22 maggio – Santa Rita da Cascia, Vedova e religiosa

 

 

È il 1381 e nel piccolo borgo di Roccaporena nasce una bambina molto speciale: il suo nome è Margherita, ma tutti la chiamano Rita. La straordinarietà della piccola Rita si mostra al mondo a soli cinque giorni dalla nascita, quando la tradizione le attribuisce il prodigio delle api bianche.

 

Figlia unica di Antonio Lotti e Amata Ferri, la piccola riceve il battesimo nella chiesa agostiniana di San Giovanni Battista, a Cascia.

 

I genitori di Rita svolgono un ruolo molto delicato nella società del tempo, fatta di sanguinose lotte di faida, vendette familiari e scontri politici tra guelfi e ghibellini. Antonio e Amata sono, infatti, “pacieri di Cristo”, hanno il compito cioè di mettere d’accordo le parti in opposizione. Allo stesso tempo, seguono con dedizione l’educazione della loro figlia, insegnandole anche a leggere e scrivere.

 

Crescendo, Rita frequenta le monache agostiniane del monastero Santa Maria Maddalena di Cascia e la chiesa di San Giovanni Battista, imparando ad amare San Giovanni, Sant’Agostino e San Nicola da Tolentino (allora, beato). La giovane sale spesso sullo Scoglio di Roccaporena (suggestivo sperone roccioso che svetta sulla valle fino a 120 metri circa) per pregare Dio e i suoi tre santi protettori, immersa nella bellezza del creato.

 

Verso i 16 anni, nella chiesa di San Montano, Rita sposa Paolo di Ferdinando Mancini, figlio del suo tempo anche per la vita violenta che conduce. Insieme, hanno due bambini: Giangiacomo e Paolo Maria. Tutta dedita ai suoi cari, Rita aiuta il marito ad avvicinarsi al Vangelo, attraverso il lavoro onesto e l’apertura al dialogo verso gli altri. La famiglia Mancini è probabile che viva in un mulino, fra Roccaporena e Cascia, dove i giorni sono fatti di lavoro umile e preghiera. Passano così 18 anni.

 

Come un fulmine a ciel sereno, Paolo resta ucciso in un agguato, vittima dell’odio tra le fazioni, sotto gli occhi della moglie. Rita crolla nel dolore più profondo e si rifugia in Dio. Nonostante i parenti invochino vendetta per il marito, la donna decide coraggiosamente di non rivelare il nome dei criminali per mettere fine alla scia di sangue.

 

Rita cerca di insegnare il perdono anche ai suoi figli, che però covano risentimento contro gli assassini del padre. Così, come ogni madre può fare, affida le loro anime a Dio, perché vegli su di loro affinché non cedano alla spirale dell’odio e della violenza. Di lì a poco, Giangiacomo e Paolo Maria muoiono di malattia, uno a breve distanza dall’altro. Anche se devastata dalla tragedia, Rita accetta la morte dei figli trovando appiglio nella sua fede.

 

A 36 anni, Rita resta sola. I suoi due figli e suo marito non ci sono più. È in questo momento, che decide di continuare a dare senso alla sua vita entrando nel Monastero agostiniano Santa Maria Maddalena, a Cascia. Si rivolge così alla Badessa, chiedendole di accoglierla in comunità, ma purtroppo riceve un secco rifiuto.

 

È probabile che la causa sia stata la presenza di una monaca imparentata con Paolo (marito di Rita) che, come il resto della famiglia, non accettava il silenzio di Rita sul nome degli assassini dell’uomo.
Ancora una prova impegnativa, per questa piccola grande donna, che la vede protagonista della riconciliazione finale tra le due famiglie coinvolte nella faida. Solo dopo aver messo pace fra tutti, Rita riesce finalmente a entrare in monastero, è il 1407.

 

La tradizione racconta che Rita viene trovata dalle sue consorelle direttamente dentro il Coro del monastero, trasportata al di qua delle mura dai suoi santi patroni (Sant’Agostino, San Giovanni Battista e San Nicola da Tolentino) in modo miracoloso. Probabilmente, quest’immagine tradizionale simboleggia un’assidua preghiera da parte della donna ai suoi protettori, per ottenere il permesso di entrare in monastero.

