La guerra interiore (San Macario il Grande)

San Macario il Grande (o l'Egiziano)

Abba Macario disse: “Le insidie del nemico sono state chiamate con il nome di ‘notte’ e ‘tenebra’, come dice Paolo: Noi non siamo della notte, né della tenebra, ma del giorno (1Ts 5,5.8); certamente il Figlio di Dio è il giorno (cf. Gv 12,35-36) e il diavolo è la notte (cf. Gv 13,30). Ma se il cuore vince in parte queste guerre, i demoni per invidia tornano di nuovo da chi li combatte e cominciano a imporgli la guerra. In queste guerre il cuore è debole e l’uomo non è più in grado di custodire la purezza. Il nemico gli presenta la lunghezza del tempo, le fatiche delle virtù e la durezza della vita, perché grande è la fatica e il corpo è debole.

Ma se il cuore, indebolito in questa lotta e stremato nelle fatiche del combattimento, rigetta lontano da sé il male e invoca Dio con il gemito della sua anima, allora il Dio buono e pieno di misericordia per la sua creatura le invia una potenza santa. Essa prende possesso del suo cuore, gli dona lacrime, gioia e consolazione cosicché egli vince il suo nemico e quest’ultimo non prevale più su di lui, ma è pieno di timore dinanzi alla potenza che gli è giunta, come dice l’apostolo Paolo: Combattete per ricevere potenza (cf. Ef 6,10-11). Ed è di questa potenza che parla Pietro quando dice: C’è una eredità che non si corrompe, non si macchia. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede (1Pt 1,4-5). Quando il Dio buono vede che il cuore vince il nemico, allora considerando il suo buon proposito comincia a ritirargli la potenza e subito permette al nemico di muovergli guerra dall’interno mediante le impurità, i piaceri degli occhi, la vanagloria e l’orgoglio come a una barca senza timone che viene sballottata qua e là. Se il cuore diventa debolissimo a causa degli sforzi del nemico, allora il Dio buono e pieno di misericordia per la sua creatura gli invia di nuovo la potenza santa; essa prende possesso dell’anima, del cuore, del corpo e delle altre membra mettendole sotto il giogo del Paraclito, come dice il nostro Signore Gesù Cristo: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore (Mt 11,29). Allora il Dio buono comincia ad aprire gli occhi del cuore per insegnargli a rendere gloria a Dio con cuore umile e contrito come dice Davide: Sacrificio per Dio,è un cuore contrito e umiliato (Sal 50,19); attraverso le sofferenze di queste guerre, infatti, vengono nel cuore l’umiltà e la contrizione. Allora la divina potenza svela al cuore, al nous, le realtà celesti, le lodi e la gloria che attendono chi avrà sopportato queste guerre e manifesta che se l’uomo sopporta sofferenze tanto grandi, esse sono poca cosa a confronto degli onori che Dio gli darà, come afferma ancora l’Apostolo: Le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi (Rm 8,18). Allora vengono resi noti al cuore i castighi e quelli che subiscono il castigo e altre cose ancora che non posso ricordare. E il Paraclito stabilisce delle regole per il cuore, cioè: la purezza dell’anima e delle altre membra, una grande umiltà, vigilanza, sobrietà della mente, sottomissione ad ogni creatura, il non far conto del male in chiunque si trovi, la purezza degli occhi, la custodia della lingua, la purezza dei piedi, la giustizia delle mani, il servizio delle preghiere, sofferenza fisica e attenzione a Dio. Queste cose gli vengono ordinate con misura e prudenza, non nel turbamento, ma nella fermezza.

Se la mente disprezza i comandamenti dello Spirito, allora la divina potenza si ritira e nel cuore nascono guerre e turbamenti; le passioni del corpo lo turbano perché il nemico lo assale e vi getta il suo seme. Ma se il cuore si converte e custodisce i comandamenti dello Spirito, allora si trova al riparo. Allora l’uomo sa che dimorare in Dio è il suo riposo, come ha detto Davide: Signore, da quando ho gridato a te ho trovato riposo secondo il tuo volere (cf. Sal 60,2-6; 61,2). Io dico che a meno che l’uomo non possieda nel proprio cuore e nel proprio corpo una grande umiltà, non si ritenga un nulla in qualsiasi cosa, non sopporti le offese subite, non si faccia violenza in ogni cosa, non abbia la morte davanti agli occhi giorno dopo giorno, non rinunci alle cose della terra e a quelle secondo la carne, non può avere la forza di custodire i comandamenti dello Spirito santo.

