21 luglio – San Lorenzo da Brindisi Sacerdote e dottore della Chiesa

Link alla Messa di San Lorenzo da Brindisi, dal “Lezionario per le messe Proprie dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini

Giulio Cesare Russo (questo era il suo vero nome) nacque a Brindisi – sul luogo in cui egli stesso volle che sorgesse la chiesa intitolata a Santa Maria degli Angeli – il 22 luglio 1559, da Guglielmo Russo ed Elisabetta Masella. Perse il padre da bambino e la madre ch’era appena adolescente. A 14 anni fu costretto a trasferirsi a Venezia da uno zio sacerdote, dove proseguì gli studi e maturò la vocazione all’Ordine dei Minori Cappuccini. Assunse il nome di Lorenzo e il 18 dicembre 1582 divenne sacerdote. Nel 1602 fu eletto Vicario generale. Nel 1618, sentendosi prossimo alla fine, voleva tornare a Brindisi, ma i nobili napoletani lo convinsero a recarsi dal re di Spagna Filippo III, per esporre le malversazioni di cui erano vittime per colpa del viceré spagnolo Pietro Giron, duca di Osuna. Il 22 luglio 1619 padre Lorenzo morì a Lisbona, forse avvelenato. Fu beatificato nel 1783 da Pio VI; canonizzato nel 1881 da Leone XIII; proclamato dottore della Chiesa, col titolo di doctor apostolicus, nel 1959 da Giovanni XXIII. (Avvenire)

Etimologia: Lorenzo = nativo di Laurento, dal latino

Martirologio Romano: San Lorenzo da Brindisi, sacerdote e dottore della Chiesa: entrato nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, svolse instancabilmente nelle regioni d’Europa il ministero della predicazione; esercitò ogni compito in semplicità e umiltà nel difendere la Chiesa contro gli infedeli, nel riconciliare tra loro i potenti in guerra, nel curare il governo del suo Ordine. Il 22 luglio morì a Lisbona in Portogallo.
(22 luglio: A Lisbona in Portogallo, anniversario della morte di san Lorenzo da Brindisi, la cui memoria si celebra il giorno precedente a questo).

Giulio Cesare Russo nacque a Brindisi il 22 luglio 1559. Persi il padre e la madre, a 14 anni fu costretto a trasferirsi a Venezia da uno zio sacerdote, dove proseguì gli studi e maturò la vocazione all’Ordine dei Minori Cappuccini. Assunse il nome di Lorenzo e il 18 dicembre 1582 divenne sacerdote. Nel 1618 i nobili napoletani lo convinsero a recarsi dal re di Spagna per esporre le malversazioni di cui erano vittime per colpa del viceré spagnolo Pietro Giron, duca di Osuna. Il 22 luglio 1619 padre Lorenzo morì a Lisbona. Beatificato nel 1783, canonizzato nel 1881, fu proclamato dottore della Chiesa nel 1959 da Giovanni XXIII.