 

Alla fine dei suoi giorni, malata e costretta a letto, Rita chiede a una sua cugina venuta in visita da Roccaporena di portarle una rosa e due fichi dall’orto della casa paterna. Ma siamo in inverno e la cugina l’asseconda, pensandola nel delirio della malattia. Tornata a casa, la giovane parente trova in mezzo alla neve una rosa e due fichi e, stupefatta, subito torna a Cascia per portarli a Rita.

 

Da allora, la rosa è il simbolo ritiano per eccellenza: come la rosa, Rita ha saputo fiorire nonostante le spine che la vita le ha riservato, donando il buon profumo di Cristo e sciogliendo il gelido inverno di tanti cuori. I due fichi, invece, può darsi che rappresentino i suoi figli e la consapevolezza che, malgrado tutto, si sono salvati.

 

Il 22 maggio 1457, a 76 anni, Rita muore e le campane suonano da sole per annunciare il suo transito. Da allora, ogni volta che sale al cielo una monaca del Monastero Santa Rita da Cascia, le campane vengono suonate a festa. Lo stesso giorno della morte di Rita, uno sciame di api nere viene avvistato nel cortile del monastero, come se quelle bianche dell’infanzia si fossero vestite a lutto. Sono di una specie rara, detta muraria per la loro attitudine a insediarsi nelle crepe del cemento. Le api murarie hanno fatto il nido in alcuni fori del muro, accanto alla vite miracolosa. Sono lì, ancora oggi.

 

I primi miracoli erano registrati nel Codex miraculorum (il Codice dei miracoli), dove troviamo anche quello di Cicco Barbari. Tra la gente accorsa in chiesa per l’ultimo saluto a Rita, c’è un falegname che non può più lavorare a causa di una grave invalidità alle mani. Si chiama Cicco e, nel vedere il corpo di Rita, dice: «Oh, se non fossi “struppiato”, la farei io questa cassa!». Immediatamente guarisce e gli viene affidato il lavoro dalle monache, che lo conoscevano bene. Così vuole una delle tradizioni, che ricorda come primo miracolato da Rita dopo la morte, l’artigiano che ha costruito la sua bara (detta “cassa umile”), in attesa di prepararne una più degna, decorata da dipinti e fregi di particolare valore simbolico (detta “cassa solenne”).

 

Visitando il Monastero si può vedere la cassa solenne, dove è dipinto il vero volto della santa e un’iscrizione che riassume gli ultimi anni della sua vita. Si tratta della testimonianza più antica e preziosa che abbiamo di Rita. Nel 1457, Rita appena morta non è certo ancora una santa. Non è nemmeno beata. Mancano oltre cento anni al primo processo e più di quattro secoli alla sua canonizzazione. Eppure l’anonimo artista la dipinge con l’aureola. Non è la classica aureola circolare, piena, usata dai pittori per simboleggiare la santità proclamata dalla Chiesa. Si tratta di un chiarore che si espande intorno a raggiera, emanando scintille che tendono a perforare l’oscurità circostante come una trama sottile di aghi. Quella di Rita non è l’aureola distintiva degli eletti, ma il segno di chi si è spinto, ancora in vita, oltre la soglia dell’umano.

 

Ad ogni miracolo, da allora, si sente un dolce profumo di rosa emanato dal suo corpo e tale miracolo è stato anche accertato e riconosciuto nel processo che l’ha dichiarata santa. Questo segno si ripete tutt’oggi. I miracoli accaduti per intercessione di Santa Rita sono stati talmente numerosi, che il popolo l’ha proclamata santa degli impossibili, per sottolineare che Rita era al fianco dei più bisognosi, in vita come dopo la sua morte.
Migliaia, sono le testimonianze di grazie ricevute che ogni anno arrivano in monastero.

 

La venerazione di Rita da Cascia da parte dei fedeli inizia subito dopo la sua morte, come testimonia la cassa solenne e il Codex miraculorum (Codice dei miracoli), entrambi del 1457-62.
La sua beatificazione è del 1627, 180 anni dopo la sua morte, durante il pontificato di Urbano VIII Barberini, che era stato vescovo di Spoleto.

 

La canonizzazione di Rita da Cascia coincide con il Giubileo del 1900, voluto con fermezza dall’ultranovantenne pontefice Leone XIII. La devozione popolare cattolica per santa Rita è tutt’ora senza dubbio una delle più diffuse al mondo, raccogliendo fedeli in ogni angolo della Terra. Oggi, i pellegrini che fanno omaggio alla patrona dei casi impossibili, visitando il Santuario Santa Rita di Cascia, sono circa un milione ogni anno.