Fonte Originale: Nati dallo Spirito.com Spiritualità cristiana ortodossa

“Non giudicate, e non sarete giudicati; non condannate, e non sarete condannati” – Due santi monaci

Immagine“In un monastero c’erano due notevoli fratelli che meritarono ben presto di vedere la Grazia di Dio discendere l’uno sull’altro. Ora, un giorno accadde che uno di loro uscì dal monastero di venerdì e, vedendo uno che mangiava di buon mattino, gli disse: “Perché mangi a quest’ora di venerdì”? In seguito, ci fu la sinassi [assemblea] come di consueto. Ora suo fratello vide che la Grazia si era ritirata dall’altro, e ne fu rattristato. Quando furono ritornati nella loro cella, il primo disse al secondo: “Fratello mio, cosa hai fatto? In verità, non vedo la Grazia di Dio su di te come di consueto”. E l’altro gli rispose: “Non sono a conoscenza di alcun male che io abbia compiuto, né in opere né in pensiero”. Suo fratello gli disse: “Hai pronunciato qualche parola?”. Poi, l’altro si ricordò e disse: “Ieri vidi uno che mangiava fuori dal monastero di buon mattino e gli dissi ‘Perché mangi a quest’ora di venerdì?’. Questo è il mio peccato. Sforzati con me per due settimane, pregando che Dio mi perdoni”. Fecero ciò e alla fine delle due settimane uno dei fratelli vide la Grazia di Dio riscendere sull’altro e, così consolati, resero grazie a Dio.

tratto da “The Wisdom of the Desert Fathers”

C’è una serie di meravigliosi aspetti in questa breve storiella. Uno di questi è la troppo comune occasione di giudicare l’altro. E’ una rivelazione sapere che persino persone di una tale santità come quelli della storia, che restano incessantemente in preghiera, possano trovarsi a confrontarsi con la semplice tentazione di correggere la pratica del digiuno di qualcun altro. Non si tratta della storia di un neoconvertito ultrazelante, ma di un padre del deserto. Tra i fedeli, tentazione e peccato non conoscono stranieri.

Un’altra meraviglia è che questi buoni padri “vedono la Grazia di Dio”. Non ci viene detto “come” essi vedano la Grazia, e nemmeno cosa significhi esattamente “vedere la Grazia di Dio sopra di loro”. Per me è interessante che la storia dice che essi meritarono di “vedere la Grazia di Dio discendere l’uno sull’altro”, che è enormemente distante dal “vedere la Grazia di Dio discendere su loro stessi”. Credo che la prima sia una benedizione mentre la seconda possa essere una tentazione pericolosa se non di disastrosa.

Ancora un’altra meraviglia è l’umiltà con la quale il fratello che ha giudicato accetta di sapere che la Grazia non è su di lui “come era di consuetidine”. Ciò ci porta all’ultima meraviglia – la semplice affermazione che essi pregarono insieme per due settimane perché uno dei due fosse perdonato. Il nostro mondo religioso è spesso infettato da un immaginario legalistico di peccato e perdono – immaginario che ci rende istanteamente colpevoli e istantaneamente perdonati. Tale immaginario non ci permette di contemplare il vero effetto del peccato nelle nostre vite, né ci permette di capire il vero scopo del perdono che è guarigione.

Ma questi benedetti padri del deserto capirono tante cose. Non mettono in dubbio l’amore di Dio o la sua misericordia ma non si adoperano per il perdono come mera questione legale. Il perdono rappresenta, anche, la guarigione dell’anima e la restaurazione della nostra vita con Dio. Forse dovrei aggiungere un’ultima meraviglia alla mia lista: Dio ascoltò la loro preghiera e la Sua Grazia ridiscese sopra di lui.

Possa Dio ascoltare la nostra preghiera e possa la sua Grazia discendere su di noi.

