8 agosto – San Domenico di Guzman Sacerdote e fondatore dei Predicatori

Martirologio Romano: Memoria di San Domenico, sacerdote, che, canonico di Osma, umile ministro della predicazione nelle regioni sconvolte dall’eresia albigese, visse per sua scelta nella più misera povertà, parlando continuamente con Dio o di Dio. Desideroso di trovare un nuovo modo di propagare la fede, fondò l’Ordine dei Predicatori, al fine di ripristinare nella Chiesa la forma di vita degli Apostoli, e raccomandò ai suoi confratelli di servire il prossimo con la preghiera, lo studio e il ministero della parola. La sua morte avvenne a Bologna il 6 agosto.
(6 agosto: A Bologna, anniversario della morte di san Domenico, sacerdote, la cui memoria si celebra tra due giorni).

 Nato intorno al 1170 a Caleruega, nella Vecchia Castiglia (Spagna), si convinse che bisognasse riportare il clero a una più grande austerità di vita. Fondò quindi l’Ordine dei Frati Predicatori che era basato sulla predicazione itinerante, la mendicità, una serie di osservanze di tipo monastico e lo studio approfondito. Le Costituzioni dell’Ordine dei Frati Predicatori attestano la chiarezza di pensiero, lo spirito costruttivo ed equilibrato e il senso pratico che si rispecchiano nel suo Ordine. Sfinito dal lavoro apostolico e dalle grandi penitenze morì  il 6 agosto 1221 a Bologna. Gregorio IX lo canonizzerà il 3 luglio 1234.

Il patriarca dei Frati predicatori nacque circa il 1170 nel villaggio di Caleruega, nella diocesi di Osma, nella provincia di Burgos (Vecchia Castiglia), terzogenito di Felice e di Giovanna, ricchi possidenti molto generosi con i poveri. Non è certo che fossero imparentati con le nobili famiglie Guzmàn e Aza. Essi allevarono con cura non soltanto Domenico, ma anche Antonio, che in seguito si fece sacerdote secolare, e Mannés o Mamés, che in seguito si fece domenicano e al quale, con la madre, fu riconosciuto il titolo di beato.
Domenico crebbe pio e caritatevole prima sotto la guida di uno zio arciprete e, dopo quattordici anni, presso la famosa scuola cattedrale di Palencia, in cui si distinse nello studio della filosofia e della teologia e nella pratica della carità evangelica. In tempo di carestia per soccorrere i poveri fondò un ospizio, e non esitò a vendere quanto aveva di più prezioso, persino i suoi costosissimi codici, per non lasciare mancare ad essi il necessario per vivere. Si preparò al sacerdozio pregando e studiando anche di notte la S. Scrittura, fuggendo le compagnie chiassose e praticando la penitenza. Fu allora che propose di non bere più vino per tutta la vita.
Mons. Diego d’Azebes, vescovo di Osma (1201-1208), venuto a conoscenza delle virtù del santo, lo fece Canonico Regolare della cattedrale con l’ufficio prima di sacrista del capitolo, e poi di sottopriore. Domenico non si limitò a cantare o a recitare la Liturgia delle Ore, ma intensificò lo studio e la meditazione servendosi delle Conferenze dei Padri del Deserto di Giovanni Cassiano. Per imitarne gli esempi, propose di astenersi per tutta la vita anche dall’uso della carne. Era volontà di Dio, però, che trascorresse la sua esistenza non soltanto nella contemplazione, ma nella vita attiva per il bene delle anime.
Negli anni 1203-1205 Alfonso Vili, re di Castiglia, incaricò il vescovo Diego di recarsi nell’Europa settentrionale, forse in Danimarca, prima per cercare una sposa al proprio figlio, l’infante Ferdinando, e in seguito accompagnarla in Spagna. Della comitiva fece parte anche Domenico come consigliere e compagno di orazione. Durante il viaggio i danni prodotti nei fedeli dall’eresia degli albigesi e dei valdesi e il pericolo che costituivano per la Chiesa i Cumani, provenienti dalla Turchia, nonché gli infedeli dell’Europa Nord-orientale, impressero un decisivo orientamento alla vita del santo. Al termine dell’ambasciata, fallita per la morte o la monacazione della nobile principessa, Diego e Domenico, rattristati dalle devastazioni che nella Turingia avevano compiute le truppe cumane al soldo di Ottocaro, re della Boemia, nel 1203, decisero di recarsi a Roma (1206) per ottenere da Innocenzo III il permesso di abbandonare la diocesi e darsi all’evangelizzazione dei Cumani, ma la loro richiesta non fu esaudita.
