“Fos ilaron”, ovvero l’ironia gioiosa di Gesù

Dal sito “Nati dallo Spirito >> spiritualità cristiano ortodossa” riprendo e pubblico questo interessante articolo:

Riportiamo un’interessante intervista a Massimo Cacciari, pubblicata oggi dall’Avvenire, che propone alcuni spunti su un tema estremamente affascinante: il Vangelo è triste o gioioso? Se Vangelo significa “buona novella”, notizia gioiosa della messa a morte della morte e della vita abbondante offerta agli uomini da Cristo, perché Gesù non sembra mai ridere nel Vangelo?

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E Gesù disse: «Siate allegri!»

link all’articolo originale di Avvenire

«Il cristianesimo è lieto e deve far ridere. Guai, dunque, a una predicazione triste. Chi annuncia non può che avere il sorriso, anzi il riso di Beatrice che percorre tutta l’ultima cantica: «Tu la vedrai sulla vetta di questo monte ridere felice». Se tu non fai capire che il Paradiso è riso, come ha dimostrato Dante con Beatrice, la tua evangelizzazione sarà nebulosa e quindi non sarà un’evangelizzazione perché annunci un Vangelo triste, quindi non un eu-angelion, una “buona notizia”». S’infervora il filosofo Massimo Cacciari intorno al tema «Davvero Gesù non ride?» che gli è stato affidato nell’ambito dell’ottava edizione di «Torino Spiritualità» e che svilupperà nell’appuntamento di giovedì.

Professore, lei è solito approcciarsi a Gesù in termini drammatici…

«Un momento. Come insegnava Platone, un dramma e una commedia hanno la stessa origine e non possono essere trattati in modo disgiunto. Quindi dire drammatico non significa dire incapace o impotente a ridere».

È pur vero che quello di Gesù è stato letto da molti come un annuncio triste…

«Sì, ma è tutto da discutere. Nel Vangelo la dimensione del ridere è praticamente assente perché quando incontriamo un riso è quello degli stolti che deridono Gesù quando risorge la bambina».

E nell’Antico Testamento?

«È presente solo nell’accezione della stoltezza umana. Dio ride per schernire dall’alto la stoltezza dell’uomo. Ma sono letture affrettate».

Affrettate perché?

«Come si può non sentire un timbro del riso nel Cantico dei cantici? Più difficile si fa la ricerca nel Nuovo Testamento, perché qui sembra che il riso manchi. Ma è proprio così? Vediamo di ascoltare con orecchi non particolarmente ottusi. E allora scopriamo che nel Nuovo Testamento Gesù non ride con scherno nei confronti della nostra miseria e stoltezza. Certo, manca il riso sguaiato. Ma come si fa a non sentire una luce ilaros, come avrebbero detto i Padri orientali, quella luce del cielo quando è sgombro da ogni pesantezza, da ogni nebbia? Come si fa a non sentire nelle parole di Gesù questa ilaritas che mai giudica, mai condanna? Anche se non è nominato espressamente come si fa a non ascoltarlo?».

Si è soliti, in effetti, definire spiritosa una persona che ci fa ridere intelligentemente.

«Una battuta di spirito è una battuta che alleggerisce, che solleva, che assolve. Come si fa a non sentire questo timbro nelle parole di Gesù? Ma direi ancora di più: non è piena di ironia tutta la parola di Gesù?».

Gesù ironico? Ma come? L’ironia non sembra molto evangelica.

«Ironia nel senso letterale del termine, di gusto del paradosso. Il paradosso che invita alla ricerca. La parabola che timbro ha se non questo? Non è forse profondamente ironica in questo senso? Come hanno spiegato grandi interpreti, la parabola non ha nulla a che fare con l’allegoria perché l’allegoria è una similitudine che immediatamente si scopre. La parabola, invece, è un invito a pensare pieno di ironia. E che invita al sorriso. Le parabole del Regno hanno paragoni che sembrano assurdi. Il Regno dei cieli è un grano di senape. Non mette in evidenza un’immensa distanza? Non è un paradosso? Come si fa a non sorridere per la parabola delle vergini stolte che si precipitano ad acquistare l’olio e poi vengono cacciate? Oppure quell’immagine al limite della blasfemia: il Signore è come quel re che tutto concede per non essere più infastidito da scocciatori che gli chiedono di tutto? Questa parabola è piena di elementi ironici. Come lo è quella del samaritano e del figliol prodigo. Io credo che l’unico che abbia capito fino in fondo lo spirito della parabola di Gesù sia Kafka».

Kafka? Perché mai Kafka?

«Le sue sono parabole che non danno soluzione, rimangono enigmi. Non sono facili similitudini, non sono allegorie. Non permettono un allegorismo a differenza delle favole antiche e, nello stesso tempo, fanno sorridere. Fanno sorridere continuamente. Kafka secondo me rideva quando scriveva i suoi racconti. È tutta questa dimensione che bisogna scoprire se si vuole leggere con orecchi aperti il messaggio di Gesù. E poi un tema a me caro: l’ilaritas del più perfetto imitatore di Gesù che è Francesco».

In tempi di crisi come quelli che viviamo, c’è spazio per un annuncio che non sia triste?

«Quanto ho detto vale soprattutto per tempi di crisi come i nostri. Se tu, invece di annunciare una lieta novella, annunci una novella ancora più triste, è chiaro che fallisce l’evangelizzazione. Citavo Francesco. Forse che lui, ai suoi tempi, non considerava tutti i problemi? Nella sofferenza lui “rideva”, cantava e aveva il volto del riso e non della tristezza. L’unico comando che ha dato Francesco ai suoi è stato: andate e non siate mai nebulosi».