Dal Blog Nati dallo Spirito

Anno nuovo, post vecchio (ma di una fragrante freschezza spirituale).

Deserto
Vagando da me stesso tra i meandri dei post del blog, mi sono avveduto, colpevolmente, del fatto che spesso, se non sempre, dimentico di tenere in debito conto i consigli spirituali insiti nei post che pubblico. Ed infatti mi sono accorto di aver, purtroppo per me, poco tenuto in conto e meditato, un detto del Padre del Deserto Abba’ Timoteo, che pubblicai il primo gennaio 2011. Lo ripropongo a voi ( e soprattutto a me) come meditazione-promemoria per il nuovo anno (pur se con affannoso ritardo):

“Il padre Timoteo, presbitero, disse al padre Poemen: Vi è in Egitto una donna, che fa la meretrice, e dà quanto guadagna in elemosina. Il padre Poemen disse: Non rimarrà nella fornicazione, perchè in lei appare il frutto della fede.
Avvenne poi che la madre del presbitero Timoteo si recasse da lui, ed egli le chiese: Ha continuato a fare la meretrice quella donna? Ella rispose: Si, e ha aumentato il numero dei suoi amanti, ma anche le sue elemosine.
Il padre Timoteolo riferì al padre Poemen, e questi disse: Non rimarrà nella fornicazione. La madre di Timoteo ritornò e gli disse: Sai che quella meretrice voleva venire con me, perchè tu pregassi per lei. Egli [Timoteo] riferì al padre Poemen quanto aveva udito. Gli dice [Poemen]: và tu piuttosto ad incontrarla!.
Il padre Timoteo andò e l’incontro. Ed ella, nel vederlo e nell’ascoltare da lui la parola di Dio, fu presa da compunzione e pianse e gli disse: Da oggi aderirò a Dio e non commetterò più fornicazione. E, entrata subito in un monastero, piacque a Dio. “

Speriamo di raggiungerne, insieme, la profondità teologica e spirituale-

https://vivificat.wordpress.com/2011/01/01/detti-dei-padri-del-deserto-abba-timoteo-non-rimarra-nella-fornicazione-perche-in-lei-appare-il-frutto-della-fede/

“Con quanto timore, tremore e angustia dobbiamo pensare al momento in cui il corpo si separerà dall’anima” – Teofilo arcivescovo

Deserto

Lo stesso padre Teofilo disse: «Con quanto timore, tremore e angustia dobbiamo pensare al momento in cui il corpo si separerà dall’anima. Si muoverà contro di noi l’esercito e la potenza delle forze nemiche, i principi della tenebra, i dominatori cosmici della malvagità, i principati e le potestà, gli spiriti del male. Essi sottoporranno l’anima a una specie di giudizio, ponendole di fronte i peccati commessi consapevolmente e inconsapevolmente, dalla giovinezza fino all’età in cui fu colta dalla morte. Sorgeranno accusandola di tutte le sue azioni. Quale tremore pensi dunque che avrà l’anima in quell’ora, finché non sarà pronunciata la sentenza e verrà liberata? Questa è l’ora della sua angustia, finché non vedrà che cosa le è riservato. Ma anche le potenze divine si ergeranno contro quelle nemiche e metteranno innanzi il bene che essa ha compiuto. Comprendi dunque con quale timore e tremore l’anima starà là in mezzo, finché il suo giudizio riceverà la sentenza da parte del giusto giudice. E, se è degna, ne avranno scorno le potenze nemiche e sarà strappata dalle loro mani. E vivrà libera da ogni preoccupazione, anzi, avrà dimora stabile, come sta scritto: In te è la dimora di tutti coloro che si rallegrano. Allora si compirà la parola: Là è travaglio, dolore e gemito. L’anima liberata se ne andrà verso quella ineffabile gioia e gloria, in cui avrà dimora. Ma se si troverà che nella sua vita è stata negligente, udrà la terribile voce: Sia tolto l’empio, così che non veda la gloria di Dio. Allora piomberà su di lei il giorno dell’ira, della tribolazione, dell’angustia, giorno di oscurità e di caligine. Condannata alle tenebre esteriori e al fuoco eterno, sarà punita per secoli infiniti. Dove sarà allora la gloria del mondo? Dove la vanità? Dove le delizie, il piacere, i sogni? Dove il riposo? Dove le lodi, le ricchezze, le nobili origini? Dove padre, madre, fratello? Chi di loro potrebbe liberare l’anima arsa dal fuoco e prigioniera di tormenti terribili? Di fronte a ciò, quali dobbiamo essere, in santi comportamenti e pietà? Quale amore dobbiamo possedere? Quali i nostri costumi, quale il modo di vivere, quale il nostro comportamento? Quanta l’esattezza, la preghiera, la fermezza? Dice infatti: Aspettando queste cose cercate di essere trovati in lui senza macchia e senza colpa, in pace, per essere resi degni di udire lui che dice: Venite, benedetti dal Padre mio, prendete possesso del regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, nei secoli dei secoli. Amen» (200a-201a).