 

Le sue ossa, dal 18 maggio 1947, riposano nella Basilica Santa Rita a Cascia, dentro l’urna d’argento e cristallo realizzata nel 1930. Indagini mediche hanno accertato la presenza di una piaga ossea (osteomielite) sulla fronte, a riprova dell’esistenza della stigmata. Il viso, le mani e i piedi sono mummificati, mentre sotto l’abito di suora agostiniana c’è l’intero scheletro. Il piede destro ha segni di una malattia sofferta negli ultimi anni, forse una sciatalgia, mentre la sua statura era di 1,57 m.

 

 Fonte: http://www.santaritadacascia.org/

 

Sul sito puoi trovare tutte le preghiere a Santa Rita.

 

Si trova anche la Santa Messa in onore di Santa Rita da Cascia.

16 gennaio – Santi Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto Protomartiri dell’Ordine dei Frati Minori

Protomartiri dell’Ordine dei Frati Minori Santi Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto

m. Marrakech (Marocco), 16 gennaio 1220

 Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni. Giunti nella Spagna, sprezzanti del pericolo, cominciarono a predicare la fede di Cristo nelle Moschee. Condotti dinanzi al Sultano e imprigionati, e poi trasferiti nel Marocco con l’ordine di non predicare più il nome di Cristo, continuarono con estremo coraggio ad annunciare il Vangelo. Per questo furono crudelmente torturati e, infine, decapitati il 16 gennaio 1220 per ordine del principe dei Mori. All’annuncio del glorioso martirio, san Francesco esclamò: “Ora posso dire con sicurezza di avere cinque Frati Minori”. Furono canonizzati dal papa francescano Sisto IV nel 1481.

Martirologio Romano: Presso la città di Marrakesch in Mauritania nell’odierno Marocco, passione dei santi martiri Berardo, Ottone, Pietro, sacerdoti, Accorsio e Adiuto, religiosi, dell’Ordine dei Minori: mandati da san Francesco ad annunciare il Vangelo di Cristo ai musulmani, catturati a Siviglia e condotti a Marrakesch, per ordine del capo dei Mori furono trafitti con la spada.