Sulla via del ritorno, Diego volle passare per Citeaux (Borgogna), dove chiese ai religiosi l’abito monacale forse per indicare che voleva unirsi, almeno per un po’ di tempo, alla predicazione che i cistercensi stavano facendo contro gli albigesi della Linguadoca. A Montpellier i due pellegrini incontrarono i Legati Pontifici, Arnaldo, abate di Citeaux, Raoul de Fontfroide e Pietro de Castelnau ai quali era stata affidata la predicazione del Vangelo nella Francia meridionale contro gli errori propagati dagli albigesi. Poiché i frutti da loro ottenuti furono scarsi, Diego e Domenico fecero accurate indagini sulla situazione e si resero conto che il motivo degli insuccessi era dovuto all’eccessiva abbondanza di provvigioni, di vesti e di cavalli di cui i cistercensi disponevano. Per guadagnare il popolo alla vera fede era necessario vivere in mezzo ad esso, poveri come gli Apostoli. Anche i cosiddetti “perfetti” degli albigesi, almeno esteriormente, si sforzavano di imporsi agli occhi dei fedeli con una rigida morale e l’austerità esteriore dei costumi. Come era possibile vincere l’eresia che sosteneva il dualismo manicheo, negava obbedienza alle autorità terrene e permetteva ai semplici credenti le peggiori dissolutezze con un clero poco esemplare, ignorante e incapace di catechizzare i battezzati? Diego consigliò agli sfiduciati Legati di andare a predicare non a cavallo, ma a piedi, non forniti di ogni ben di Dio, ma senza denari. Il consiglio fu accettato e segnò una strada nuova nella lotta contro gli erranti.
Diego e Domenico non si limitarono a dare buoni consigli agli operai del Vangelo, ma rimandarono in Castiglia le persone del seguito con tutte le loro cavalcature, e cominciarono subito a percorrere a piedi città e villaggi predicando, confessando, vivendo di elemosine, disputando con gli eretici e confermando i cattolici nella fede. Innocenzo III il 17-11-1206 approvò il nuovo metodo di apostolato, e diede ai suoi Legati la facoltà di permettere anche ad altri sacerdoti questa forma di predicazione itinerante. Quel manipolo di volenterosi cominciò a chiamarsi Santa Predicazione o Predicazione di Gesù Cristo, e rappresentò in embrione il futuro Ordine dei Frati Predicatori. Da quel momento il sottopriore della cattedrale di Osma ritenne per sé soltanto il titolo di Fra Domenico.
Abbandonata Montepellier, i due intrepidi missionari si diressero al sud, e percorsero le città di Pamiers (Ariège), Lavaur (Tarn), Montreal (Aude), e Fanjeaux (Aude) discutendo sulla fede con gli albigesi, nei giorni stabiliti, sotto l’arbitraggio di appositi giudici, alla presenza di grandi signori, cavalieri, nobildonne e gente del popolo. A Prouille Diego e Domenico, nel 1207, con il permesso di Folco, vescovo di Tolosa, fondarono un monastero doppio o misto. Le donne, non di stretta clausura, si dedicavano all’istruzione e all’educazione delle giovani, onde sottrarle alle insidie degli eretici; i chierici, i conversi e i donati attendevano alle necessità spirituali e materiali di entrambe le comunità. Diego e Domenico ne fecero la sede della Santa Predicazione, ossia il centro di irradiazione di tutta la loro attività missionaria nella zona. All’origine della fondazione, ci fu la conversione in massa di un gruppo di “perfette” catare che, secondo l’uso proprio dei conventi cattolici, accoglievano nella comunità delle adolescenti per impartire loro una educazione ereticale.
Mons. Diego, dopo due anni di intenso apostolato, tornò a Osma sia per visitare la diocesi, sia per procurarsi il denaro che gli occorreva per il completamento del monastero fondato. Alla guida di coloro che rimasero egli pose Fra Domenico. Essi, però, appena seppero che Diego il 30-12-1207 era morto a Osma, tornarono tutti alle loro case, fatta eccezione di Domenico e di alcuni discepoli i quali, fidenti nella Provvidenza di Dio, tennero fede all’ideale che avevano abbracciato.
