Lectio magistralis di S.E. Mons. Gerhard Ludwig Müller: “Alcune sfide per la teologia nell’orizzonte della «cittadinanza» contemporanea”

Mons. Gerhard Ludwig Müller

Eminenza, Eccellenze,

Chiarissimi Professori e Carissimi amici,

 

sono profondamente grato per l’onore che mi avete concesso di poter parlare di fronte alla vostra illustre e competente assise. In modo particolare esprimo la mia gratitudine al Preside, Mons. Pierangelo Sequeri, che ha avuto la bontà di invitarmi e a S. Em. il Card. Angelo Scola, cui mi lega, da lunga data, una sincera amicizia.

 

 

1. Mundus reconciliatus, mundum reconcilians

 

Tutti noi che abbiamo lavorato o lavoriamo, con differente misura e titolo, nell’ambito di Istituzioni “teologiche”, sentiamo vivere sulla nostra “pelle” una duplice tensione: da una parte, apparteniamo ad un ambito accademico o di ricerca che nasce all’interno del milieu ecclesiale e quel luogo anzitutto intende servire; dall’altra siamo, nello stesso tempo, anche cittadini di questo mondo, cioè di un ambito umano verso cui siamo “debitori” proprio perché cittadini in Ecclesia, cioè proprio a motivo della natura ecclesiale, di quell’ambito in cui, e a partire dal quale, il nostro pensiero e la nostra riflessione sono costitutivamente chiamati a nascere e a svilupparsi.

Infatti, la Chiesa è sia mundus reconciliatus[1] che mundus reconcilians mundum[2]. È d’altronde la condizione “paradossale” in cui si trova ogni “cittadino” cristiano, condizione propria del christifidelis di sempre, come ci ricorda anche la Lettera a Diogneto: «I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini» – e tuttavia – «vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo, nel vestito e nel cibo […] testimoniano una condizione mirabile e realmente paradossale della loro cittadinanza»[3].

La Chiesa vive contemporaneamente due dimensioni, appartiene al tempo e allo spazio della già avvenuta riconciliazione con Dio e a quelli in cui tale riconciliazione non lo è ancora. Da qui proviene una duplice tensione: la tensione a scoprire come Dio ha già riconciliato con sé l’umano che vive nella Chiesa, e la tensione a riconoscere come questa riconciliazione si offre oggi all’umano che vive intorno a noi. Fra queste due tensioni, è chiamato a collocarsi il nostro lavoro di studiosi della teologia.

Grazie al movimento che nasce dalla prima tensione, la teologia illumina il divino e l’umano in tutta la loro portata, per offrirli – e siamo qui già nel movimento che sgorga dalla seconda tensione – con umile forza testimoniale al mondo. Si tratta di due movimenti implicati l’uno nell’altro, non consecutivi ma in un certo senso contemporanei, anche se conservano una certa taxis o gerarchia. La teologia è fedele a se stessa quando rispetta e sviluppa tutta la portata e l’ampiezza di questi due movimenti, la cui direzione attinge alla Rivelazione di Dio per allargare gli orizzonti dell’umano.

Quale il contesto umano e culturale in cui questo duplice movimento si svolge oggi? Non vorrei tanto soffermarmi a passare puntualmente in rassegna–- con rigore cosiddetto “accademico” – i nomi e le correnti di pensiero che più lo caratterizzano, quanto richiamare – consentitemelo – in forma un poco brachilogica, le maggiori istanze che segnano, sia in positivo che in negativo, sia come possibilità che come pericolo, la nostra contemporaneità. Sono solo accenni che non intendono definire ma solo aprire varchi, per una comprensione più agevole, e che vorrebbero stimolare un dialogo per approfondire. Per approfondire anzitutto quelle prospettive che oggi si aprono alla fede, la quale riconosce i doni ricevuti – e di cui è responsabile – per contribuire all’edificazione delle generazioni in mezzo a cui ci troviamo e che ci sono affidate.

 

 

2. Discernimento, storia, speranza

 

Tre sono i tratti che a grandi linee, fra i molti che lo connotano, contrassegnano in modo particolare l’uomo occidentale contemporaneo.