Questo “Dottore Apostolico”, al secolo Giulio Cesare Russo, nacque a Brindisi il 22-7-1559. Il padre confidò al fratello Don Pietro, professore a Venezia dei chierici di San Marco: “È nato un figliolo, e non so se sia creatura terrestre o celeste”. Nella fanciullezza Cesarino mostrò una spiccata tendenza alla pietà e allo stadio. A otto anni frequentò come oblato le prime scuole dei Padri Conventuali, ma essendo rimasto orfano e solo, a quindici anni raggiunse a Venezia lo zio che amorevolmente lo prese alla sua scuola finché, nel 1575, nonostante la gracile costituzione, fu ammesso in Verona al noviziato dei Padri Cappuccini.
Un documento dice di lui: “Era così devoto, più modesto e osservante degli altri novizi, ed era così puro e semplice, che pareva un angelo”.
Eppure per la debole costituzione e un violento mal di stomaco poco mancò che fosse rimandato a casa. Chiese la guarigione alla Vergine e in riconoscenza dell’aiuto ricevuto, fece voto di digiunare in suo onore tutti i sabati fino alla morte. A Padova iniziò gli studi, li proseguì e concluse a Venezia tra il 1576 e il 1582, favorito da un’intelligenza acuta e da una memoria prodigiosa. Divorò tutti i libri che gli vennero a portata di mano, e per capire la Bibbia nel testo originale studiò l’ebraico, il caldaico e l’aramaico perfino di notte. Con un intervento eccezionale della grazia riuscì a padroneggiare dette lingue così bene che i rabbini lo scambiarono per un ebreo di razza, e scesero a disputare con lui nella stessa lingua dei profeti. Per l’eccessiva tensione e le continue penitenze dovette sospendere gli studi. Ritenuto affetto di tubercolosi, fu ricoverato d’urgenza nell’infermeria del convento di Oderzo. Un giorno, d’improvviso, fu visto dare in uno scoppio incontenibile di singhiozzi. Al P. Guardiano rivelò che la Madonna lo aveva guarito. Ritornò a continuare gli studi a Venezia e a prepararsi al sacerdozio, che ricevette solo per ubbidienza il 18-12-1582.
A qualche mese dall’ordinazione diaconale il santo cominciò a predicare. Dopo d’allora, per quasi tutta la vita, la semina della parola di Dio fu l’occupazione più importante e impegnativa di lui. La maggior parte degli scritti che ci lasciò hanno avuto occasione dalla sua infaticata attività di predicatore. Alla bella presenza che s’imponeva al pubblico, univa una voce potente, un gesto esuberante, doti intellettuali e morali superiori. Confidò ad un confratello: “Quand’io comincio la predica è come se avanti a me si aprisse un libro; io leggo tutto in quel libro”.
D’ordinario, anche durante i corsi di predicazione, si cibava di verdure, di frutta, di sardelle e di pane. Rare volte usava il vino, la carne, il cacio o altre leccornie. Si levava a mezzanotte per recitare il Mattutino, flagellarsi e restare in preghiera fino all’ora della Messa, alla quale faceva precedere sovente la confessione. La sua predicazione, fatta ad ogni categoria di persone, ottenne ovunque clamorosi successi, strepitose conversioni. Non rifiutò neppure di disputare con i capi degli erranti e dei giudei presenti un po’ in tutte le città, con grande mitezza e carità. Per incarico di Gregorio XIII nel 1584 tenne agli ebrei di Roma lezioni apologetico-esegetiche, che riprese per tre anni anche sotto Clemente VIII. Predicando sapeva, all’occorrenza, come un profeta dell’Antico Testamento, grattare nella rogna o scuoiare nel vivo gl’ipocriti e i bricconi, commuovere fino alle lacrime i peccatori, consolare gli afflitti con il dono dei miracoli.
Oltre che predicare, a P. Lorenzo fu imposto pure l’ufficio di reggere con l’autorità i suoi fratelli. Amante della solitudine e della contemplazione, egli accettò le cariche dell’Ordine solo per fare la volontà di Dio, senza mai spingersi avanti o fare a gomitate come i vanitosi e gli sciocchi. E scese fra il gregge non per mungerlo e tosarlo, ma per servirlo e pascerlo.
Nel 1583 gli studenti di teologia e Scrittura sperimentarono la rara efficacia dell’insegnamento di lui, che faceva dello studio e della preghiera il suo pane quotidiano. L’anno successivo fu trasferito a Bassano del Grappa in qualità di Guardiano e Maestro dei Novizi. Rientrò in seguito a Venezia con la carica di superiore locale, a parole e a fatti sempre servo e minimo di tutti. Non aveva imposto ad un frate laico della comunità di fargli da ammonitore?
Non stupisce perciò che i Cappuccini di Toscana a trentun anni lo eleggessero loro Provinciale (1590), carica che gli sarà conferita ancora a Venezia nel 1594 e a Genova nel 1613. Nel contempo dovette subire il giogo delle supreme cariche dell’Ordine, da quella di Custode, a quella di Visitatore, Definitore e Ministro generale (1602). A dispetto della gotta che lo assalì nella virilità, della ripugnanza alla vita attiva onorata e indaffarata, visitò nazioni, province, conventi quasi sempre a piedi nudi e a testa rapata, senza sacca e senza bastone. Dovunque giungeva pungolava all’osservanza dell’austera disciplina cappuccina, incitava allo studio ed esortava alla predicazione. Nella distribuzione delle cariche non badò a vantaggi personali, ma elesse chi gli parve degno, fosse o no del suo partito. Nelle controversie fra sudditi e superiori era solito prendere le difese dei più deboli: i sudditi. Ai superiori rinfacciò l’abuso di lisciare la pecora da cui speravano lana e latte, e di scorticare senza pietà invece l’agnello inerme e indifeso. Durezza e intransigenza nel comando, vanitoso esibizionismo, parzialità nel conferire uffici agl’inferiori, favoritismi e collusioni con i potenti, diplomazia calcolatrice per restare sempre a galla o salire ancora più in alto, sono miserie da cui andò sempre esente P. Lorenzo da Brindisi.
Per la restaurazione e la difesa della fede contro le sette protestanti, nel 1599, l’arcivescovo di Praga aveva fatto richiesta all’imperatore Rodolfo II e al papa Clemente VIII dei Cappuccini. Il primo drappello in Austria-Boemia fu diretto da P. Lorenzo, che fondò i conventi di Vienna, Gratz e Praga, centro della sua attività apostolica e covo di ebrei ostinati, protestanti cocciuti, ussiti furenti, che davano beghe ai cattolici e veleno ai loro principi. Ma dal pulpito, la voce di P. Lorenzo tuonava in tedesco come una tromba dell’ultimo giudizio sui credenti e sui rinnegati, e metteva in subbuglio le coscienze dei tristi, chiariva la mente dei dubbiosi, rinsaldava la virtù dei buoni. In una disputa di tre ore con i capi giudei, sui loro testi biblici originali, sfolgorò tale potenza dialettica, che i rabbini non vollero più scendere ad armeggiare con lui.
In quel tempo (1601) i Turchi, guidati da Maometto III, invasero l’Ungheria. P. Lorenzo, eletto cappellano capo dell’esercito imperiale notevolmente inferiore di numero, entrò animoso nella mischia di Alba Reale e trascinò i soldati a una strepitosa vittoria brandendo come arma il crocifisso con le reliquie della croce, oggi conservato dalle Francescane del monastero degli Angeli di Brindisi, da lui fatto costruire con gli aiuti del Duca di Baviera. Quel giorno la sua fama salì alle stelle perché a lui fu attribuito in gran parte il merito del trionfo. Ma egli non amava parlare di sé e delle meraviglie che in lui operava Dio.
Per sapere qualcosa sul suo conto bisognava cavargli le parole di bocca tanto grande era la sua ripugnanza per la vanagloria, l’ipocrisia e la doppiezza. Abituato a parlare pochissimo con gli uomini, s’immergeva diverse ore del giorno e della notte nella preghiera. Nella piena dei suoi amorosi sensi gli uscivano di bocca sospiri e perfino grida frammiste a lacrime e a battimani per dolore o per gioia incontenibili. Un confratello si azzardò un giorno a chiedergli: “Che avete, Padre? Con chi parlate?”. “Oh, semplicità! Semplicità!” egli si limitò a rispondere. Per lui le ore più care erano quelle della Messa. Il tempo della celebrazione si allungò a mano a mano dalle sei alle dodici ore. Colto da estasi, visioni, circonfuso da luci misteriose, entrava allora in una dimensione a noi ignota e talora versava lacrime miste a sangue. L’interna accensione dello spirito si manifestava ancora esteriormente e a lungo dopo il santo Sacrificio. Dalla sua testa, infatti, sembrava che si sprigionasse del fumo e dalla sua bocca che uscissero delle fiamme.
Dopo le giornate di Alba Reale P. Lorenzo godette alcuni anni di relativa calma in Italia. Poi per volontà di Rodolfo II e di Paolo V dovette ritornare in Germania, dove i protestanti smaniavano, con pieni poteri di Legato papale e Commissario generalizio (1606-1610). Percosso con furore dai luterani di Donauwórth, indusse il consiglio aulico dell’imperatore a punirne la faziosità (1607); sfidò lo stesso anno dinanzi alla corte l’eretico Policarpo Leiser, contro il quale scrisse il suo capolavoro: Lutheranismi Hypotyposis; nel 1610 si scontrò con un altro ministro protestante del duca di Sassonia in merito al culto della Madonna; lavorò con successo alla costituzione di una Lega di Stati cattolici contro l’Unione dei Principi protestanti ottenendo, dopo un’ambasciata a Madrid, l’appoggio del re Filippo III (1609-1610). In funzione di Nunzio apostolico e di ambasciatore del re di Spagna, rimase a Monaco presso il Duca Massimiliano di Baviera. In quel tempo mise per iscritto con disinvoltura le proprie imprese in quelle regioni.
Ritornato in Italia (1613), durante il suo provincialato a Genova, P. Lorenzo fu incaricato da Paolo V di adoperarsi a scongiurare una guerra già iniziata tra Filippo III, re di Spagna, e Carlo Emanuele I, duca di Savoia, a proposito della successione di Mantova. A Milano riuscì a indurre il governatore spagnuolo a più miti consigli. Un giorno, nel solito pigia pigia che lo soffocava quand’era in cammino, egli sentì il puzzo dell’anima putrescente di un concubinario. Lo fissò negli occhi, gli pose sul capo la mano, e lo apostrofò: “Amico, è ormai tempo che diventi un galantuomo!”. Nel ricordo dei genovesi egli è restato il cappuccino che suscitò tra loro fuoco di santità, e risvegliò nel popolo con la parola, l’esempio e il miracolo, fremiti d’indescrivibile entusiasmo, che culminarono talvolta in festose parate trionfali.
Un’ultima difficile missione portò S. Lorenzo da Brindisi, da cinquant’anni un ammasso di acciacchi, da Napoli a Belém (Lisbona), presso Filippo III, accorso in Portogallo per cingerne la corona in difesa della nobiltà e della popolazione Napoletana oppresse e taglieggiate dal viceré, il duca di Ossuna. Vi morì piamente il 22-7-1619, come aveva predetto, dopo molti travagli, mene segrete e persino insulti e minacce di amici e nemici. L’artrite, la gotta, i mali di reni e di stomaco lo paralizzarono a volte fino a rendergli impossibile girarsi da solo in letto e stringere fra le dita la penna. E i dolori erano talora così acuti da strappargli grida che impietosivano. Fu sepolto a Villafranca del Vierzo, nella Galizia (Spagna), presso le monache francescane. Pio VI lo beatificò il 23-1-1783, Leone XIII lo canonizzò l’8-12-1881 e Giovanni XXIII lo dichiarò Dottore della Chiesa nel 1959. Gli scritti biblici, mariani e didattici del santo furono stampati a Padova (1928-1963), e riempirono dieci volumoni in quindici tomi. Viene rappresentato con le braccia aperte, una croce nella mano sinistra e strumenti bellici ai piedi.