Nella Francia meridionale frattanto si cominciò a predicare la crociata contro gli albigesi dopo l’assassinio del Legato Pontificio, Pietro de Castelnau, per mano di un sicario al soldo forse di Raimondo di Tolosa, il principale responsabile della propagazione dell’eresia nella regione. Il comando supremo fu affidato a Simone di Montfort, modesto feudatario dell’Ile de France, ma abilissimo ex-crociato il quale, in cinque anni, ridusse gli eretici all’impotenza. S. Domenico, benché avesse rapporti di amicizia con i capi della crociata, si disinteressò delle operazioni belliche per dedicarsi alla predicazione e alla conversione degli eretici nei dintorni di Prouille, nonostante i pericoli ai quali andava incontro. Non gli mancarono tuttavia segni di simpatia da parte dei buoni per il suo corpo esile, le mani lunghe, il viso bello e sempre aperto al sorriso, ornato di barba e capelli rossicci, la voce forte e armoniosa. Non gli mancarono soprattutto gesti di riconoscenza da parte dei malati che da lui ricevettero la salute o dei bisognosi sollevati dalla loro miseria. In quel tempo gli fu offerto per due volte l’episcopato di diverse città, ma egli lo rifiutò perché era troppo impegnato nella fondazione del monastero di Prouille e dei Frati Predicatori, e perché detestava le dignità.
Nel 1214, dopo la definitiva sconfitta degli albigesi a Muret (12-9-1213), Fra Domenico si recò a Tolosa per attuare la progettata fondazione dell’Ordine dei Frati Predicatori. Simone di Montfort aveva donato a lui e ai suoi compagni, già in possesso della chiesa di Fanjeaux, il castello di Casseneuil e altre terre. Ne approfittò per stabilire a Tolosa la sua residenza nelle due spaziose case che Fra Pietro Seila (+1257) gli donò, e cominciò a vivere conforme alle consuetudini dei religiosi. Per praticare la povertà evangelica donava quanto eccedeva le necessità della sua incipiente famiglia religiosa alle suore di Prouille. Il suo intento era di organizzare un gruppo permanente di predicatori, rivestiti come lui dell’abito bianco canonicale, che con la santità della vita e la predicazione dell’autentica parola di Dio, conservassero la vera fede e i buoni costumi tra il popolo.
Folco di Marsiglia, vescovo di Tolosa (1155-1231), ex-coniugato, ex-trovatore, ex-abate, fu lieto di istituire Fra Domenico e i suoi discepoli predicatori nella sua diocesi. Perché fossero in grado di acquistare libri, studiare alla scuola del maestro inglese Alessandro Stavensly e mantenersi, nel 1215 concesse loro una parte delle decime che dovevano servire ai poveri della diocesi. Per conferire maggior stabilità al suo Ordine, pochi mesi dopo Fra Domenico decise di recarsi con il suo vescovo a Roma, dove l’11-1215 doveva radunarsi il IV Concilio Lateranense, per ottenere da Innocenzo III la conferma della regola e dei possedimenti del convento di Prouille. Il papa non rifuggiva dall’approvare nuovi Ordini fondati sulla pratica della povertà se non altro per riconciliare con la Chiesa i movimenti anticlericali e antiecclesiastici che la esigevano. La maggior parte dei vescovi, invece, diffidava degli Ordini nuovi composti da laici privi di cultura e facile preda dell’errore. Innocenze III, perciò, diede a Fra Domenico il consiglio di scegliere una regola già approvata dall’autorità ecclesiastica, invitò Folco a dargli una chiesa, e promise a entrambi che in seguito avrebbe approvato il nuovo Ordine e il suo fine specifico.
Fatto ritorno a Tolosa, nel capitolo del maggio 1216 il santo e i suoi primi compagni scelsero per l’Ordine la regola di S. Agostino, la quale non escludeva l’aggiunta di costituzioni proprie di una famiglia religiosa dedita alla predicazione. Nel comporle i Frati Predicatori si ispirarono a quanto di austero, di bello, di prudente trovarono nelle regolari osservanze dei Premonstratensi. Non fecero, però, della contemplazione fine a se stessa, ma fonte e anima di ogni loro apostolato. Lo studio doveva esercitarsi “di giorno e di notte”, “in casa e in viaggio”, come mezzo ascetico e in vista di una più efficace predicazione. Per contemperare ministero e vita regolare, ad ogni superiore vennero conferiti i pieni poteri affinchè dispensasse i sudditi dagli statuti quando fosse necessario per la salvezza delle anime e per lo studio. Due mesi dopo, il capitolo della cattedrale di Tolosa regalò ai Domenicani la cappella di San Romano, accanto alla quale costruirono subito un chiostro capace di contenere circa 16 religiosi.