La Chiesa universale venera il diacono Santo Stefano quale primo martire della cristianità, ma anche le Chiese locali, nonché le congregazioni religiose, hanno da sempre prestato da sempre particolare venerazione ai loro protomartiri. In data odierna è l’Ordine dei Frati Minori a festeggiare quei confratelli che per primi hanno versato il loro sangue a perenne testimonianza della loro fede cristiana: Berardo, Otone, Pietro, Accursio e Adiuto, questi i loro nomi, furono i primi missionari inviati da San Francesco nelle terre dei Saraceni.
Sei anni dopo la sua conversione, fondato l’Ordine dei Frati Minori, San Francesco si sentì acceso dal desiderio di martirio e decise di recarsi in Siria per predicare la fede e la penitenza agli infedeli. La nave su cui viaggiava finì però a causa del vento sulle rive della Dalmazia ed egli fu costretto a ritornare ad Assisi. Il desiderio di ottenere la corona del martirio continuò comunque a pervadere il cuore di Francesco e pensò allora di mettersi in viaggio verso il Marocco per predicare il Vangelo di Cristo al Miramolino, capo dei musulmani, ed ai suoi sudditi. Giuntò in Spagna, fu però costretto nuovamente a fare ritorno alla Porziuncola da un’improvvisa malattia.
Nonostante i due insuccessi subiti, organizzò l’Ordine in province e provvide a mandare missionari in tutte le principali nazioni europee. Nella Pentecoste del 1219 diede inoltre licenza al sacerdote Otone, al suddiacono Berardo ed ai conversi Vitale, Pietro, Accursio, Adiuto, di recarsi a predicare il Vangelo ai saraceni marocchini, mentre egli optò per aggregarsi ai crociati diretti in Palestina, al fine di visitare i luoghi santi e convertire gli infedeli indigeni.Ricevuta la benedizione del fondatore, i sei missionari raggiunsero a piedi la Spagna. Giunti nel regno di Aragona, Vitale, capo della spedizione, si ammalò, ma ciò non impedì agli altri cinque confratelli di proseguire il loro cammino sotto la guida di Berardo. A Coimbra, in Portogallo, la regina Orraca, moglie di Alfonso II, li ricevette in udienza. Si riposarono alcuni giorni nel convento di Alemquer, beneficiando dell’aiuto dell’infanta Sancha, sorella del re, che fornì loro degli abiti civili per facilitare la loro opera di apostolato tra i mussulmani. Così abbigliati, si imbarcarono alla volta della sontuosa città di Siviglia, a quel tempo capitale dei re mori. Non propriamente prudenti, si precipitarono frettolosamente alla principale moschea ed ivi si misero a predicare il Vangelo contro l’islamismo. Furono naturalmente presi per folli e malmenati, ma essi non si scomposero e, recatisi al palazzo del re, chiesero di potergli parlare. Miramolino li ascoltò di malavoglia e, non appena udì qualificare Maometto quale falso profeta, andò su tutte le furie ed ordinò di rinchiuderli in un’oscura prigione. Suo figlio gli fece notare che farli decapitare subito sarebbe stata una sentenza troppo rigirosa, quanto sommaria, ed era dunque preferibile osservare perlomeno qualche formalità. Dopo alcuni giorni il sovrano li fece chiamare davanti al suo tribunale e, avendo saputo che desideravano trasferirsi in Africa, anziché rimandarli in Italia li accontentò imbarcandoli su un vascello pronto a salpare per il Marocco.Compagno di viaggio dei cinque missionari fu l’infante portoghese Don Pietro Fernando, fratello del re, assai desideroso di ammirare la corte di Miramolino. Sin dal loro arrivo nel paese africano, Berardo, conoscitore la lingua locale, prese subito a predicare la fede cristiana dinnanzi al re ed a criticare Maometto ed il Corano, libro sacro dei musulmani. Miramolino li fece allora cacciare dalla città, ordinando inoltre che fossero rimandati nelle terre cristiane. Ma i frati, non appena furono liberati, rientrarono prontamente in città e ripresero a predicare sulla pubblica piazza. Il re infuriato li fece allora gettare in una fossa per farveli perire di fame e di stenti, ma essi, dopo tre settimane di digiuno, ne furono estratti in migliori condizioni rispetto a quando vi erano stati rinchiusi. Lo stesso Miramolino ne restò alquanto meravigliato. Ciò nonostante dispose per una seconda volta che fossero fatti ripartire per la Spagna, ma nuovamente essi riuscirono a fuggire e tornarono a predicare, finché l’infante di Portogallo non li bloccò nella sua residenza sotto sorveglianza, temendo che il loro eccessivo zelo potesse pregiudicare anche i cristiani componenti il suo seguito.
Un giorno Miramolino, per sedare alcuni ribelli, fu costretto a marciare con il suo esercito, richiedendo anche l’aiuto del principe portoghese. Quest’ultimo vi erano però anche i cinque francescani ed un giorno, in cui venne a mancare l’acqua all’esercito, Berardo prese una vanga e scavò una fossa, facendone scaturire un’abbondante sorgente di acqua fresca con innegabile grande meraviglia da parte dei mori. Continuando però a predicare malgrado la proibizione del re, furono nuovamente fatti arrestare, sottoposti a flagellazione e gettati in prigione. Furono poi allora consegnati alla plebe, perché facesse vendicasse le ingiurie da loro proferite contro Maometto: furono così flagellati ai crocicchi delle strade e trascinati sopra pezzi di vetro e cocci di vasi rotti. Sulle loro piaghe vennero versati sale e aceto misti ad olio bollente, ma essi sopportarono tutti questi dolori con tale fortezza d’animo tanto da sembrare impassibili. Miramolino non poté che rimanere ammirato per tanta pazienza e rassegnazione e cercò dunque di convincerli ad abbracciare l’Islam promettendo loro ricchezze, onori e piaceri. I cinque frati però respinsero anche le cinque giovani loro offerte in mogli e perseverarono imperterriti nell’esaltare la religione cristiana.
A tal punto il Miramolino non resistette più a cotante avversioni e, preso dalla collera, impugnò la sua scimitarra e decapitò i cinque intrepidi confessori della fede: era il 16 gennaio 1220, presso Marrakech. In tale istante le loro anime, mentre spiccavano il volo per il cielo, apparvero all’infanta Sancha, la loro benefattrice, che in quel momento era raccolta in preghiera nella sua stanza.
I corpi e le teste dei martiri furono subito fuori del recinto del palazzo reale. Il popolo se ne impadronì, tra urla e oltraggi di ogni genere li trascinò per le vie della città ed infine li espose sopra un letamaio, in preda ai cani ed agli uccelli. Un provvidenziale temporale mise però in fuga gli animali e permise così ai cristiani di recuperare i resti dei frati e trasportarli nella residenza dell’infante. Questi fece costruire due casse d’argento di differente grandezza. Nella più piccola vi depose le teste, mentre nella più grande i corpi martiri. Tornando in Portogallo, portò infine con sé le preziose reliquie, che destinò alla chiesa di Santa Croce di Coimbra, ove sono ancora oggi sono oggetto di venerazione. Tale esperienza fece maturare in Sant’Antonio da Lisbona (da noi conosciuto come Antonio di Padova) l’idea di passare dall’Ordine dei Canonici Regolari ai Frati Minori. Appresa la notizia del martirio dei cinque suoi figli, San Francesco esclamò: “Ora posso dire che ho veramente cinque Frati Minori”. Furono canonizzati dal pontefice francescano Sisto IV nel 1481 ed il Martyrologium Romanum li commemora al 16 gennaio, anniversario del loro glorioso martirio.