 

1) L’uomo contemporaneo che vive nella cosiddetta “società occidentale”, poiché inserito in un mondo sempre più “globale” e ricco di comunicazioni, viene sollecitato, come mai è accaduto nelle precedenti generazioni, da una moltiplicata vicinanza dei suoi simili. Ciascuno di noi comprende quale immensa possibilità ciò rappresenti. Tuttavia, di fatto, constatiamo nello stesso tempo che oggi l’uomo vive una prossimità sempre più occasionale, a motivo della sua incapacità/rifiuto di stringere solidi vincoli, e tende a profilarsi sempre più come un soggetto autoreferenziale, autoindividuantesi e autorealizzantesi.

Questa assenza di vincoli stabili lo rende sempre più fragile ed in balìa dei contesti in cui si muove, sempre meno capace di discernere criticamente ciò che convenga o meno alla dignità del suo stesso essere umano, sempre più lanciato a sondare ogni utile possibilità che gli si presenta. L’uomo oggi non è più capace di forme di discernimento che oltrepassino il fiato corto dell’utile e dell’immediato: non riconosce più ciò che corrisponde o ciò che repelle alle peculiarità che lo rendono davvero uomo.

Comprendiamo dunque che, in questa prospettiva, si assottiglia sempre più anche lo spessore della cultura da lui prodotta, la quale è tanto potente negli strumenti e nella tecnica del comunicare quanto povera, sotto il profilo umano, di contenuti veicolati. Una cultura in cui ciò che appare significativo non oltrepassa i confini dello short term e del low cost. Ne è metafora efficace la velocità con cui i media oggi bruciano le notizie e le immagini, in un vortice di comunicazione. Tanto più si comunica, quanto più si moltiplica la quantità di dati comunicati, tanto meno si entra in reale comunicazione con l’altro. E la qualità della comunicazione finisce per ridursi ad affare di tecnica, di bites e di pixel. Tutto si sviluppa e si raffina attorno a coordinate di procedure standardizzate – o di protocolli – che sempre più si premurano di garantire solo la forma delle relazioni. “Tanto più” e “tanto meno” sono la cantilena con cui possiamo spesso definire il reciproco incedere di tecnicalità e retrocedere di umanità. Novello Narciso, l’uomo, tanto più si rispecchia nell’immagine di sé che auto-produce, tanto più si inorgoglisce delle opere delle sue mani, tanto meno ritrova il suo volto, finendo per vedere annegato, nelle sue stesse immagini, ciò che appartiene indelebilmente al suo humanum.

 

2) In secondo luogo, il cittadino medio dell’epoca post-moderna, proprio perché carato su relazioni fragili e sempre meno foriere di significatività, fatica a percepire il suo essere inserito in una “storia”. Quanto più l’orizzonte dell’uomo si svuota di significati pregnanti e tanto meno egli è capace di cogliere il tempo come occasione propizia, come kairos, come storia. Quanto più si sfaldano non solo i legami orizzontali della sua prossimità ma anche quelli verticali con le generazioni che lo precedono e con quelle che lo seguono – questo è il frutto amaro che proviene dal dissolversi della famiglia come luogo di generazione di legami solidi e indissolubili – tanto meno egli avverte di essere inserito in una storia.

La significatività del tempo dice “identità” e “legami”, i quali a loro volta intrecciano lo scorrere dei giorni in eventi e volti, rendendolo “storia”, cioè costruzione di storie personali e particolari come della storia universale e globale. E tanto più il tempo che scorre viene percepito come susseguirsi di eventi significativi per l’uomo, quanto più la sua libertà si sente interpellata e provocata dai giorni che passano, i quali non trascorrono ineluttabilmente o invano.

Al contrario, l’assenza di una “storia” produce come conseguenza anche una svalutazione del peso specifico della libertà umana, di questo potente strumento che ci è dato come possibilità di incidere sul destino nostro e del mondo. Pensiamo, a questo riguardo, alla sfiducia che tanti giovani oggi hanno di poter cambiare il mondo in cui vivono: come uomini, sono dotati dalla loro propria natura di uno strumento potente qual è la libertà, eppure, poiché non sono stati educati a riconoscerne la portata ed a praticarla nel suo giusto senso, sono scettici sulle sue potenzialità.

 

3) I due tratti precedenti, da me richiamati sopra con un abbozzo veloce, introducono anche un altro carattere che segna oggi la maggior parte dei nostri contemporanei. È questo un elemento su cui spesso richiama la nostra attenzione anche il Papa Francesco: è una difficoltà a guardare al futuro con fiducia, con speranza, sapendo conservare nel cuore “gli ideali della giovinezza” – direbbe Papa Giovanni XXIII. Nella misura in cui si allentano o si sbiadiscono relazioni significative nel presente, anche le altre due dimensioni del tempo perdono di spessore e insorgono l’una contro l’altra, riempiendo la vita dell’uomo di una “insostenibile leggerezza dell’essere”: il passato diviene una serie di antecedenti che tendono a influenzarlo deterministicamente e meccanicamente, mentre il futuro si accorcia e si circonda di oscurità.