Chi aiutò Fra Domenico a rendere autonoma la sua famiglia religiosa fu soprattutto il Card. Ugolino, vescovo di Ostia, il quale, con altri influenti amici di curia, prima ottenne che Onorio III approvasse di fatto la casa di Tolosa e ne confermasse l’osservanza e i beni, poi, nonostante la proibizione del concilio Lateranense IV di istituire nuovi Ordini, che approvasse i Frati Predicatori di San Romano di Tolosa e il loro genere di apostolato. E quanto fu conseguito il 28-1-1217. Per l’esiguità delle forze di cui disponeva, il santo pensò di invitare i maestri e gli scolari di Parigi a venire a Tolosa affinchè si assumessero l’incarico di predicare e di formare i predicatori con la loro scienza. Una apparizione dei principi degli Apostoli nella basilica di San Pietro mentre pregava gli fece mutare idea. Poiché i due apostoli nel consegnargli un bastone e un libro gli avevano detto di mandare i suoi Frati per il mondo intero come predicatori, appena rientrò a Tolosa ne inviò diversi, il 15-8-1217, con il consenso di Folco e di Simone di Montfort, in Spagna, a Bologna e persino a Parigi, affinchè vi frequentassero le università e procurassero vocazioni alla vita domenicana. In difesa loro e dei conventi che andavano moltiplicando, Onorio III pubblicherà una trentina di bolle. I Frati Predicatori stavano trasformandosi da ordine di canonici predicatori, vincolati a una diocesi, in ordine universale. Per dare loro una corrispondente organizzazione il santo fece di nuovo ricorso alla curia romana. Con bolla dell’11-2-1218 il papa riconobbe detto carattere dell’Ordine, lo raccomandò a tutti i vescovi, ne elogiò l’attività apostolica e lo spirito di povertà. Durante il soggiorno romano Fra Domenico si occupò della direzione spirituale delle donne recluse e delle monache bisognose di riforma.
Il santo da Roma raggiunse la Spagna e quindi Parigi, dove, nella primavera del 1219, presso la chiesa di San Giacomo, situata nel quartiere latino, trovò una comunità composta già da circa trenta frati, che divenne subito anche collegio universitario o studio generale. Fu allora che fece conoscenza con il B. Giordano di Sassonia (+1237) ancora studente, in seguito suo successore nel governo dell’Ordine e suo principale biografo. Il convento era oggetto di ostilità da parte del clero secolare. Difatti, ai religiosi non era consentita la pubblica celebrazione della Messa e la predicazione per motivi di ordine finanziario, ed era negato persino il diritto di avere un proprio cimitero.
Nell’agosto dello stesso anno S. Domenico giunse a Bologna dove i Frati, trasferiti dal precario soggiorno di Santa Maria della Mascarella alla nuova dimora di San Niccolò delle Vigne, godevano di grande stima per i meriti del B. Reginaldo di Saint-Gilles, celebre professore di diritto, che il fondatore aveva accolto nell’Ordine a Roma, un anno prima, dopo una miracolosa guarigione. A Bologna il santo conobbe la B. Diana degli Andalo (11236), la futura fondatrice del monastero domenicano di Sant’Agnese, la quale nelle sue mani fece il voto di abbracciare la vita religiosa. Per portare a termine, tra il resto, la riforma e la sistemazione delle monache di Prouille presso la chiesa di San Sisto, che Onorio III gli aveva donato, raggiunse la curia papale residente a Viterbo.