Fonte: internet

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15 luglio – San Bonaventura Vescovo e dottore della Chiesa

Giovanni Fidanza, bambino, fu guarito da san Francesco, che avrebbe esclamato: « Oh bona ventura ». Gli rimase per nome ed egli fu davvero una «buona ventura» per la Chiesa. Entrò nell’Ordine dei Frati Minori. Insegnò teologia all’università di Parigi. Nel 1257 venne eletto generale dell’Ordine francescano. Scrisse numerose opere tra cui la «Legenda maior», biografia ufficiale di San Francesco. Fu nominato vescovo di Albano e cardinale. Mentre partecipava al II Concilio di Lione, che segnò un riavvicinamento fra Chiesa latina e Chiesa greca, morì il 15 luglio 1274.

Colui che i posteri chiamarono “dottore serafico” è nato nel 1221 a Bagnorea, sobborgo di Bagnoregio (Viterbo), da Giovanni Fidanza, forse medico. Si orientò presto verso la vita francescana perché sua madre, Ritella, aveva fatto per lui, bambino, un voto al poverello d’Assisi, durante una sua grave malattia da cui era guarito, e perché la vita semplice dei primi discepoli del santo gli aveva fatto capire che quell’ordine era opera di Dio.
I genitori inviarono il figliuolo a Parigi verso il 1236 affinchè frequentasse le arti liberali. Verso il 1243 indossò l’abito dei Frati Minori e studiò sotto la direziono di Alessandro di Hales (11245), fondatore della prima scuola francescana, il quale dell’amato discepolo diceva: “Sembra che Adamo non abbia peccato in lui”. Conseguito il baccalaureato, Bonaventura iniziò il suo insegnamento nel 1248 con il commento al vangelo di S. Luca, e a partire dal 1250 con quello ai IV Libri delle Sentenze di Pietro Lombardo. La maggior parte del sue opere teologiche risalgono a quel periodo in cui attirava attorno a sé gli uditori con i suoi straordinari talenti e le più elette virtù. A partire dal 1252, esponenti del clero secolare, gelosi delle cattedre di teologia molto degnamente occupare da Domenicani e Francescani, capeggiati da Guglielmo di Sant’Amore, si schierarono contro di loro, dipingendoli come i precursori dell’anticristo. Speravano di escluderli dall’insegnamento, ma ai ripetuti loro attacchi, risposero vittoriosamente S. Tommaso e S. Bonaventura i quali, per volontà di Alessandro IV, furono ricevuti ufficialmente dall’università come dottori nel 1257.
All’insegnamento della teologia, allo studio della Scrittura e dei Padri, il santo univa l’esercizio del ministero apostolico. Approfittava sempre di tutte le occasioni per annunciare la parola di Dio al popolo, ai religiosi, al clero, ai cardinali, ai papi, al re di Francia, S. Luigi IX, ai più illustri dottori dell’università.
Dai titoli dei suoi sermoni sappiamo che parlò in diverse chiese di Francia, Spagna, Italia e Germania. Predicava con tanta semplicità, chiarezza e unzione che i suoi contemporanei lo proclamarono primo predicatore del secolo. A Parigi tenne le sue più frequenti predicazioni perché vi risiedeva abitualmente anche dopo che, a soli 36 anni, fu eletto 8° Ministro dell’Ordine nel capitolo convocato a Roma nel 1257, in seguito alle dimissioni del Beato Giovanni da Parma, simpatizzante della corrente estremista degli spirituali.
Nella direzione dei Frati minori, turbati da correnti diverse riguardo all’osservanza della povertà e dal gioacchinismo, S. Bonaventura per 17 anni dispiegò una tale attività che ha potuto essere considerato il secondo fondatore dell’Ordine. Fin da principio prese posizione per la regola approvata da Onorio III nel 1223, e l’impose a tutti con il colore cinerino dell’abito. Nonostante la malferma salute viaggiò assai per visitare le province d’Italia, Francia e Germania; riunì sei capitoli generali in cui riformò gli abusi contrari alla povertà, regolò alcune questioni di liturgia e perfezionò il governo e l’organizzazione dell’Ordine con la revisione delle costituzioni generali nel capitolo tenuto a Narbona nel 1260. Per pacificare i fratelli ed edificare il popolo, in quell’occasione i padri supplicarono il Santo di scrivere la vita del loro fondatore.
Bonaventura scese allora in Italia per interrogare i discepoli del Poverello di Assisi che gli erano sopravvissuti, e visitare la Verna, dove assistette alla consacrazione della chiesa di N.S. degli Angeli, Greccio ed Assisi, dove assistette alla traslazione di S. Chiara. Nel 1263 si recò pure a Roma, in aprile assistette a Padova alla traslazione di S. Antonio, in maggio presiedette il capitolo generale di Pisa in cui si occupò della divisione delle province, i congregati approvarono la sua Leggenda di S. Francesco e riprovarono le altre.
Con la sua attività, prudenza nel governo, zelo nella riforma degli abusi il santo si attirò le simpatie dei pontefici, specialmente del B. Gregorio X, eletto per suo suggerimento a Viterbo dai cardinali i quali, dopo tre anni di sede vacante, non riuscivano ancora ad accordarsi. Il papa, che aveva intenzione di servirsi dei suoi talenti nel II concilio di Lione, il 3-6-1273 gli prescrisse di accettare il cardinalato e l’episcopato di Albano Laziale. Il santo dovette sospendere le sue celebri conferenze in Hexaémeron, tenute alla presenza dei dottori dell’università per confutare le dottrine averroiste già condannate dal vescovo di Parigi, Stefano Tempier, nel 1270.
La commissione incaricata di preparare il concilio, aperto il 7-5-1274, fu presieduta per un anno da lui. Grazie alla sua abilità e santità, nella IV sessione tenuta il 6 luglio, i greci abiurarono il loro scisma. L’unione tuttavia non durò sia perché l’imperatore Michele Paleologo vi aderì spinto da motivi politici, e sia perché il clero e i monaci bizantini vi si opposero. Esausto dai viaggi e dalle fatiche, P. Bonaventura il giorno dopo la proclamazione dell’unione si ammalò e, tra il 14 e il 15 luglio, morì assistito dal papa il quale ordinò a tutti i sacerdoti del mondo di celebrare una Mesa in suffragio della sua anima. Sisto IV lo canonizzò il 14-4-1482, e Sisto V lo proclamò dottore della Chiesa il 14-3-1578. Nel 1562 le sue reliquie furono bruciate dagli ugonotti.
L’attività letteraria di S. Bonaventura è stata veramente prodigiosa. Con S. Tommaso è la maggior figura della Scolastica. In filosofia segue il platonismo di S. Agostino di cui accetta la teoria dell’illuminazione, e le ragioni seminali, la pluralità delle forme sostanziali. Insegna il primato della volontà sull’intelletto e, per conseguenza, indulge di più alla contemplazione mistica che alla nuda speculazione teorica. Nello spirito del Francescanesimo la sua teologia è strettamente cristocentrica.
Tra i suoi “divini opuscoli”, come li chiamava S. Francesco di Sales, merita una speciale considerazione l’Itinerario della mente in Dio in cui, con profonde considerazioni, risale dalle cose a Dio, vedendone anzitutto le vestigia nel creato, poi nell’anima umana; studia quindi la natura divina e i nomi che la S. Scrittura gli da, giungendo infine al grado supremo, che è il rapimento. Ha scritto E. Gilson: “La dottrina di S. Bonaventura segna il punto culminante della mistica cristiana e costituisce la sintesi più completa che mai sia stata realizzata”. Come quasi tutti i suoi contemporanei, il santo non condivise la dottrina dell’immacolato concepimento di Maria. Nell’esposizione delle altre verità mariane non si scosta dalla tradizione.