Di qui è difficile “sperare”, avere fiducia nella stessa possibilità che avvengano e si possano operare cambiamenti “positivi”: dietro di noi vi sono enormi ingranaggi da cui non riusciamo a divincolarci e, davanti a noi, vi è il buio dell’incertezza. Perché solo laddove la libertà umana si inspessisce di relazioni significative – a ragione, il vostro Arcivescovo, da anni ripete che non è più lecito parlare di soggetto umano se non come di un “io-in-relazione” – e diviene capace di discernere nella storia del suo agire ciò che è bene e ciò che è male, allora è praticabile la speranza, allora è possibile nutrire una “affidabile” speranza – come sovente ci ha ricordato Benedetto XVI. Solo allora è possibile agire guardando anche al lungo termine, pensare ragionevolmente ad uno sviluppo davvero “sostenibile” e sostenere sacrifici che non riguardino solo guadagni immediati.

 

Discernimento, storia e speranza sono il primo ed elementare contributo che la fede – anzitutto attraverso la prassi di una vita che la testimonia e quindi anche attraverso la riflessione di una teologia che ne rileva puntualmente i tratti essenziali – è chiamata ad offrire al mondo, per risollevare le sorti di un’umanità sempre più povera di legami, di senso e di fiducia.

Qui la teologia può dare molto al saeculum, sempre più “breve”, da cui veniamo e in cui ci troviamo ancora. Qui avvertiamo anche l’importanza dell’esercizio di una ragione che sia insieme umile e forte, che la teologia può testimoniare come occasione positiva per ritrovare un ragionevole orientamento nella complessità della realtà. Non ci può essere infatti un reale discernimento senza una ragione che sia certa di trovare la verità – in modo non conclusivo, mai esausto, né in via concordistica o ideologica – scommettendo fino in fondo sulla libertà dell’uomo e sulle sue risorse, quando sono sanate ed elevate.

E non ci può essere progresso reale per l’uomo se non diviene certo di poter attingere a significati che eccedano quelli offerti dalle scienze cosiddette “esatte”. Non si possono liberare energie e dinamiche efficaci in vista di un cambiamento se non vi è la fiducia per guardare con speranza al futuro che ci attende. E non vi può essere speranza senza certezza di rinvenire – anche qui con modalità certe e nello stesso tempo relativamente riformulabili sul fronte rivelato – il bene. Da qui, esistenzialmente, possiamo cogliere quasi empiricamente quanto il legame libertà-verità/bene sia indissolubilmente connesso con il binomio speranza-dynamis: queste stanno o cadono insieme.

Pensiamo a quanto tutto ciò diviene concreto sullo sfondo di quella crisi che da tempo ci attanaglia: una crisi antropologica prima ancora che economica e finanziaria. Una crisi che esige risposte radicali, di quella radicalità che solo un profondo cambiamento dell’humanum può ottenere. Una crisi che attende una svolta culturale e noetica prima ancora che di strutture e di costumi.

A tal riguardo, proprio l’esperienza dell’umano che ci è offerta nel contesto ecclesiale – laddove esso è vissuto autenticamente – ci mostra come ogni riforma che non cominci dal nous dell’uomo è destinata a raccogliere e alimentare disillusioni e scetticismo sul versante etico. Pensiamo a tante proposte di riforme strutturali che oggi sentiamo, le quali – pur necessarie e proficue se comprese nella loro natura accessoria e penultima – non ottengono mai un cambiamento decisivo, poiché limitarsi al mutamento delle strutture – retaggio in fondo di ideologie sociali ormai datate e superate dalla storia – non attinge mai ai fondamenti ultimi dell’uomo: e se il cambiamento non arriva lì, non arriverà mai.

 

 

3. Società plurale, sensus fidei, comunicazione del sapere, razionalità allargata

 

A questo punto, vorrei soffermarmi brevemente anche su qualche altra istanza odierna, da cui non possiamo non sentirci interpellati.

