La mensa di Natale [ dei frati ] secondo San Francesco.

Giotto_-Affresco_-Il Presepe di Greccio_-Storie_di_San_Francesco_-Basilica_superiore_di_Assisi-_Legend_of_St_Francis_-_-13-_-_Institution_of_the_Crib_at_GreccioPropongo un brano tratto dallo “Speculum Perfectionis” che ci riporta un episodio avvenuto a Rieti.
Il lettore attento ed arguto si accorgerà che il contenuto del brano non è assolutamente in antitesi con quello proposto ieri in cui San Francesco desidera abbondanza di cibo per tutti, anche per gli animali. San Francesco non mette in discussione i cibi, il necessario della mensa, ma mette in discussione “l’eleganza e la ricercatezza” e “la ricerca del superfluo” con cui è stata addobbata la mensa. San Francesco biasima anche che la tavola sia stata posta in modo più alto “più elevate” del dovuto. Qui possiamo apprezzare un uso straordinario delle parole e del simbolismo, in pieno accordo con quanto  è “umile”, basso, che sta sotto, a terra. L’umiltà tanto amata da Francesco; cosi come tanto amava i poveri in cui riconosceva l’immagine del Signore. “Avere mense basse e semplici” significava per Francesco avere mense a cui tutti, specialmente i poveri potessero accostarsi “alla pari e vicino a loro, non il povero per terra e i frati più in alto” e alla cui vista “i secolari ne traessero edificazione“. Insomma, in ogni occasione San Francesco ricorda ai suoi frati l’importanza di sentirsi ed essere “minori”.

COME RIMPROVERÒ CON LA PAROLA E L’ESEMPIO

I FRATELLI CHE AVEVANO IMBANDITA RICCA MENSA

NEL GIORNO DI NATALE

Un ministro dei frati si era recato da Francesco, per celebrare con lui la solennità del Natale, nel luogo di Rieti. E i frati, per festeggiare il ministro e la ricorrenza, prepararono le mense in maniera alquanto distinta e ricercata il giorno di Natale, stendendo belle tovaglie con vasellame di vetro.

Scendendo Francesco dalla cella per desinare, vide che erano state poste mense più elevate e preparate con cura. Tosto si allontanò nascostamente, prese il bastone e il cappello di un povero venuto colà quel giorno e, chiamato sottovoce uno dei suoi compagni, uscì fuori dalla porta del luogo, a insaputa dei frati. Il compagno restò dentro, vicino alla porta. Intanto i frati entrarono alla mensa, poiché Francesco aveva ordinato che non lo aspettassero, quando non fosse giunto all’ora della refezione.

Rimasto fuori un po’di tempo, bussò alla porta e il suo compagno tosto gli aprì; il Santo, avanzando col cappello sul dorso e il bastone in mano, andò all’uscio della stanza in cui i frati desinavano. E come un pellegrino e povero implorava: «Per amore del Signore Dio, fate l’elemosina a questo pellegrino povero e malato!». Il ministro e gli altri lo riconobbero subito. Il ministro gli rispose: «Anche noi siamo poveri, fratello, e poiché siamo in molti le elemosine che abbiamo sono sufficienti al nostro bisogno. Ma per amore di quel Dio, che hai nominato, entra nella stanza e divideremo con te le elemosine donateci da Dio».

Entrò Francesco e si fermò in piedi davanti alla tavola dei frati; il ministro gli diede la scodella in cui mangiava e del pane. Egli li prese umilmente, sedette vicino al fuoco, di fronte ai fratelli seduti a tavola, e sospirando disse loro: «Vedendo una mensa apprestata con tanta eleganza e ricercatezza, ho pensato che non fosse la tavola di religiosi poveri che ogni giorno vanno a carità di porta in porta. A noi, miei cari, si addice seguire l’esempio della umiltà e povertà di Cristo più che agli altri religiosi, poiché a questo siamo chiamati e questo abbiamo promesso davanti a Dio e agli uomini. Adesso sì mi sembra di star seduto come si conviene a un frate minore, poiché le solennità del Signore sono più onorate con l’indigenza e la povertà, per mezzo della quale i santi si guadagnarono il cielo, anziché con la raffinatezza e la ricerca del superfluo, a causa delle quali l’anima si allontana dal cielo».