Fonte: santiebeati.it

BOLLA CUM ALIAS

Bullarium Franciscanum, n.s. tomus III (1471-1484), p.740.

Concedit fratribus Minoribus eu die 16 ianuarii in suis ecclesiis, publice et solemniter, missas celebrant et officium recitent de BB. Berardo, Petro, Othone, Accursio et Adiuto, protomartyribus esiudem ordini.

1481, augusti 7, Romae

Universis fratribus ordinis Minorum dilectis filiis ubicumque morantibus seu moraturis.

Cum alias animo revolveremus merita BB. martyrum Berardi, Petri, Othonis, Accursii et Adiuti, qui ex ordine fratrum Minorum, sub quo et Nos coluimus, fuerunt, qui post multa tormenta sub rege Marochiorum pro Christo mortem subierunt et martyrii palmam gloriose promerentes, plurimis miraculis in ipsa morte et post claruerunt; ex quo incensus B. Antonius de Padua ex ordine Canonicorum Regularium, in quo tunc erat, ad ordinem ipsum fratrum Minorum se legitur transtulisse: concessimus ex auctoritate apostolica et benignitate, vivae vocis oraculo, ut fratres praedicti ordinis Minorum possint publice et solemniter celebrare in suis ecclesiis missas et horarum officium de supra memoratis sanctis martyribus. Verum, cum frequenter adversarius inimicus humani generis nitatur bona et sancta opera perturbare, ne tam divinum et pium opus possit aliquis in posterum impedire, tenore praesentium, ex certa scientia, auctoritate apostolica, concedimus, quod praedicti fratres Minores ubique solemniter et publice officium plurimorum martyrum pro ipsis Berardo, Petro, Accursio, Adiuto et Othone sub officio duplici maiore ac etiam XVI ianuarii, qua die ab hoc saeculo per martyrum decesserunt, libere ac cum sana et serena conscietntia dicere ac celebrare possint, inhibentes praefata apostolica auctoritate, ne quis huic nostrae concessioni audeat se opponere. Non obstantibus in contrarium facientibus quibuscumque. Praeterea, quia difficile esset praesens breve ad omnia loca deferri, columus, ut illius transumpto, alicuius publici notarii manu subscripto et sigillo generalis dicti ordinis vel vicarii generalis fratrum Minorum de Observantia munito, ea prorsus fides adhibeatur, quae adhiberetur si idem praesens breve originaliter ostenderetur.

Datum Romae apud S. Petrum, sub annulo Piscatoris, die VII augusti 1481, … anno X.

Raccolta delle Bolle Francescane, n.s. tomo III (1471-1484),p. 740

Permette ai frati Minori che nel giorno 16 gennaio nelle loro chiese, pubblicamente e solennemente celebrino messe e recitino l’ufficio riguardo i Beatissimi Berardo, Pietro, Ottone , Accursio e Adiuto protomartiri del medesimo ordine.