Il definitivo distacco dei Frati Predicatori dai tradizionali Ordini di Canonici Regolari avvenne nel primo capitolo generale che il fondatore radunò a Bologna per la Pentecoste del 1220. In quell’occasione i Frati Predicatori, che contavano una quindicina di conventi, rinunciarono giuridicamente a tutti i loro beni e alle rendite fisse per vivere, come gli apostoli, esclusivamente di elemosine. Era questa la maniera più efficace per corrispondere alle aspirazioni e alle esigenze di quel secolo inquieto. I capitoli generali negli Ordini religiosi non erano una novità. Quelli dei Frati Predicatori, fondati su basi democratiche, assunsero una pienezza di poteri sconosciuta alle altre famiglie religiose. In questo il fondatore dei Domenicani dimostrò di possedere il genio dell’organizzazione. Ciò nonostante, ai capitolari ebbe l’ardire di dire molto umilmente: “Io merito di essere deposto perché sono inutile e non sono buono a nulla”. I suoi religiosi, invece, vollero che facesse loro da guida perché era sapiente, discreto, paziente e molto misericordioso. Si attirava con facilità l’amore di tutti per la semplicità con cui agiva, la socievolezza e l’allegria di cui dava prova nelle sue relazioni quotidiane con il prossimo.
S. Domenico era dotato di una straordinaria forza di volontà. Quando capiva, dopo molte preghiere, riflessioni e consultazioni, che una cosa era voluta da Dio, diventava irremovibile nel perseguirla. Diceva sovente ai suoi discepoli: “Appena avremo organizzato e affermato il nostro Ordine, ce ne andremo presso i Cumani”. Avrebbe voluto convertire alla fede tutti i non credenti, anche a costo della vita. Il tempo di cui poteva disporre lo dedicava volentieri al ministero della predicazione e delle confessioni. Sentendosi divorare dallo zelo per la gloria del Signore, esortava e obbligava i suoi religiosi a predicare la parola di Dio giorno e notte, nelle chiese e nelle case, nei campi e nelle vie.
Dopo il capitolo il santo svolse nella Lombardia e nel Veneto, con un gruppo di missionari messigli a disposizione dal papa, la stessa attività che aveva svolto nella Francia meridionale contro gli eretici. Il cardinale Ugolino tentò da parte sua di ristabilire, per via diplomatica, la pace tra le classi sociali, le famiglie, le città coinvolte in continue lotte fratricide. Tuttavia, per mantenere viva la fede tra il popolo e sani i costumi, non trovò di meglio che aiutare Domenico a fondare altri conventi a Brescia, Piacenza, Parma e Faenza.
Verso la fine del 1220 S. Domenico si recò a Roma per sollecitare, come al solito, tutta una serie di lettere papali a favore dei suoi seguaci sparsi nel mondo, e portare a termine la fondazione del monastero riformato di San Sisto con rigida clausura. Vi riuscì il 28-2-1221 trasferendovi cinque suore del vicino monastero di Santa Maria in Tempulo, una parte delle suore di Santa Bibiana e singole suore provenienti da altri monasteri. Fece venire da Prouille otto suore, e le incaricò di formare con l’esempio e l’istruzione la poca omogenea comunità secondo la regola che egli, anni prima, aveva elaborata. Nella sistemazione della difficile questione finanziaria fu aiutato generosamente dal cardinale Stefano di Fossanova in riconoscenza della prodigiosa guarigione che aveva ottenuto da Dio al di lui nipote Napoleone. I Frati Predicatori si trasferirono da San Sisto presso la Basilica di Santa Sabina, nel palazzo che Onorio III aveva donato loro. A Roma il santo vide per l’ultima volta Folco, con cui si accordò riguardo alla decima nella diocesi di Tolosa.
Lasciata Roma, il santo si trasferì a Bologna per presiedere il secondo capitolo generale (30-5-1221). L’ordine, ormai di viso in province, diventò missionario. Difatti, gruppi di domenicani vennero inviati in Ungheria, in Polonia, in Danimarca e in Inghilterra per la conversione dei miscredenti. In generale erano ben preparati al loro specifico apostolato perché il fondatore era molto zelante nell’imporre e nell’esigere da tutti l’osservanza della regola, e anche molto abile nel consigliare i dubbiosi e materno nel consolare gli afflitti.
L’efficacia del lavoro apostolico di Domenico derivava dalle preghiere e dalle penitenze che faceva in continuazione. Benché non godesse di una grande salute, si disciplinava con una catena di ferro e portava il cilicio.
Oltre a non mangiare carne e a non bere vino, osservava un digiuno continuato dalla festa della S. Croce alla Pasqua anche quando era in viaggio. I frati che lo accompagnarono più volte a Roma sono concordi nell’affermare che marciava a piedi nudi, con le scarpe a tracolla, quando transitava per luoghi solitari.