 

1) Anzitutto, la cosiddetta “società plurale” nella quale sempre più viviamo: una società multietnica, multiculturale, multireligiosa, multicontestuale. Questa pluralità dei contesti e dei soggetti esige – anche qui, chi vi guida, da tempo e con efficace sintesi lo rimarca – che il nostro lavoro sia espresso con un linguaggio sempre meno iniziatico e auto-referenziale. È purtroppo il vezzo di molti nostri ambienti accademici, formulare il proprio sapere con un linguaggio e codici eccessivamente, anche se non sempre necessariamente, criptici. Da una parte vi è l’esigenza di un rigore linguistico e di una profondità nell’esprimere contenuti complessi, che non possono eccedere nel semplificare, pena l’impoverimento dei contenuti. Dall’altra vi è però anche la necessità di saper comunicare e tradurre, senza tradire, il dato teologico secondo coordinate il più accessibili alla cultura ed ai soggetti con cui viviamo, pena l’erigere muri di estraneità invece che creare prossimità – la qual cosa ci ha richiamato con forza e più volte Papa Francesco.

In questo senso, ritengo che un esempio insuperato ed ancora tutto da valorizzare nella sua portata è il pensiero di Benedetto XVI, il cui magistero è un luminoso riferimento anche per come ha saputo coniugare profondità di pensiero e semplicità di linguaggio.

La questione del “pluralismo” culturale in cui siamo immersi rappresenta indubbiamente una stimolante sfida per il “dirsi” della fede in modo comprensibile anche ad ambiti distanti dai nostri per retroterra e premesse di pensiero e di costumi. Con fiducia affrontiamo questa provocazione che ci costringe a praticare terreni non facili con l’umiltà di chi sa di dover procedere con cautela e di dover osare nello stesso tempo. A questo proposito, il rigore critico della teologia deve anzitutto sgomberare il campo dalla superficialità di chi si lascia assecondare dai luoghi comuni creati dalla pressione dei media e di mentalità non compatibili coi contenuti autentici della fede: pensiamo a quanta leggerezza nel teologare intorno a temi come il sacerdozio femminile, l’autorità nella Chiesa, l’accesso ai sacramenti da parte di chi non è in piena comunione con la Chiesa…

E, guarda caso, quanti applausi da parte dei media nei confronti di certi teologi e di opinioni teologiche non radicate fino in fondo con i capisaldi dottrinali della fede. In tal senso, attorno a certi temi, vi è oggi più che mai il rischio di una deriva sentimentale della fede, anche a livello di espressione teologica. Logos e Agape, che sono inseparabili coordinate dell’essere umano nel mondo, vengono sovente contrapposti, e spesso un amore male inteso viene utilizzato per offuscare, se non oscurare, la verità.

Perciò, i pur giusti richiami alla gerarchia delle verità, alla necessaria pluriformità che la stessa natura “cattolica” della Chiesa esige, all’unità da ricercare soprattutto intorno agli elementi essenziali della fede, alla libertà del pensare – intesa non come un pretesto per una inaccettabile autonomia –, non tolgono che, a questo riguardo, ogni discorso rischia di essere vano se non mette a fuoco una questione previa: quella del sensus fidei e del sensus fidelium in Ecclesia.

Tutti noi comprendiamo che ogni dibattito, nella Chiesa evita la sterilità e diviene fecondo solo se avviene all’interno di un autentico senso della fede, che non può mai esser dato per scontato. In tal senso, ogni protagonista che voglia essere tale, all’interno dei legittimi dibattiti teologici, deve in primo luogo autenticare le sue prese di posizione, specie se pretendono di porsi con accento di novità, testimoniando anzitutto una sostanziale fedeltà alla vivente trasmissione della fede apostolica, le cui fonti – Scrittura, Tradizione e Magistero – sono insuperabili e inaggirabili.

In tal senso, mai come altrove, a partire da qui comprendiamo che la teologia è una questione non di singoli – professori, pastori, gruppi di opinione – ma, in un senso profondo e davvero teologicamente caratterizzato, è questione “della Chiesa”, è affare di tutti e di tutti coloro che testimoniano un reale sensus fidei et Ecclesiae, poiché non vi è Chiesa senza fede apostolica e non vi è fede apostolica al di fuori dei luoghi che “fanno” la Chiesa.