San Leone Magno sulla misericordia e la verità: “Non potremo ottenere le ricchezze della gloria divina se la misericordia e la verità non avranno in noi dimora”

Dai Discorsi di san Leone Magno.

Sermo 45,2. De Quadragesima VII. PL 54,289‑290.

La règola di vita dei credenti scaturisce dallo stile stesso con cui Dio opera. L’Altissimo, infatti, esige che quelli ch’egli ha creato a sua immagine e somiglianza si sforzino di imitarlo.

Non potremo ottenere le ricchezze della gloria divina se la misericordia e la verità non avranno in noi dimora. Mediante queste vie, infatti, il Signore e venuto verso quelli che avrebbe salvato; e per tali sentieri i salvati devono affrettarsi a incontrare colui che li ha redenti. Così la misericordia di Dio ci rende misericordiosi e la verità ci fa essere veritieri.

L’anima retta cammina per la via della verità come l’anima intrisa di bontà avanza per la via della misericordia.

Eppure questi due sentieri non si separano mai; non si tratta infatti di tendere verso scopi diversi per vie differenti; e crescere nella misericordia non è diverso dal progredire nella verità. Difatti, chi manca di verità non e misericordioso, e chi e privo di bontà non e capace di rettitudine. Non essere ricchi di entrambe queste due virtù, significa l’impossibilita di praticare sia l’una che l’altra.

La carità è la forza della fede e la fede e la fortezza della carità. Ognuna di esse merita il suo nome e porta frutto soltanto se un legame inscindibile le unisce.

Dove non sono presenti insieme, lì anche mancano entrambe, giacché si Offrono aiuto e luce a vicenda fin quando la ricompensa della visione colmerà la brama della fede e senza mutazioni vedremo e ameremo quello che ora non possiamo amare senza la fede né credere senza l’amore.

Fede e carità non permettono di soccombere sotto il peso di basse sollecitazioni, perché come ali possenti sollevano a volo il cuore puro fino all’amicizia e alla visione di Dio.

Fonte: Certosini.info

28 Gennaio San Tommaso d’Aquino Sacerdote e dottore della Chiesa

 Tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te. » 
 (Tommaso d’Aquino, De veritate)

Da Cathopedia, l’enciclopedia cattolica.

Nel Martirologio Romano, 28 gennaio, n. 1:

  « Memoria di san Tommaso d’Aquino, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e dottore della Chiesa, che, dotato di grandissimi doni d’intelletto, trasmise agli altri con discorsi e scritti la sua straordinaria sapienza. Invitato dal beato Papa Gregorio X a partecipare al secondo Concilio Ecumenico di Lione, morì il 7 marzo lungo il viaggio nel monastero di Fossanova nel Lazio e dopo molti anni il suo corpo fu in questo giorno traslato a Tolosa. »
   

7 marzo, n. 9, ricorrenza secondaria:

  « Nel monastero cistercense di Fossanova nel Lazio, transito di san Tommaso d’Aquino, la cui memoria si celebra il 28 gennaio »
   

San Tommaso d’Aquino, detto anche Doctor Angelicus, Doctor Communis (Roccasecca, 1225Fossanova, 7 marzo 1274), è stato un teologo e filosofo italiano. Pio V, nel 1567, lo proclamò Dottore della Chiesa, e Leone XIII, il 4 agosto 1880, patrono delle scuole e università cattoliche.

Rappresenta uno dei principali pilastri teologici della Chiesa cattolica, ma, per il suo metodo di lavoro e per la sua apertura mentale, è punto di riferimento anche per pensatori contemporanei (teologi e filosofi) non di fede cattolica.

Una fondamentale sua caratteristica è la capacità di leggere in modo sia sempre rispettoso sia sempre nuovo anche questioni della filosofia classica, con riferimenti a maestri come Socrate, Platone, Aristotele, ma anche ai loro commentatori successivi, sia tardoantichi sia ebrei sia musulmani. La luce della fede, collocata nel giusto rapporto con quella della ragione, nonché la profonda conoscenza della Bibbia e dei Padri della Chiesa ne fanno un maestro anche per i tempi di oggi.