Roma, 7 Agosto 1481

A tutti i frati diletti figli dell’ordine dei Minori ovunque si trovino, ora e in futuro.

Considerando nondimeno quali furono i meriti beatissimi dei martiri Berardo, Pietro, Ottone, Accursio e Adiuto, i quali appartennero all’ordine dei frati Minori nel quale anche noi abbiamo praticato e vissuto, i quali dopo molte torture ad opera del re del Marocco per Cristo andarono incontro alla morte e meritarono gloriosamente la palma del martirio, nella stessa morte e in seguito brillarono di numerosi miracoli; acceso da questo evento si legge che il Beato Antonio da Padova sia passato dall’ordine dei Canonici Regolari, in cui allora si trovava, allo stesso ordine dei frati Minori: abbiamo concesso con Benevolenza e con l’Autorità apostolica, con sentenza indiscutibile che i predetti frati dell’ordine Minore possano pubblicamente e solennemente celebrare nelle loro chiese le messe e l’ufficio delle ore riguardo ai santi Martiri sopra ricordati. E in verità, poichè spesso il nemico avversario del genere umano cerca di scompigliare le buone e sante azioni, affinchè qualcuno in futuro non possa ostacolare un’opera tanto pia e divina, con il presente disposto, secondo la scienza certa e l’autorità Apostolica, concediamo che i predetti frati Minori ovunque solennemente e pubblicamente possano in libertà e con sana e serena coscienza, applicando l’invocata autorità Apostolica, recitare e celebrare l’ufficio dei numerosi martiri anche per gli stessi Berardo, Pietro, Accursio, Adiuto e Ottone nel duplice ufficio Maggiore e anche il 16 Gennaio, nel qual giorno morirono per effetto del martirio. Che nessuno osi opporsi a questa nostra concessione e che nessuno faccia nulla per opporvisi. Inoltre, poichè era difficile che la presente fosse diffusa ovunque,  provvediamo a che, in copia, con sottoscrizione di qualche pubblico notaio e con il sigillo dell’ordine o con certificazione del vicario generale dei frati Minori, questa festa Cristiana si diffonda e sia diffusa qualora la presente Bolla sia mostrata in originale.

Dato a Roma in S.Pietro, sotto l’anello del Pescatore, nel giorno 7 Agosto 1481, … anno X

Fonte originale

1 novembre Tutti i Santi

Martirologio Romano: Solennità di tutti i Santi uniti con Cristo nella gloria: oggi, in un unico giubilo di festa la Chiesa ancora pellegrina sulla terra venera la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio, allietata dalla loro protezione e coronata dalla loro vittoria davanti alla maestà divina nei secoli eterni.

La festa di tutti i Santi, il 1 novembre si diffuse nell’Europa latina nei secoli VIII-IX. Si iniziò a celebrare la festa di tutti i santi anche a Roma, fin dal sec. IX.
Un’unica festa per tutti i Santi, ossia per la Chiesa gloriosa, intimamente unita alla Chiesa ancora pellegrinante e sofferente. Oggi è una festa di speranza: “l’assemblea festosa dei nostri fratelli” rappresenta la parte eletta e sicuramente riuscita del popolo di Dio; ci richiama al nostro fine e alla nostra vocazione vera: la santità, cui tutti siamo chiamati non attraverso opere straordinarie, ma con il compimento fedele della grazia del battesimo.

Dai “Discorsi” di san Bernardo, abate
A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E’ chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro. Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri. Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, é quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.
Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non é certo disdicevole, perché una tale fame di gloria é tutt’altro che pericolosa. Vi é un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed é quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come é ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati. Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo. Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita é nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che é lui stesso.
Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomaparabile abbia a diventare realtà, ci é necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere. (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)

