divina; considerate l’ampiezza dei Mari, questa non vi darà nemmeno la misura di un’ombra delle perfezioni divine. » (S. Dionigì)
Dio ha tutti i diritti su ogni creatura: «Sono il Signore» – «l’uomo è stato creato a questo fine: lodare Dio, adorarlo, servirlo, e così facendo, salvarsi» (S. Ignazío)
Orbene,  l’umiltà  ci  pone  nella  verità  riguardo  ai  nostri  rapporti  verso  Dio,  facendoci riconoscere quelle sue tre eccellenze. Essa diventa umiltà di sommissione per servire a Dio Signore, non lasciandocí mai dire: no; oppure forse, o più tardi, o perchè mai? o per qual motivo? – Diventa umiltà di adorazione, per cui la creatura , s’inabissa nel suo nulla e si prostra a Dio per cantare con la Chiesa: « Tu solo sei santo, Tu solo Signore! Tu solo Altissimo, Gesù, mio Re. »
E ancora: « la mia sostanza è un nulla davanti a Te. » – Diventa umiltà di confessione o di glorificazione: « ogni cosa a Te appartiene, e noi ti rendiamo di quanto abbiamo ricevuto. » È umiltà di riconoscenza e di amore. Se essa rileva qualcosa in sè di lodevole, essa conosce la  mano  che  ha  incoronato  il  suo  capo,  e  il  suo  primo  gesto  è  quello  dei  vecchi dell’Apocalisse per gettare la corona ai piedi di Dio. Così l’umiltà regola i veri rapporti dell’uomo riguardo a Dio. (S. Tommaso)
2. L’umiltà ci pone nella verità riguardo a noi stessi. Essa ci insegna che di proprio noi non abbiamo che il nulla: noi abbiamo d’imprestito l’esistenza, il posto che occupiamo nella creazione, i doni dell’intelletto, le qualità del cuore e, sopra ogni cosa, i doni soprannaturali. Sotto questi gioielli, vi sono le nostre miserie: le dorature abbelliscono gli oggetti, ma ogni oggetto, malgrado la doratura brillante che lo mette in evidenza, conserva il suo essere in materia bruta e comune. Il solo nulla è di nostra proprietà. Al nulla, che in sè è disgrazia piuttosto che colpa, noi abbiamo aggiunto il peccato: ci siamo spogliati della veste di onore della quale Dio si era compiaciuto adornare il nostro essere. Il peccato non arriva mai solo: il nubifragio lascia sempre traccia della sua rovina. Quell’anima che tuttora serviva Dio
senza preoccupazioni, volenterosamente, e che ora trova insipida la manna, è perchè essa rammenta le carni d’Egitto: sono gli avanzi del peccato: oscurità dell’intelletto, depressioni della volontà. Ecco quel che sono. « In questo mio povero io, che sente il suo nulla, io diffido dei miei giudizi pervertiti, non faccio gran conto di questa ;mia volontà della quale temo i tradimenti; veglio su questo mio cuore che abbisogna A un guardiano; pongo in strettezza questi sensi, ai quali occorre un freno potente..» (M. Barat)
3. L’umiltà ci pone nella verità riguardo al nostro prossimo. Questo mio prossimo potrà essere  dotato  meglio  di  me  in  quanto  a  qualità;  ma  non  ha  nulla  di  più,  ogni  cosa appartenendo a Dio. Se la mano divina si è aperta per favorirmi, ignoro il perchè delle sue preferenze, e io lo so, una cosa è in me aumentata: il mio debito verso Dio. Dunque la modestia, la dolcezza devono regolare i nostri rapporti con il prossimo. Tale è l’umiltà formata in noi dalla sola verità. Essa però non è sufficiente: manca di calore, dice S. Bernardo; essa ci inabissa nella visione della nostra profonda abiezione; bisogna aggiungere ad essa l’umiltà formata ed infiammata dalla carità. Questa ci eleva, ci consola, ci incoraggia e ci induce ad acconsentire di buon grado a non voler essere che il nulla, affinchè Dio sia il tutto. La conoscenza di noi stessi, ossia l’umiltà di spirito non è che una preparazione alla virtù cristiana dell’umiltà, che risiede negli affetti del cuore.
Questa umiltà, frutto di fede, che S. Gregorio chiama col nome di maestra e madre di tutte quante le virtù, ci viene insegnata dal Divin Maestro: « Imparate da me che sono dolce e umile di cuore, e troverete riposo alle vostre anime.
Invocazioni. – Gesù mio, quel che mi riempe di gioia, è che Tu sei tutto ed io sono nulla; poiché se io non fossi un nulla, Tu non saresti tutto. (S. Agostino)
Dio mio! fammi ben comprendere quelle parole che hai detto alla tua serva fedele, santa Margherita Maria Alacoque: « Che possiedi tu, polvere e cenere? Di che ti glori se non hai altro che il nulla e la miseria? » La mia contentezza sia adunque nelle sole umiliazioni, perchè questo è quanto mi è dovuto, e non mai nelle approvazioni e nelle lodi che a Te solo sono dovute.
Esame di coscienza. – Ho la convinzione pratica del sovrano dominio di Dio su di me?…
Se è così, perchè tante rivolte di fronte alle contrarietà, alle umiliazioni, a quel che mi fa soffrire?  – Sono ben risoluta per l’avvenire a sottomettermi più umilmente a quello che piace a Dio, o ai miei superiori di disporre di me? – a sopportare giocondamente le piccole umiliazioni che la bontà di Dio m’invia? – a precorrere le umiliazioni a fine di rassomigliare sempre più a Gesù?
Fioretto. – «Dio mio, io non sono che quel che sono davanti a Te.» (S. Francesco d’Assisi)
Tratto da: Esercizi sull’umiltà