Biografia

Tommaso d’Aquino nacque a Roccasecca[1], nel feudo dei conti d’Aquino (Frosinone), nel 1225.

Figlio di Landolfo, nobile di origine longobarda, e Teodora, il piccolo Tommaso, a soli cinque anni, fu inviato come oblato nella vicina Abbazia di Monte Cassino per ricevere l’educazione religiosa.

Gli studi e la filosofia

A quattordici anni Tommaso si trasferì a Napoli, dove si dedicò allo studio delle arti all’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, presso il convento di San Domenico Maggiore. È così che, pur fortemente ostacolato dalla famiglia, fece richiesta nel 1244 di essere ammesso all’Ordine domenicano, cosa che avvenne a fine aprile dello stesso anno.

I suoi superiori, avendone intuito il precoce talento, e per consentirgli il completamento degli studi, lo inviarono a Parigi, ma il giovane, prima che potesse giungervi, fu catturato dai suoi familiari e ricondotto al castello paterno di Monte San Giovanni Campano.

Il periodo di prigionia, che durò un anno, fu caratterizzato dalle pressioni della famiglia che voleva fargli rinunciare all’abito domenicano, e si concluse, per intercessione di Papa Innocenzo IV, con la liberazione (o, secondo alcuni biografi, con la fuga) di Tommaso.

Dopo brevi soggiorni, prima a Napoli e poi a Roma, nel 1248 Tommaso giunse a Colonia in Germania per seguire le lezioni di Sant’Alberto Magno[2], filosofo e teologo tedesco, la cui dottrina cercò di conciliare l’Aristotelismo con il Cristianesimo, considerando il metodo empirico di Aristotele molto utile per le scienze naturali e, dal momento che scienza e fede non sono contrastanti, indirettamente giovevole anche per la fede cristiana: conoscere meglio la natura equivale a conoscere meglio l’opera del Creatore. Tommaso fece sua questa istanza di Alberto.

È dibattuto il rapporto che Tommaso ebbe con Aristotele, ma, a questo proposito, dice Marcello Landi:

  « Si può ridurre Tommaso ad un aristotelico tardo? In effetti, per motivi storici e teoretici è meglio fare l’operazione contraria: cercare, cioè, di cogliere la peculiarità e l’originalità del tomismo rispetto all’aristotelismo, se si vuole capire il modo di pensare dell’Aquinate, il cui punto di vista tiene conto di quanto è intervenuto, nel frattempo, in Occidente: l’arrivo del Cristianesimo e del pensiero da esso suscitato. Tommaso, insomma, ha assimilato Aristotele al Cristianesimo, non ha fatto l’operazione contraria. »
 

L’insegnamento

A Colonia, nel 1250 o nell’anno successivo, diventa sacerdote. Dal 1252 invece Tommaso insegnò all’Università di Parigi, iniziando come baccalarius biblicus, e dopo quattro anni poté tenere la sua prima lezione in cattedra.

Nel frattempo, Tommaso combatté contro gli averroisti[3], che ritenevano la fede inconciliabile con la ragione. Secondo Tommaso, invece, la ragione supera le fede, ma non si oppone ad essa.

Tommaso cercò anche, contro l’opinione del dominante indirizzo agostiniano, filosoficamente platonico o neoplatonico, di mostrare la conciliabilità dell’impostazione aristotelica – ovviamente interpretata in modo diverso da quanto facevano gli averroisti e, dove occorreva, opportunamente corretta – con la fede cristiana; Tommaso, in questa operazione, non scadde mai nella polemica, citando anzi sempre con grande stima lo stesso Sant’Agostino; a tal proposito, è da rilevare che fu personalmente in ottimi rapporti con uno dei massimi esponenti contemporanei dell’agostinismo, San Bonaventura.

Nel 1259 Tommaso tornò in Italia: strinse amicizia con Guglielmo di Moerbeke, il grande traduttore di Aristotele dai testi originali greci, e collaborò ad alcuni scritti con papa Urbano IV, presso il convento di Orvieto, dove il pontefice si era temporaneamente stabilito.

Collaboratore dei papi

Su incarico di Urbano IV, compose l’ufficio e gli inni per la festa del Corpus Domini appena istituita (8 settembre 1264); tra essi spicca l’inno Pange Lingua, con le celeberrime ultime due strofe del Tantum Ergo, che la liturgia cattolica ancor oggi canta durante l’esposizione del Santissimo Sacramento.

Successivamente si recò a Roma, per organizzare i corsi dello Studio di Santa Sabina e, nel 1267, papa Clemente IV lo chiamò con sé a Viterbo, dove predicò spesso dal pulpito della chiesa di Santa Maria Nuova.

Proprio durante gli anni trascorsi in Italia compose numerose opere come la Summa contra gentiles, il “De regimine principum”, il “De unitate intellectus contra Averroistas” e buona parte del suo capolavoro, la Summa Theologiae.

Nel 1269 fu richiamato dai suoi superiori a Parigi, per intervenire nella polemica tra Maestri secolari ed Ordini mendicanti; qui dovette anche difendere il suo recupero del pensiero di Aristotele di fronte agli attacchi degli agostinisti, e confutare gli errori dottrinari degli averroisti.

Nel 1272, chiamato da Carlo I d’Angiò, fu nuovamente a Napoli, e si occupò della riorganizzazione degli studi teologici del convento di San Domenico, a cui era annessa la locale Università.

Il 6 dicembre 1273, nella chiesa di San Domenico a Napoli, cadde in estasi, e da quel giorno smise di scrivere, confidando a fra’ Reginaldo da Piperno, suo aiutante e confessore:

  « Tutto quello che ho scritto mi sembra un pugno di paglia a paragone di quello che ho visto e mi è stato rivelato. È venuta la fine della mia scrittura, e spero che sia vicina la fine della mia vita. »
 
(Antonio Livi, Dal senso comune alla dialettica. Una storia della filosofia, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 20042005)

Restò pertanto incompiuta la sua “Summa Theologiae”, in particolare l’ultimo trattato “De Poenitentia”.

Nel gennaio del 1274 papa Gregorio X gli ordinò di presenziare al Concilio di Lione II, per verificare in cosa consistessero le divergenze tra la Chiesa latina e quella greca, e se fosse possibile appianarle; Tommaso, anche se non in buone condizioni di salute, si mise in viaggio.

Durante il tragitto si fermò presso il castello di Maenza, da sua nipote Francesca maritata con il conte Annibaldo de Ceccano, signore di Maenza, ma la sua malattia si aggravò.