Qui, insuperate e sempre attuali – poiché in esse vediamo in filigrana anche quanto è già accaduto in molti secoli di storia della Chiesa – paiono le parole di Karl Barth: «La teologia non è questione privata dei teologi e dei professori: per fortuna vi sono sempre stati dei pastori in grado di capirne di più in fatto di teologia che non la maggior parte dei professori. Ma non è neppure questione privata dei pastori: per fortuna ci sono stati singoli fedeli e talvolta intere Chiese capaci di adempiere la funzione teologica, tacitamente ma con energia, mentre i loro pastori, dal punto di vista teologico erano dei bambini o dei barbari. La teologia è una questione della Chiesa. Senza pastori e senza professori non si va avanti, ma il problema della teologia, la purezza del servizio ecclesiale, è posto a tutta la Chiesa»[4].

Tutto ciò mette al centro la questione della fede: e proprio questo ha voluto richiamarci Benedetto XVI indicendo l’Anno della fede. Perciò non vi può essere purezza di servizio ecclesiale senza una fede che sia integra nei suoi contenuti e integrale nella sua espressione. Non vi può essere servizio ecclesiale fecondo quando la fede non è fedele a se stessa, quando sceglie metodi che non rispettano la sua euristica fondamentale, o quando viene espressa omettendo o manomettendo, comunque sia, alcuni suoi elementi essenziali.

 

2) In tal senso, mai come oggi occorre una rinnovata riflessione intorno ai contorni autentici di sensus fidei, sensus fidelium, sensus Ecclesiae. Qui la teologia oggi può e deve dare molto. E non vi è chi non vede la scorrettezza e la miopia, a questo proposito, dell’impiego di tecniche di e-mailing per sondare indiscriminatamente nella rete, via internet, l’opinione dei più… Ben altri sono i forum e le agorà di cui necessita la Chiesa oggi per rinvenire ed esprimere, in modo genuino, quel sensus fidei da cui è, in ogni tempo, rinvigorita e ringiovanita.

L’aver sostituito l’opinione della rete ai luoghi propri del sensus fidelium rivela non solo un misunderstanding intorno a ciò che costituisce la Chiesa ma induce persino a pensare che nella formazione ecclesiale si ritengono, in fondo, più efficaci alcune tecniche di pressione politica piuttosto che i criteri mutuati dalla stessa fede. E anche di fronte a questo pericolo – che la politica conti più della fede anche nella Chiesa – la teologia ha oggi un compito profetico insostituibile. Si tratta di un compito oggi quanto mai profetico e “martiriale”, nel senso letterale di martyria

A tal proposito, guardiamo anche a quale vasto campo di testimonianza si apre di fronte a noi, in un tempo in cui occorre aiutare molti nostri contemporanei, afflitti da un ormai cronico fraintendimento della libertà umana, che usa il lemma del gender per auto-affermarsi, a fare i conti con un inaggirabile sostrato che pre-costituisce ogni uomo. Il concetto di “natura”, infatti, rappresenta quel fondamento indisponibile senza cui l’uomo non riuscirebbe più a fissare, oltre i labili e volubili contorni delle maggioranze di ogni tempo, i confini non negoziabili della sua dignità e identità, e quindi dei suoi diritti e doveri. Una dignità e identità che sono “donati” all’uomo, che l’uomo è chiamato dapprima a riconoscere e poi ad attuare, e che nessuno può auto-fabbricarsi, pena lo smarrimento di quelle identità e dignità, e di un fraintendimento di quei diritti e doveri: ciò che appunto oggi è già accaduto ed avviene. Anche qui attendiamo dalla riflessione teologica un contributo insostituibile e che oggi esige anche un coraggio profetico di fronte ai continui tentativi di manipolare la natura, l’identità e la vita umana.

D’altronde, soltanto se l’uomo riesce a rinvenire fondamenti indisponibili ed incondizionati al suo stesso porsi nel mondo, può riuscire a creare un argine al dio-profitto che tutto sembra dominare e tutti sembra attrarre, accantonando ogni forma di sapere che non sia funzionale ad esso. Vi è infatti chi ha denunciato il pericolo che nell’immediato futuro si assista alla “produzione” – non si parla nemmeno più di “formazione”, ma questo è un punto cui vorrei accennare qui di seguito – di generazioni di uomini, i quali solo con grave difficoltà saranno in grado di discernere ciò che è umano e degno dell’uomo e ciò che non lo è[5].