Peccatore sempre, eretico MAI – Detti dei Padri del Deserto – Agatone

Sassetta - Rogo di un eretico5. Si diceva che alcuni si recarono dal padre Agatone, poiché avevano sentito parlare del suo grande dono di discernimento. Per metterlo alla prova e vedere se si adirava, gli dicono: «Tu sei Agatone? Abbiamo sentito dire che sei fornicatore e superbo». Risponde: «Sì, è vero». «Tu sei Agatone, chiacchierone e pettegolo?». «Lo sono». Dicono di nuovo: «Tu sei Agatone, l’eretico?». «Non sono eretico», risponde. Lo pregarono: «Spiegaci perché, quando ti abbiamo accusato di cose tanto gravi, tu le hai accettate, e questa sola non l’hai sopportata». Disse loro: «Delle prime io stesso mi accuso, ed è utile all’anima mia, ma l’eresia è separazione da Dio e io non voglio essere separato da Dio». Udendo ciò, ammirarono il suo discernimento e se ne andarono edificati (109c; PJ X, 10).

Veritatis Splendor: “contro ogni totalitarismo”

99. Solo Dio, il Bene supremo, costituisce la base irremovibile e la condizione insostituibile della moralità, dunque dei comandamenti, in particolare di quelli negativi che proibiscono sempre e in ogni caso il comportamento e gli atti incompatibili con la dignità personale di ogni uomo. Così il Bene supremo e il bene morale si incontrano nella verità: la verità di Dio Creatore e Redentore e la verità dell’uomo da Lui creato e redento. Solo su questa verità è possibile costruire una società rinnovata e risolvere i complessi e pesanti problemi che la scuotono, primo fra tutti quello di vincere le più diverse forme di totalitarismo per aprire la via all’autentica libertà della persona. «Il totalitarismo nasce dalla negazione della verità in senso oggettivo: se non esiste una verità trascendente, obbedendo alla quale l’uomo acquista la sua piena identità, allora non esiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini. Il loro interesse di classe, di gruppo, di Nazione li oppone inevitabilmente gli uni agli altri. Se non si riconosce la verità trascendente, allora trionfa la forza del potere, e ciascuno tende a realizzare fino in fondo i mezzi di cui dispone per imporre il proprio interesse o la propria opinione, senza riguardo ai diritti dell’altro… La radice del moderno totalitarismo, dunque, è da individuare nella negazione della trascendente dignità della persona umana, immagine visibile del Dio invisibile e, proprio per questo, per sua natura stessa, soggetto di diritti che nessuno può violare: né l’individuo, né il gruppo, né la classe, né la Nazione o lo Stato. Non può farlo nemmeno la maggioranza di un corpo sociale, ponendosi contro la minoranza, emarginandola, opprimendola, sfruttandola o tentando di annientarla».155

Antonio Rosmini: Massime di vita cristiana

Antonio_Rosmini
“Nel cristiano, perciò, devono trovarsi due disposizioni apparentemente opposte, ma che stanno insieme armoniosamente: un grandissimo zelo per la gloria di Dio e per il bene del suo prossimo, assieme a un sentimento che gli dice di essere incapace di ogni bene, incapace di porre alcun rimedio ai mali del mondo”

Massime di vita cristiana (quinta massima “riconoscere intimamente il proprio nulla”, punto 6)