Dal momento che desiderava finire i suoi giorni in un monastero, e non essendo in condizione di raggiungere una casa dei Domenicani, fu portato all’abbazia cistercense di Fossa Nuova (oggi Fossanova), a poca distanza da Priverno[4], dove, al termine di una malattia durata qualche settimana, morì il 7 marzo 1274.

La sua tomba si trova presso il convento des Jacobins a Tolosa, in Francia.

L’ipotesi sulla morte

Dante Alighieri, nella Divina Commedia, sostiene che il teologo sia stato avvelenato per ordine di Carlo d’Angiò[5]; il Villani[6] riprende questa credenza, mentre l’Anonimo Fiorentino descrive il crimine e le sue motivazioni. Il Muratori, al contrario, riproducendo il resoconto di uno degli amici del teologo, non fa accenni ad eventuali congiure. Anche il semplice sospetto, comunque, ci comunica la convinzione dei contemporanei che l’opera di Tommaso, con la sua chiara distinzione tra potere spirituale e potere temporale, fosse pericolosa per il partito guelfo, rappresentato dall’Angiò.

Pensiero

Il pensiero dell’aquinate è molto ricco[7].

Ragione, scienza e fede

Il metodo di lavoro di Tommaso è caratterizzato da una grande e critica fiducia nella ragione umana e nelle sue capacità di scoperta: nel commento al De coelo et mundo di Aristotele, ad esempio, Tommaso sostiene che non si debba mai ritenere una teoria scientifica definitivamente vera, perché può sempre succedere che ne venga elaborata una nuova, in precedenza mai concepita da nessuno.

La certezza nell’universale capacità umana di ragionare fa di Tommaso un grande sostenitore del metodo dialogico (cfr. la Summa contra gentiles), capace, come si vede in ogni sua opera, di accogliere senza pregiudizio qualunque contributo di riflessione possa avvicinare alla verità, da qualunque ambiente esso provenga: cristiano o musulmano, ebreo o pagano.

Giungere alla pienezza della verità, che Tommaso identifica con Dio, non è, però, alla portata della sola ragione umana: dobbiamo fare ricorso ad una superiore fonte di conoscenza: la Rivelazione. Per Tommaso però “superiore” non vuol dire “contrastante”. Tommaso è molto lontano dalla teoria della doppia verità degli averroisti latini, i quali ritenevano, secondo l’impostazione di Sigieri di Brabante, che la fede e la ragione potessero rispondere in modo non solo diverso, ma addirittura opposto alla stessa domanda, e che si dovessero tenere per buone entrambe le risposte. Per lui, invece, la fede e la ragione, se rettamente intese, non possono mai essere in contrasto tra loro, provenendo entrambe da Dio; la differenza tra esse sta nel fatto che la seconda, anche quando parla di Dio, lo fa a partire dalla sua manifestazione nella natura, mentre la prima è fondata sulla conoscenza che Dio stesso ha di sé. Da qui deriva il suo primato.

La teologia, che si basa sulla Rivelazione divina, e che è una scienza per gli uomini solo in quanto subalterna alla scienza di Dio, ha lo stesso statuto epistemologico di altre scienze quali la prospettiva e la musica, che ricevono, senza né dimostrarli né poterli considerare di per sé evidenti, i propri principi di lavoro rispettivamente dalla geometria e dall’aritmetica.

L’Autonomia della natura e l’Antropologia

L’idea che la ragione non venga annullata dalla fede, ma conservi, anzi, una sua forma di autonomia, è organica al complessivo impianto tomista del rapporto tra Dio e mondo: Dio non si sostituisce alle creature agendo al loro posto, ma fa sì che l’azione sia un prodotto delle creature stesse. Autonomia, in questo senso, è ben lontana dall’indipendenza: le creature anzi dipendono da Dio per tutto il loro essere.

Anche nel caso della grazia è opportuno parlare di causa principale (Dio) e di causa strumentale (la volontà umana). Il principio che Dio dà alle cose non solo di essere, ma anche di essere causa, comporta numerose conseguenze:

  • la possibilità, in teologia, di comporre una forte sottolineatura della predestinazione divina con la certezza della libertà umana;
  • il superamento, in cosmologia, della teoria agostiniana delle ragioni seminali;
  • l’affermazione, in gnoseologia, che l’illuminazione intellettiva deriva all’uomo non direttamente da Dio, ma da Dio (causa principale) attraverso l’intelletto agente (causa strumentale) che, con queste premesse, non può che essere individuale, contro le teorie di Alessandro di Afrodisia, di Avicenna e di Averroè.

L’antropologia assunta, dunque, è quella aristotelica: l’uomo non è un’anima che si serve di un corpo, ma è un composto corpo-anima, un sinolo, una creatura al confine tra mondo della materia e mondo degli esseri spirituali. Il che, tra l’altro, concorda con la dottrina cristiana della resurrezione dei corpi, dottrina più forte e caratterizzante della semplice affermazione della sopravvivenza delle anime. Proprio quell’Aristotele che pareva così lontano dal Cristianesimo aiuta quindi, secondo Tommaso, a capirne meglio gli insegnamenti.

Fatto notare che l’intima unione tra corpo e anima comporta che ogni nostra conoscenza derivi dai sensi, Tommaso coglie l’occasione per interrogarsi sull’oggetto proprio del conoscere umano (noi cogliamo le nostre stesse percezioni o cogliamo, attraverso le percezioni, delle realtà esterne a noi?) e, scartato l’idealismo gnoseologico, si orienta verso il realismo, sottolineando la capacità intuitiva del nostro intelletto.

Ugualmente realista, benché moderato, è l’orientamento assunto nella disputa sugli universali, dove il motivo del contendere è lo status ontologico degli universali (concetti, generi, specie, ecc.):

  • Sono enti reali, come vuole la dottrina platonica del mondo delle Idee?
  • Sono reali solo in quanto proprietà delle cose individuali e nelle cose individuali, come sostiene Aristotele?
  • Oppure appartengono solo al nostro modo di conoscere e denominare le cose, non essendo altro che puri nomi, o al massimo concetti?

L’Aquinate, dunque, ricordando la posizione di Boezio – che ricercava una mediazione tra Platone ed Aristotele, e che poneva, come era usuale in età patristica, le Idee di Platone nella mente di Dio – attribuisce agli universali una sussistenza sia nella mente di Dio, come possibilità di partecipazione dell’essere (ante rem), sia nelle cose come loro essenza (in re), sia nella mente dell’uomo come concetto (post rem).