In questo senso, nessuno come la Dottrina sociale ecclesiale può aiutare il diritto e l’economia a riconoscere l’originario legame di profitto e solidarietà, che il peccato tende a spezzare, e che una visione ritrovata dell’unità inscindibile di bene personale e comune permette di ricomporre. Bene comune e personale che, nell’ottica esigente e responsabilizzante della sussidiarietà, sono chiamati ad operare in sinergia per salvaguardare la dignità e la tenuta del tessuto sociale. Sono questi solo dei richiami che, in via rapsodica, mi permetto di formulare, per tentare di aprire utili scorci al tema che mi avete affidato.

 

3) Vi è poi un’altra questione che vorrei sottoporre alla vostra attenzione. Vorrei partire qui da una semplice costatazione: mai come nella modernità si è sottolineata l’importanza e richiamata l’attenzione sul “soggetto”, sulla sua libertà, sulla sua autonomia, sul suo peso all’interno della gnoseologia… Eppure a cosa abbiamo assistito nella cosiddetta post-modernità? Ad una sorta di oscuramento proprio del soggetto, a scapito di un’enfasi posta sui prodotti delle sue mani: l’uomo stesso si è reificato, è divenuto un oggetto e un prodotto del suo stesso agire. Anche il sapere ha perso il suo carattere profondamente “personale”, cioè la sua connotazione di comunicazione fra persone, per divenire una sorta di reificata veicolazione di dati.

Così oggi, nel mondo accademico e scientifico, si parla di “produzione del sapere”, si ritiene ancora che la scienza possa essere talmente oggettivata da essere quasi un prodotto da scambiare fra i soggetti indipendentemente dal loro stesso essere. Non è tuttavia ciò che realmente accade quando un sapere viene trasmesso. Infatti, ogni produzione e trasmissione di sapere non è mera comunicazione di dati, poiché esso è anche e inseparabilmente, lo si voglia ed ammetta o no, una comunicazione assiologica, di valori, di visione dell’uomo e del mondo. Fra l’altro, quest’ultima è una comunicazione che non avviene senza conseguenze e non lascia indifferenti né chi comunica, né coloro a cui si comunica.

Pensiamo a quanto ciò, se assunto come un dato con cui fare davvero i conti, sia gravido di implicazioni, specie dal punto di vista educativo. Ciò, ad esempio, significa che non esiste forma di insegnamento che non sia contemporaneamente anche formazione. Un insegnamento che pretenda di essere scevro da esigenze formative, mente o perlomeno ignora ciò che avviene nel fenomeno così umano della comunicazione del sapere. Questa realtà va esplicitata e assunta responsabilmente fino in fondo. Concretamente, ciò significa che ogni docente deve assumersi con piena responsabilità quel processo con cui, trasmettendo una conoscenza comunica altresì un orizzonte di valori ai suoi discenti. Questo fatto comporta che ogni insegnante, anche e specialmente in ambito accademico – contrariamente alla prassi comune e benché rappresenti un compito gravoso in tutti i sensi – non può disinteressarsi della formazione dei suoi allievi o considerare il suo insegnamento estraneo ad essa. Ecco perché non si può comunicare bene se, in fondo, non ci si fa carico di coloro a cui si comunica, cioè se non si “amano” i destinatari del nostro messaggio. La qual cosa, Papa Francesco in continuazione ci testimonia con la sua stessa persona ed azione.

In tal senso, anche a questo livello, si avverte intorno noi uno smarrimento dei fondamenti che costituiscono l’umano. L’uomo oggi sa molte cose sui meccanismi biologici, psicologici e sociologici del suo comunicare ma – avendo perso i “contorni” dell’identità del suo “io” – ha perduto la consapevolezza di ciò che profondamente accade quando un “io” comunica con un altro “io”. Poiché la razionalità del Logos viene snobbata come sub-scientifica, si è smarrita la valenza culturale intrinseca della comunicazione umana. Anche qui, una ragione illuminata dalla fede è chiamata ad allargare gli orizzonti alla razionalità dei nostri contemporanei.