Ma bisogna distinguere riso da riso. Non le pare? Oggi la risata è spesso sguaiata…

«Non c’entra nulla. Questo non è riso, è derisione, è scherno, è sarcasmo. L’etimo di sarcasmo è fare a pezzi la carne. Questo è il riso che insegnava Leopardi. Gli italiani sono capaci solo di scherno. Questo è il riso tipico dell’italiano».

È il rischio anche della satira?

«Certo. Quando la satira non è ironica (perché può essere ironica ed esprimere un sano riso che solleva), ma quando è impietosa, sarcastica, è nichilistica, fa a pezzi e basta. Ma si può fare a pezzi e basta anche tradendo il Vangelo come qualcosa di triste o semplicemente spirituale. La Beatrice di Dante non è solo spirituale, è spirito, cioè respiro che solleva, respiro che libera».

Francesco Dal Mas

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Gli utilissimi “inutili”. Quelli da suonare come una zampogna ma da mungere come una mucca.

Questa è una di quelle riflessioni che a volte mi balenano nella testa e sono capaci di mandarmi “fuori di testa”. Si, a volte perdo ogni limite e la testa inizia a far ragionamenti senza convenzioni perdendo le mie convinzioni.  E in certe cose scatta una rabbia di fondo bella forte. Sia ben chiaro che non voglio tirare in ballo il destino.
Certo è che mi intristisce e mi rammarica sapere di gente che nella vita e dalla vita è stato ben “suonato come una zampogna e munto come una mucca”. Storie tristi di persone dal passato burrascoso e catastrofico e con uno sguardo sul futuro non certo roseo. Storie di tristezza e di emarginazione che iniziano dall’infanzia e della cui colpa non si può imputare il soggetto stesso. Storie tristi e difficili da raccontare, figurarsi un poco da vivere. Storie di pregiudizi e giudizi. Brutte storie insomma. E tendo a sottolineare, storie che ti capitano, che ti toccano a sorte e non perchè te le sei andate a cercare. Ad esempio, se da bambino capiti da orfano di padre e in una famiglia povera ci mancherebbe che qualcuno dicesse: “è colpa tua, te la sei andata a cercare”. Ti capita e basta, poi la cosa o la vivi con disagio o come se nulla fosse al limite questo te lo possono imputare a tua colpa, ma non certo quel fatto. E capita poi che tra alti e bassi inizi a tirare innanzi la vita. Poi certo iniziano gli errori proprie allora qui si può dire “un poco di colpa ce l’hai”. Certo nessuno di noi è un santo innocente, ognuno di noi deve fare il conto col bagaglio dei suoi errori. A volte c’è un’altra problematicità: a certi errori ci sei costretto. E’  il classico errore di chi pensa di rimediare ai suoi errori con un altro errore. Questo è sbagliato! Ad altri invece l’errore gli capita, come si dice “sbagliare è umano”. Eppure da  un solo errore rimangono fregati e hanno deciso in negativo tutto il futuro della loro vita. Ad altri capita da quando sono piccoli fino alla fine della loro vita di essere sempre disprezzati e reietti sia in famiglia che fuori, eppure vengono munti come mucche, il frutto del loro lavoro è buono, eccome se è buono. Insomma, c’è un’umanità triste e silenziosa che “trascina” la sua vita giorno dopo giorno fino alla fine della sua esistenza in una infelicità e tristezza senza fine, senza più voglia nemmeno di reagire. Come dei morti viventi, come zombies.
E a me questo mi mette tanta rabbia e tanta, tanta tristezza!

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«Chi sono io?» chiese un giorno un giovane ad un anziano.

«Sei quello che pensi – rispose l’anziano – e te lo spiego con una piccola storia.

Un giorno, dalle mura della città, verso il tramonto, si videro sulla linea dell’ orizzonte due persone che si abbracciavano.

“Sono un papà e una mamma” pensò una bambina innocente.

“Sono due amanti” pensò un uomo dal cuore torbido.

“Sono due amici che si incontrano dopo molti anni” pensò un uomo solo.

“Sono due mercanti che hanno concluso un buon affare” pensò un uomo avido di denaro.

“È un padre che abbraccia un figlio di ritorno dalla guerra” pensò una donna dall’animo tenero.

“È una figlia che abbraccia il padre di ritorno da un viaggio” pensò un uomo addolorato per la morte della figlia.

“Sono due innamorati” pensò una ragazza che sognava l’amore.

“Sono due uomini che lottano all’ultimo sangue” pensò un assassino.

“Chissà perché si abbracciano” pensò un uomo dal cuore asciutto.

“Che bello vedere due persone che si abbracciano” pensò un uomo di Dio.

Ogni pensiero – concluse l’anziano – rivela a te stesso quello che sei. Esamina di frequente i tuoi pensieri: ti possono dire molte più cose su te di qualsiasi maestro».

Questo racconto si trova ne: “I Signori della Fiamma”

Come commentare questo racconto?

Che consapevolmente o inconsapevolmente, esso trae spunto da questo passo del Vangelo:

“La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!” (Mt 6, 22-23)

Sant’Agostino nel De vera religione scriveva: Noli foras ire, in teipsum redi, in interiore homine habitat veritas (Non uscire fuori, rientra in te stesso: nell’uomo interiore abita la verità).