La filosofia dell’essere

Lo studio dell’essere è il cuore del pensiero di Tommaso, che ha creato una vera e propria filosofia dell’essere: rovesciando l’idea aristotelica della centralità della sostanza ed accogliendo i suggerimenti di Avicenna, che afferma la necessità, nel considerare gli enti, di tenere distinte l’essenza e l’esistenza, Tommaso attribuisce all’essenza una posizione di semplice potenza in confronto a quel particolare atto che è l’atto di essere (cfr. il De ente et essentia), perfezione prima di ogni ente.

Come in Aristotele era chiara la distinzione tra essere in potenza ed essere in atto, altrettanto chiaramente Tommaso elabora il concetto di essere come atto. Essere non indica una semplice presenza, essere indica un’attività, la più alta e completa delle attività. L’essenza è addirittura ciò che, determinando e coartando l’essere, lo limita e lo impoverisce: l’essenza umana, che mi è propria, stabilisce in quali modi posso essere, ma contemporaneamente stabilisce anche in quali modi non mi è assolutamente dato di poter essere. Da questo punto di vista, Dio, che non ha limiti, non ha altra essenza se non l’esistenza: semplicemente è, senza distinzioni e senza composizioni; le creature, invece, hanno l’essere, cioè ne partecipano solamente, sono composte di essenza e di esistenza: perciò, anche quando esistono di fatto, sono sempre contingenti, cioè tali da poter anche non essere.

Partecipazione è il concetto che esprime sul piano ontologico quello che è analogia sul piano logico, indicando il possesso parziale di una realtà che altrove è presente nella sua pienezza. Già Aristotele aveva individuato quella che usualmente è definita analogia di attribuzione[8]; da parte sua, Tommaso coglie anche l’analogia di proporzionalità[9] Essere è un concetto analogico non solo secondo il primo modo, come ha visto Aristotele, ma anche secondo l’altro.

La nozione di analogia rende possibile a Tommaso affrontare la diatriba tra teologia catafatica-affermativa ed apofatica-negativa senza né schiacciarsi su una delle due posizioni (il sostenere che sia possibile parlare di Dio utilizzando sostanzialmente i concetti umani oppure il negare che a Dio si possa attribuire alcunché, se non in modo negativo o causativo) né porsi in una banale equidistanza: il modo con cui diamo dei “nomi” (sostantivi od aggettivi) a Dio deve prevedere tre passaggi:

  • affermare (es.: “Dio è buono”);
  • negare (es.: “Dio non è buono come lo sono le creature”);
  • affermare su un piano infinitamente superiore (es.: “Dio è buono in un modo infinitamente superiore”).

Poiché in Dio tutto è Dio, e perciò coincide, vi devono essere identiche anche quelle perfezioni che sulla terra sembrano opposte; poiché non sappiamo come questo sia possibile, dobbiamo confessare che, alla fine, la natura di Dio ci sfugge, ed ha ragione Agostino: Deus scitur melius nesciendo, “Dio è conosciuto meglio non conoscendolo”.

L’esistenza di Dio

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce: Cinque vie.

L’esistenza di Dio non può essere provata a priori, perché, per accettare ad esempio l’argomento ontologico di Anselmo, dovremmo conoscere l’essenza di Dio, il che, in questa vita, non si dà. Rimangono valide delle prove a posteriori.

Tommaso parla di cinque vie, a partire:

  1. dall’osservazione del movimento: se osservo un qualsiasi mutamento, devo necessariamente presupporre un motore, cioè un agente che abbia originato il mutamento; se esso è a sua volta mosso, allora necessita di un altro motore; perché ogni motore muova in atto e non solo ion potenza, occorre che il primo motore sia immobile: esso è ciò che chiamiamo Dio;
  2. dalla causalità efficiente: si procede in modo analogo al caso precedente, applicando il procedimento al fatto che osservo l’esistenza di realtà che non si spiegano da sé, ma sono effetto di qualcos’altro; anche in questo caso deve esistere una causa efficiente prima, che chiamiamo Dio: si noti che l’argomento usa un metodo aristotelico per raggiungere conclusioni molto lontane da Aristotele stesso, in quanto secondo lo Stagirita Dio non è causa efficiente del mondo, ma ne è solo causa finale;
  3. dalla riflessione sulla contingenza: l’esperienza ci attesta che esistono cose che possono essere come non essere, cioè sono contingenti (in cui, dunque, l’essenza non comprende l’esistenza); ma cose siffatte talvolta sono talvolta no; dunque, se esistono solo cose contingenti, deve necessariamente esserci stato un momento in cui esse tutte insieme non erano; perciò dobbiamo ammettere l’esistenza di qualcosa di necessario, in cui cioè l’essenza comprenda l’esistenza: tale cosa tutti chiamano Dio;
  4. dai gradi di perfezione: se possiamo osservare, nel mondo, cose con una “perfezione” posseduta in grado più o meno elevato, dobbiamo ammettere l’esistenza di quella perfezione ad un livello massimo; tale livello assoluto di perfezione, richiesto dal relativo che noi vediamo, è normalmente chiamato Dio;
  5. dalla considerazione che vi sono oggetti naturali non dotati di volontà che agiscono però in modo ordinato e finalizzato: infatti, sempre, o per lo più, essi operano in un determinato modo; il che richiede che un essere intelligente abbia dato razionalità al cosmo: quest’essere è quello che chiamiamo Dio.

Una versione sintetica di questi argomenti è presente nella Summa Theologiae, mentre se ne può trovare una discussione più approfondita, anche se solo di alcuni, nella Summa contra Gentiles. I richiami teoretici sono: per le prime due vie ad Aristotele (sia pure con la precisazione sopra esposta), per la terza ad Avicenna, per le ultime due ad Agostino ed al platonismo, per l’ultima anche a Socrate.

Etica e politica

Oltre che fondamento e causa efficiente del mondo, Dio ne è anche il fine: nell’uomo, in particolare, l’agire consapevole è sempre in vista di un fine. Ma c’è un fine ultimo, criterio di ogni atto di scelta? Sì: è raggiungere la beatitudine, che Tommaso intende in senso oggettivo: quella realtà capace di rendere beati. Tale può essere solo il bene infinito, perché i beni finiti non ci possono quietare in tutti i nostri desideri, ed il bene infinito, l’infinito essere, è Dio.

Il mio personale stato di benessere soggettivo è allora conseguenza del raggiungimento del fine, non è fine esso stesso. Così la legge è soltanto mezzo per raggiungere il fine, non fine essa stessa. Nel momento in cui obbedire alla legge (qualsiasi legge) mi allontana dal fine, la legge non vale più. Tommaso parla nella Summa Theologiae di una speciale virtù che aiuta a capire quando è il momento di disobbedire.