Se un ostacolo gli rendeva più difficile il cammino, invece di impazientirsi intonava giulivo l’Ave Maris Stella o il Veni Creator Spiritus. Viaggiando pregava, parlava di Dio e portava con sé il Vangelo di S. Matteo e le Lettere di S. Paolo che sapeva quasi a memoria. Sostava volentieri nelle chiese o nelle case dei religiosi che incontrava sul cammino non tanto per rifocillarsi, quanto per celebrare la Messa e dispensare la parola di Dio a chi vi prendeva parte.
I testi del processo dicono che S. Domenico non ebbe mai una cella stabile in cui trascorrere la notte. A volte egli prendeva il suo breve riposo vestito e coricato per terra sopra un’asse, un graticcio di vimini oppure un saccone di paglia. Più sovente trascorreva la notte in chiesa, tutto immerso nella contemplazione e nella preghiera. Quando si sentiva prostrato dalla stanchezza si assopiva appoggiando la testa al banco, a un confessionale o all’altare, ma appena si destava riprendeva l’orazione stando ora in punta di piedi, ora a braccia aperte o protese verso il cielo, ora prostrato bocconi per terra, e la ritmava con genuflessioni, colpi di flagello e forti gemiti. Sovente fu udito sospirare: “Signore, abbi pietà del tuo popolo. Cosa ne sarà dei peccatori?”. Di giorno piangeva molte volte abbondantemente, soprattutto durante la celebrazione della Messa, la salmodia in coro e la predicazione.
Dopo il secondo capitolo il santo riprese la predicazione nelle terre della Marca Trevigiana e della città di Venezia, dove era ad attenderlo il cardinal Ugolino, Legato del Papa per l’Italia settentrionale. Le estenuanti fatiche, però, e i calori estivi minarono talmente le sue forze che dovette fare ritorno a Bologna, dove morì la sera del 6-8-1221 a causa forse di una interite cronica. Aveva conservata intatta l’innocenza battesimale. Attorno ai fianchi gli fu trovata una catena di ferro. Per vestirne la salma con un abito pulito, Fra Moneta dovette dare il suo perché il defunto non ne possedeva che uno. Poco prima di spirare aveva detto ai suoi figli spirituali: “Non piangete, vi sarò più utile e porterò maggior frutto per voi dopo la morte di quanto abbia fatto da vivo”. Le esequie furono officiate dal Cardinal Ugolino che di Fra Domenico era stato l’amico, il confidente e il collaboratore.
Il corpo di S. Domenico fu sepolto in una fossa presso l’altar maggiore della piccola chiesa di San Niccolò delle Vigne. Quando fu ingrandita (1228), la tomba del fondatore dei Frati Predicatori rimase allo scoperto. Il cardinal Ugolino, diventato papa Gregorio IX alla morte di Onorio III (+1227), rimproverò i domenicani per aver trascurato di tributare il dovuto onore al loro grande padre e maestro. E affermò: “Io ho conosciuto in lui un uomo che seguiva in tutto la regola degli Apostoli; non c’è dubbio che egli sia ora associato alla loro gloria in cielo”.
I superiori maggiori ordinarono la traslazione delle ossa del loro patriarca nell’interno della chiesa ingrandita il 23-5-1233. Quando, alla presenza del B. Giordano di Sassonia e dei Frati convocati a Bologna per il capitolo generale, fu scoperchiata la cassa di cipresso che ne racchiudeva le reliquie, da tutti fu percepito per molto tempo un intenso profumo celestiale. Stupisce che i Domenicani, ancora a dodici anni dalla morte del loro fondatore, non pensassero a una sua possibile canonizzazione, contrariamente a quanto avevano fatto i Frati Minori per S. Francesco di Assisi (+1226) e S. Antonio di Padova (+1231), canonizzati rispettivamente a due e a un anno dalla morte. A Domenico furono attribuiti molti miracoli, diversi dei quali vennero letti alla presenza dei cardinali e di Gregorio IX quando lo canonizzò a Rieti il 3-7-1234.
Dal 1267 le reliquie di S. Domenico sono venerate a Bologna nella basilica a lui dedicata. L’arca che le contiene fu scolpita da Niccolò Pisano e diversi suoi collaboratori. La città nel 1306 lo proclamò suo gonfaloniere, difensore e patrono, e decise di celebrarne la memoria con grande solennità.

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