Di ciò arrossirono i fratelli, considerando ch’egli parlava la purissima verità. E alcuni cominciarono a piangere forte, vedendo Francesco seduto per terra, e come puramente e santamente aveva voluto correggerli e ammaestrarli. Ammoniva invero i frati ad avere mense basse e semplici, in modo che i secolari ne traessero edificazione, e se qualche povero sopraggiungesse invitato dai frati, potesse sedersi alla pari e vicino a loro, non il povero per terra e i frati più in alto.

Dallo “Speculum Perfectionis

San Francesco e la “Sua devozione al Natale del Signore e come voleva che in tale giorno si portasse soccorso a tutti”

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Dalle Fonti Francescane apprendiamo che:
Francesco aveva per il Natale del Signore più devozione che per qualunque altra festività dell’anno. Invero, benché il Signore abbia operato la nostra salvezza nelle altre solennità, diceva il Santo che fu dal giorno della sua nascita che egli si impegnò a salvarci. E voleva che a Natale ogni cristiano esultasse nel Signore e per amore di lui, il quale ha dato a noi tutto se stesso, fosse gioiosamente generoso non solo con i bisognosi, ma anche con gli animali e gli uccelli. ” (FF 1669).
Il brano che in seguito riporto, tratto dalla “Vita Seconda di San Francesco d’Assisi” scritta dal beato Tommaso da Celano, ci fa conoscere quanta devozione avesse il Santo per questa Solennità, e quanto l’amore con cui Cristo ci ha amati venendo al mondo nella santa e umile famiglia di Nazaret povera di mezzi di sussistenza ma ricchisima, sovrabbondante di ogni bene spirituale, infiammasse ancor più Santo Francesco d’amore verso il Creatore e tutte le sue creature, e quanto desiderava che tutti potessero avere cibo in abbondanza; cosi come desiderava che i più ricchi saziassero i poveri e i mendicanti, questo ad imitazione del Signore che, generoso, ricco di ogni bontà, facendosi piccolo e povero, si è donato all’umanità bisognosa. Voleva in quel giorno abbondanza in tutto, come  abbondante è l’amore del Signore.

LA SUA DEVOZIONE AL NATALE DEL SIGNORE
E COME VOLEVA CHE IN TALE GIORNO
Sl PORTASSE SOCCORSO A TUTTI

Al di sopra di tutte le altre solennità celebrava con ineffabile premura il Natale del Bambino Gesù, e chiamava festa delle feste il giorno in cui Dio, fatto piccolo infante, aveva succhiato ad un seno umano. Baciava con animo avido le immagini di quelle membra infantili, e la compassione del Bambino, riversandosi nel cuore, gli faceva anche balbettare parole di dolcezza alla maniera dei bambini. Questo nome era per lui dolce come un favo di miele in bocca.
Un giorno i frati discutevano assieme se rimaneva l’obbligo di non mangiare carne, dato che il Natale quell’anno cadeva in venerdì. Francesco rispose a frate Morico: «Tu pecchi, fratello, a chiamare venerdì il giorno in cui è nato per noi il Bambino. Voglio che in un giorno come questo anche i muri mangino carne, e se questo non è possibile, almeno ne siano spalmati all’esterno.
Voleva che in questo giorno i poveri ed i mendicanti fossero saziati dai ricchi, e che i buoi e gli asini ricevessero una razione di cibo e di fieno più abbondante del solito. «Se potrò parlare all’imperatore — diceva — lo supplicherò di emanare un editto generale, per cui tutti quelli che ne hanno possibilità, debbano spargere per le vie frumento e granaglie, affinché in un giorno di tanta solennità gli uccellini e particolarmente le sorelle allodole ne abbiano in abbondanza».
Non poteva ripensare senza piangere in quanta penuria si era trovata in quel giorno la Vergine poverella. Una volta, mentre era seduto a pranzo, un frate gli ricordò la povertà della beata Vergine e l’indigenza di Cristo suo Figlio. Subito si alzò da mensa, scoppiò in singhiozzi di dolore, e col volto bagnato di lacrime mangiò il resto del pane sulla nuda terra.
Per questo chiamava la povertà virtù regale, perché rifulse con tanto splendore nel Re e nella Regina. Infatti ai frati, che adunati a Capitolo gli avevano chiesto quale virtù rendesse una persona più amica a Cristo: « Sappiate–rispose, quasi aprendo il segreto del suo cuore–che la povertà è una via particolare di salvezza. Il suo frutto è molteplice, ma solo da pochi è ben conosciuto ».

Dalla “Vita Seconda di San Francesco d’Assisi”