La legge può essere distinta in quattro livelli:

  1. legge eterna, nella mente di Dio, e pertanto non conoscibile da noi in modo diretto;
  2. legge naturale, che è una partecipazione della prima e si può cogliere con la ragione;
  3. legge positiva, che è posta dagli uomini e non deve contrastare la legge naturale, pena la perdita di validità: posso ribellarmi ad una legge che calpesti un mio diritto naturale, devo farlo se la legge vuole impormi di calpestare un diritto altrui[10];
  4. legge divina, che vale per chi accetta il Cristianesimo e non può essere imposta a chi è fuori dalla Chiesa.

Questa concezione del diritto fonda la reciproca autonomia dei poteri politico e religioso: Tommaso, contrario alla teocrazia, afferma che l’autorità politica è legittimata da Dio attraverso il consenso popolare, non attraverso il Papa. La società migliore, anzi, è quella in cui tutti sono elettori e tutti eleggibili[11].

Interessante, a riguardo della legge naturale, è il fatto che esista una gerarchia nei diritti naturali: ad esempio, quello alla proprietà è subordinato, e funzionale, al diritto alla vita. Ne deriva che, qualora il diritto alla vita di qualcuno si possa affermare solo con l’appropriazione di beni (magari superflui) altrui, quest’appropriazione è pienamente giustificata; la proprietà privata, insomma, per quanto in sé legittima, va sempre coniugata con un uso sociale dei beni.

Le riflessioni dell’Aquinate sul diritto naturale si sono rivelate di grande importanza nella storia del pensiero occidentale, soprattutto per la nascita del moderno diritto internazionale[12] e per la formazione della dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum Novarum di Leone XIII (1891) fino ad oggi.

Culto

Tommaso fu canonizzato il 18 luglio 1323 da papa Giovanni XXII, proclamato Dottore della Chiesa nel 1567 e patrono delle scuole e università cattoliche il 4 agosto 1880.

La sua memoria liturgica, da secoli fissata al 7 marzo, giorno del suo decesso, è stata spostata dopo il Concilio Vaticano II al 28 gennaio, data della traslazione del 1369; ciò in ottemperanza alla raccomandazione di spostare le feste liturgiche dei santi dal periodo quaresimale e pasquale.

Le sue reliquie sono venerate in vari luoghi, a seguito dei trasferimenti parziali dei suoi resti. Inizialmente Tommaso fu sepolto presso l’altare maggiore della chiesa dell’abbazia di Fossanova; e poi per alterne vicende e richieste autorevoli, smembrati nel tempo; sono venerate a Fossanova, nel Duomo della vicina Priverno, nella chiesa di Saint-Sermain a Tolosa, in Francia, portate lì nel 1369 dai Domenicani, su autorizzazione di papa Urbano V, e poi altre a San Severino, su richiesta dalla sorella Teodora e da lì trasferite poi a Salerno; altre reliquie si trovano nell’antico convento dei Domenicani di Napoli e nel Duomo della città.

Il 7 marzo, nel monastero cistercense di Fossanova nel Lazio, si celebra il transito di san Tommaso.

Da Cathopedia, l’enciclopedia cattolica.

Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori Vescovo e dottore della Chiesa

Tracciare un profilo breve di un santo, grande e longevo quale fu il napoletano Alfonso Maria de’ Liguori, è quasi un’impresa. Qui lo si ricorda soprattutto per la sua tutela dei moralisti, come dal nuovo titolo conferitegli da papa Pio XII nel 1950. Il significato del suo nome, Alfonso, rispecchia sinteticamente la sua personalità: valoroso e nobile.

  L’attualità del santo di Napoli sta nel fatto che, pur contrastando nella sostanza il relativismo morale e riconoscendo la Chiesa cattolica come suprema maestra, diede spazio alle “voci interiori della coscienza” e mantenne una posizione di equilibrio e di pratica prudenza tra i due estremi del rigorismo e del lassismo. Tale posizione affiora in quasi tutte le sue numerosissime opere di meditazione e di ascetica, ma soprattutto è sempre presente nell’ancora oggi studiata Theologia moralis. È questo in effetti il vero capolavoro di colui che, canonizzato nel 1839, venne decretato da papa Pio IX Dottore della Chiesa nel marzo 1871.

  Alfonso Maria de’ Liguori nacque il 27 settembre 1696 a Marianella, nei pressi di Napoli, nel palazzo di villeggiatura della nobile famiglia: il padre Giuseppe era ufficiale di marina e la madre, Anna Cavalieri, apparteneva al casato dei marchesi d’Avenia. Egli fu il primo dei loro otto figli e crebbe all’insegna di una robusta educazione religiosa, addolcita però sempre da sentimenti di compassione nei riguardi dell’infelicità altrui. Si suole suddividere la sua vita in cinque distinti periodi, in ognuno dei quali la personalità si arricchiva o si modulava con tanta fede in Gesù e con grande devozione a Maria e alle sue “glorie”.

  Fino a ventisette anni prevalsero gli studi privati nel campo della musica, delle scienze, delle lingue e del diritto, seguiti da una iniziale brillante carriera forense. Questa si interruppe improvvisamente per una delusione provata in un processo giudiziario tormentato di falsità. Tra il 1723 e il 1732 si colloca il periodo ecclesiastico con l’ordinazione sacerdotale nel 1726 e l’esercizio ad ampio raggio del ministero. Quando nel 1730 fu mandato a Scala, sopra Amalfi, esplose la sua spiritualità con la fondazione due anni dopo e poi la diffusione della Congregazione del SS. Salvatore, successivamente approvata dal papa Benedetto XIV come Congregazione del SS. Redentore.

  L’intento era quello di imitare Cristo, cominciando dai redentoristi stessi, i quali andavano via via operando per la redenzione di tante anime con missioni, esercizi spirituali e varie forme di apostolato straordinario.

  Mantenendo la carica di Rettore Maggiore della Congregazione, Alfonso Maria de’ Liguori fu poi, dal 1762 al 1775, vescovo di S. Agata dei Goti, centro oggi in provincia di Benevento e allora sede episcopale di un’area montagnosa, povera e bisognosa di ogni forma di aiuto, al quale il santo rispose con generosità.

  Ammalato di artropatia deformante e quasi cieco, dopo dodici anni di direzione diocesana, Alfonso Maria si dimise e si ritirò nella casa dei suoi fratelli a Nocera de’ Pagani, in provincia di Salerno, tra preghiere e meditazioni. Là morirà il 1° agosto 1787, non senza avere prima subito la dura tribolazione di uno sdoppiamento dei suoi confratelli, ciò che si ricompose soltanto sei anni dopo la sua morte. La Chiesa universale lo ricorda solennemente ogni anno in occasione del dies natalis.


Autore:
Mario Benatti

Dal sito santiebeati.it