Godete e rallegratevi, perché grande è la vostro ricompensa nei cieli.
La beatitudine, consiste nel raggiungimento di ciò che colma e fa felice definitivamente il cuore dell’uomo. È la felicita che hanno conseguito i santi, che oggi celebriamo riuniti in un’unica festa. È una schiera che nessuno può numerare e che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’ Agnello, hanno cioè sperimentato in vita e in morte l’infinita misericordia di divina e vivono, anche per le loro virtù, nella beatitudine eterna. Una beatitudine a cui ogni fedele aspira nella speranza che lo stesso Cristo ci infonde. Il Cristo annuncia una felicità che non è nell’ordine dei valori terreni, ma è in vista del Regno, proclamato da lui, e, pur cominciando già su questa terra per coloro che accolgono Cristo e le sue esigenze, sarà definitiva solo nell’eternità. La Chiesa, formata da tutti i santi, ci invita oggi a guardare al futuro e al premio che Dio ha riservato a coloro che lo seguono nel difficile cammino della perfezione evangelica. Tutti vorremmo che, dopo la nostra morte, questo giorno fosse anche la nostra festa. Gesù ci invita a godere e rallegrarci già durante il percorso in vista dell’approdo finale. La santità quindi non è la meta di pochi privilegiati, ma l’aspirazione continua e costante di ogni credente, nella ferma convinzione che questa è innanzi tutto un progetto divino che nessuno esclude e che ci è stata confermata a prezzo del sacrificio di Cristo, che ha dato la vita per la nostra salvezza, quindi per la nostra santità. Non conseguire la meta allora significherebbe rendersi responsabile di quel grande peccato, che nessuno speriamo commetta, di vanificare l’opera redentiva del salvatore. Sant’Agostino, mosso da santa invidia soleva ripetersi: “Se tanti e tante perché non io?”


Autore:
Monaci Benedettini Silvestrini

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Beatificati a Praga 14 Francescani martirizzati in odio alla fede nel 1600

Sono stati beatificati ieri mattina nella Cattedrale di San Vito a Praga, Federico Bachstein e i suoi 13 compagni, tutti dell’Ordine dei Frati Minori, uccisi all’interno del loro convento il 15 febbraio 1611. In rappresentanza del Papa c’era il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Il servizio è di Roberta Barbi:RealAudioMP3

La prima Beatificazione dell’Anno della fede ha riguardato 14 religiosi martirizzati nel 17.mo secolo, uccisi in odium fidei nel convento che abitavano a Praga da una folla inferocita, animata da uno sconsiderato odio contro la Chiesa cattolica. Siamo nella Boemia del 1611, dove proliferavano varie sette protestanti ostili ai cattolici e alla dinastia cattolica degli Asburgo, come spiega al microfono di Roberto Piermarini il cardinale Angelo Amato:

“Era proprio l’odio contro la Chiesa cattolica, per cui i cattolici, religiosi e laici, vivevano in continuo pericolo di vita. Nessuno, infatti, poteva accusare i Francescani del Convento di Santa Maria delle Grazie, di nazionalismo o di cospirazione politica, essendo la maggior parte stranieri ed estranei a beghe sociopolitiche. Ad ogni modo, dalle fonti del tempo risulta la loro piena consapevolezza del pericolo cui andavano incontro, come testimoni della fede”.

Padre Federico Bachstein, boemo di Baumgarten, era il maestro dei novizi; padre Giovanni Martìnez, spagnolo, sacrestano; padre Simone, francese, raccoglieva l’elemosina; padre Bartolomeo Dalmasoni, italiano, curava i restauri della chiesa; Fra Girolamo degli Arese, italiano, diacono; fra’ Gaspare Daverio, italiano, suddiacono; Fra Giacomo e Fra Clemente, entrambi tedeschi ed entrambi chierici minoristi con voti temporanei; Fra Cristoforo, olandese, fratello laico e cuoco del convento; Fra Giovanni, tedesco, laico; e Fra Emanuele, boemo, anch’esso laico; Fra Giovanni Bodeo, italiano e aiutante sacrestano; Frate Antonio, boemo, novizio. Tutti furono spogliati prima del martirio; molti di loro morirono nel tentativo di difendere l’Eucaristia o la cappella della Madonna, dove poi vennero sepolti, sotto l’altare di San Pietro d’Alcantara. Ma questa Beatificazione può incrinare i rapporti ecumenici? Ancora il cardinale Amato:

“Non credo, anzi li può rafforzare. La solenne Beatificazione di questi eroici religiosi cerca di esortare tutti noi a vincere il male con il bene, memori della Parola del Signore, che sconvolge ogni logica umana: ‘Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano’. I Beati Martiri non odiavano, ma pregavano, lavoravano e operavano il bene. Erano umili testimoni della carità di Cristo, del suo calvario, del suo perdono. La loro Beatificazione, dunque, ispira sentimenti di pace, fraternità e gioia. Raccogliamo il loro seme di bene e facciamolo diventare albero maestoso, che porta fiori e frutti di umanità riconciliata e fraterna”.