 

4) Ritengo perciò che l’appello formulato da Benedetto XVI e teso ad “allargare i confini della razionalità” sia ancora tutto da raccogliere, sondare e rilanciare. Ancora patiamo le conseguenze della gnoseologia e della “nuova scienza” moderne, le quali hanno ridotto – in buona sostanza, da Galileo e Cartesio in poi – la ragione alle sue facoltà analitiche, compromettendo così anche la sua congenita apertura al trascendente. Ma senza tale apertura, l’uomo perde anche il senso della sua profonda dignità e vocazione – come ci ricorda il concilio Vaticano II (cfr. GS 21) – precludendosi la possibilità di conoscere il suo destino eterno. D’altronde, senza accogliere una tale apertura come un elemento essenziale e imprescindibile della sua ragione, l’uomo diventa estraneo anche alle dimensioni e alle ragioni che connotano indelebilmente il suo cuore – Bellezza, Verità, Giustizia – e che costituiscono la forza propulsiva ultima del suo agire. Senza comprendere tali dimensioni, non si comprenderà mai l’uomo nella portata del suo stesso essere ed operare nel mondo. Qui la teologia ha ancora molto da dire e da offrire al pensiero contemporaneo.

Proprio a partire da qui, infatti, la Chiesa può rivelare efficacemente all’uomo come il dono di cui essa è portatrice – la vita nuova rivelata ed offerta da Dio in Cristo e nel Suo Spirito – non limita l’uomo e non guasta la sua gioia di vivere, ma amplia senza fine i suoi orizzonti e gli apre la prospettiva di una definitività, di un “per sempre” senza di cui ogni guadagno umano è illusorio e fallace.

Sono questi soltanto alcuni spunti che vorrei offrire alla vostra riflessione e sui quali sarebbe interessante aprire altresì un dibattito. Anche altre istanze del pensiero e dell’ethos contemporaneo interpellano la nostra fede, provocandola ad un apporto che sia rigorosamente critico e dialogante: in questa sede, intendo soltanto aprire degli spazi e porgere un convinto parere, nella speranza di offrire un piccolo contributo. E mi permetto di farlo proprio in nome di quella “paradossale cittadinanza” in cui siamo collocati dalla nostra peculiare identità di battezzati, di christi-fideles, di uomini ai quali, pur vivendo nella condizione di tutti, è donato di vivere “nella fede del Figlio di Dio” (cfr. Gal 2,20) che quotidianamente ci interpella, si offre a noi in dono e ci invia ai nostri contemporanei.

Il “paradosso” di questa cittadinanza è un tratto indelebile del nostro porci nel mondo e genera un movimento in cui le differenze non annullano le identità ma le rimettono continuamente in gioco, affinché queste siano purificate e ricomposte in un abbraccio “cattolico”, che accorcia distanze, genera reale prossimità e sa individuare strade per un’unità che non è mai al ribasso o a buon mercato. Proprio a questo livello ci è dato di cogliere il nesso inscindibile di fede e verità, un nesso che siamo chiamati ad evidenziare in ogni passo del nostro lavoro di “teologi”. Laddove la fede è vissuta nella sua pienezza illumina sempre il mondo con la luce della verità.

 

 

4. Pellegrinaggio nella verità, non gioco intellettuale

 

Perciò consentitemi di concludere facendo mie alcune parole di Benedetto XVI, che sento quanto mai importanti e decisive per il nostro lavoro di teologi: «L’idea di verità e di intolleranza oggi sono quasi completamente fuse tra di loro, e così non osiamo più credere affatto alla verità o parlare della verità […] Nessuno può dire: ho la verità – questa è l’obiezione che si muove – e, giustamente, nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Solo se ci lasciamo guidare e muovere da lei, rimaniamo in lei, solo se siamo, con lei e in lei, pellegrini della verità, allora è in noi e per noi. Penso che dobbiamo imparare di nuovo questo “non-avere-la-verità”. E allora brillerà di nuovo: se essa stessa ci conduce e ci compenetra»[6].

Questo è il mio augurio ed auspicio per ciascuno di noi: che la ricerca della verità rifugga ogni gioco intellettuale, incapace di compenetrare e dar forma alla vita, così che la luce della verità sia sempre sopra di noi e davanti a noi, e che – per immeritato dono dall’alto – essa possa conquistare la sua forza nel mondo anche attraverso di noi. Grazie.


[1] Agostino d’Ippona, Sermo 96, 8.

[2] Paolo VI, Es. ap. Paterna cum benevolentia, 8 dicembre 1974.

[3] A Diogneto, 1. 5.

[4] K. Barth, Iniziare dall’inizio, Queriniana, Brescia 1991, 18.

[5] Cfr. M. Nussbaum, Non per profitto, il Mulino, Bologna 2012, 22.

[6] Benedetto XVI, Santa messa a conclusione dell’incontro con il “Ratzinger Schülerkreis”, 12 settembre 2013.

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