Fonte originale

4 ottobre San Francesco d’Assisi

Il 4 ottobre si festeggia San Francesco d’Assisi, Diacono, Fondatore dei tre Ordini, Patrono d’Italia.
La Liturgia di San Francesco d’Assisi, secondo il Rito Romano e il Calendario Serafico, la trovate a questo indirizzo web.
Le biografie su San Francesco d’Assisi sono davvero tante. Molte ben fatte, meritevoli di essere lette e studiate, altre in verità suscitano dubbi e perplessità e non solo in me che scrivo e per un motivo o un altro non rendono onore a quello che realmente era il poverello d’Assisi. Molto spesso ci troviamo di fronte a ritratti che tendono a essere riduttivi, se non addirittura banalizzanti, della vita e delle opere di San Francesco. Purtroppo San Francesco d’Assisi è stato ed è tuttora fatto strumento e bandiera di interpretazioni di certi ideali e ideologie che nulla hanno a vedere col santo; quali esse siano il lettore attento ed informato saprà ben coglierle. A motivo di quanto precedentemente detto, sinceramente sull’argomento non voglio consigliarvi nessuna pagina web, ma solamente invitare tutti coloro che hanno interesse a capire e soprattutto amare la figura del santo, a scaricare gli Scritti Francescani liberamente reperibili sul web e a immergersi in quella che è davvero una dolce lettura. Scoprirete effettivamente come viveva pregava e pensava San Francesco. Gli Scritti Francescani potete magari scaricarli a questo indirizzo web.
Il testo alla Preghiera A San Francesco di Papa Pio IX lo trovate su questo sito a questa pagina.

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14 settembre Esaltazione della Santa Croce


Liturgia Esaltazione della Santa Croce

La croce, già segno del più terribile fra i supplizi, è per il cristiano l’albero della vita, il talamo, il trono, l’altare della nuova alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria. Nella tradizione dei Padri la croce è il segno del figlio dell’uomo che comparirà alla fine dei tempi. La festa dell’esaltazione della croce, che in Oriente è paragonata a quella della Pasqua, si collega con la dedicazione delle basiliche costantiniane costruite sul Golgota e sul sepolcro di Cristo. (Mess. Rom.)

Martirologio Romano: Festa della esaltazione della Santa Croce, che, il giorno dopo la dedicazione della basilica della Risurrezione eretta sul sepolcro di Cristo, viene esaltata e onorata come trofeo della sua vittoria pasquale e segno che apparirà in cielo ad annunciare a tutti la seconda venuta del Signore.

La festa in onore della Croce venne celebrata la prima volta nel 335, in occasione della “Crucem” sul Golgota, e quella dell'”Anàstasis”, cioè della Risurrezione. La dedicazione avvenne il 13 dicembre. Col termine di “esaltazione”, che traduce il greco hypsòsis, la festa passò anche in Occidente, e a partire dal secolo VII, essa voleva commemorare il recupero della preziosa reliquia fatto dall’imperatore Eraclio nel 628. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l’aveva portata nella battaglia di Hattin.
La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della pia madre dell’imperatore Costantino, Elena. La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l’antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione: Cristo, incarnato nella sua realtà concreta umano-divina, si sottomette volontariamente all’umiliante condizione di schiavo (la croce, dal latino “crux”, cioè tormento, era riservata agli schiavi) e l’infamante supplizio viene tramutato in gloria imperitura. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana.
La stessa evangelizzazione, operata dagli apostoli, è la semplice presentazione di “Cristo crocifisso”. Il cristiano, accettando questa verità, “è crocifisso con Cristo”, cioè deve portare quotidianamente la propria croce, sopportando ingiurie e sofferenze, come Cristo, gravato dal peso del “patibulum” (il braccio trasversale della croce, che il condannato portava sulle spalle fino al luogo del supplizio dov’era conficcato stabilmente il palo verticale), fu costretto a esporsi agli insulti della gente sulla via che conduceva al Golgota. Le sofferenze che riproducono nel corpo mistico della Chiesa lo stato di morte di Cristo, sono un contributo alla redenzione degli uomini, e assicurano la partecipazione alla gloria del Risorto.

Fonte santiebeati.it