26 maggio – Memoria di San Filippo Neri

Non vi è cosa migliore per l’uomo che l’orazione, e senza di essa non si può durar
molto nella vita dello spirito.

Patronato: Giovani

Etimologia: Filippo = che ama i cavalli, dal greco

Martirologio Romano: Memoria di san Filippo Neri, sacerdote, che, adoperandosi per allontanare i giovani dal male, fondò a Roma un oratorio, nel quale si eseguivano letture spirituali, canti e opere di carità; rifulse per il suo amore verso il prossimo, la semplicità evangelica, la letizia d’animo, lo zelo esemplare e il fervore nel servire Dio.

Sacerdote conosciuto come “l’Apostolo della città di Roma”. Era figlio di un notaio fiorentino di buona famiglia. Adoperandosi per allontanare i giovani dal male, fondò a Roma un oratorio, nel quale si eseguivano letture spirituali, canti e opere di carità; rifulse per il suo amore verso il prossimo, la semplicità evangelica, la letizia d’animo, lo zelo esemplare e il fervore nel servire Dio. Unì all’esperienza mistica, che ebbe le sue più alte espressioni specialmente nella celebrazione della Messa, una straordinaria capacità di contatto umano e popolare. Fu promotore di forme nuove di arte e di cultura. Catechista e guida spirituale di straordinario talento, diffondeva intorno a sè un senso di letizia che scaturiva dalla sua unione con Dio e dal suo buon umore.

L’apostolo di Roma e il fondatore dell’Istituto dell’Oratorio passò alla storia come il buffone di Dio. A Firenze, dove nacque il 21-7-1515 da Francesco, fallito e deluso notaio, lo chiamavano tutti “Pippo buono” tanto lo credevano incapace di andare in collera pur essendo vivacissimo. Orfano di madre a cinque anni, fu educato con amorevolezza dalla matrigna.
Filippo crebbe durante le lotte di Firenze contro la famiglia dei Medici, e vide il breve trionfo della repubblica sul tiranno dopo il sacco di Roma (1527-1530). Lo spirito di Girolamo Savonarola era ancora molto vivo nel popolo, e il santo se ne innamorò frequentando i Domenicani nel convento di San Marco. Divenne tanto assennato che di lui fu detto: “Se fosse un religioso, sarebbe perfetto”. Gli studi di Filippo non furono eccezionali. Tuttavia divenne abbastanza ferrato in latino, dotato com’era di una straordinaria agilità mentale e una memoria formidabile. Conobbe le Laudi di Jacopone da Todi e le Facezie di Arlotto Mainardi e le gustò. Quando l’abitudine di andare in estasi si farà in lui inveterata, l’unico modo di restare con i piedi per terra almeno il tempo necessario per celebrare la Messa sarà quello di leggere alcune pagine delle facezie.
Verso i diciott’anni Filippo, in seguito al consiglio interessato del padre, si trasferì a Cassino per aiutare un cugino nel commercio. I disegni di Dio su di lui erano però diversi, ed egli lo percepì a poco a poco trascorrendo lunghe ore in preghiera con i benedettini di Montecassino e della cappella da loro dedicata alla SS. Trinità a Gaeta sulla montagna spaccata. Dopo circa sei mesi il santo abbandonò il cugino e si recò a Roma. Adottò il saio e il cappuccio degli eremiti, e visse in solitudine nella casa del fiorentino Galeotto del Caccia, direttore dell’ufficio del dazio. Per diciassette anni Filippo vi rimase a fare da precettore ai due fìgli di Galeotto, che divennero più tardi esemplari sacerdoti. In quel tempo una delle sue forme preferite di devozione era la visita notturna alle “sette chiese” di Roma: San Pietro, San Paolo fuori le Mura, San Sebastiano, San Giovanni in Laterano, Santa Croce, San Lorenzo e Santa Maria Maggiore. Pregare era tutta la sua vita. Talora restava fino a quaranta ore di seguito rapito in Dio e, sovente, passava tutta la notte nelle catacombe di San Sebastiano. Per darsi alla contemplazione era capace di restare tre giorni di seguito senza mangiare.
Per meglio comprendere le cose divine Filippo volle studiare filosofia presso l’Università della Sapienza, e teologia presso gli Agostiniani, ma nei due o tre anni che vi andò “non era riuscito ad imparare gran che – diceva – perché era sempre occupato con le preghiere e gli altri esercizi spirituali”. Per farlo piangere e sospirare bastava la vista del crocifisso appeso alle pareti delle aule. In realtà egli era un mistico, non uno studioso. Vendette perciò i libri e ne dette il ricavato ai poveri. Poi si mise a girare per le piazze, i negozi, le scuole e persino le banche per parlare nel modo più attraente delle cose spirituali con ogni sorta di persone.
Tanti ne ritrasse dalle vie dal male, tanti ne avviò alla vita religiosa. A S. Ignazio di Loyola (+1556), che aveva forse conosciuto tramite S. Francesco Saverio (+1552), Filippo procurò le prime vocazioni italiane. Personalmente non pensava ne a farsi religioso, ne a diventare sacerdote, per umiltà.
Verso lo stesso tempo il santo si mise pure a frequentare gli ospedali, e a prestare ai malati i più umili servizi. Quando per i moribondi non riusciva a trovare un sacerdote, rimaneva lui al loro capezzale giorno e notte per disporli a ben morire. Più tardi ispirerà al suo penitente, S. Camillo de’ Lellis, l’idea di fondare un ordine per la cura dei malati. Dio premiò tanta carità di Filippo con doni straordinari. Verso la Pentecoste del 1544, mentre stava pregando nelle catacombe di San Sebastiano, su di lui discese una palla di fuoco che gli penetrò nella bocca e gli si alloggiò nel petto.
Cadde a terra e quando ritornò in sé tutto il corpo gli tremava. Sul fianco sinistro gli era spuntato un rigonfiamento grosso come un pugno, che gli dava un senso di gioia ineffabile, benché spesso lo esaurisse tanto da farlo misteriosamente ammalare. Ogni volta che quell’emozione lo coglieva, i battiti del suo cuore scuotevano la sedia, il letto e persino la stanza in cui si trovava. Per non distrarsi nella preghiera di solito non la controllava, come avrebbe potuto, con uno sforzo di volontà. Dopo la morte l’autopsia rivelò che due costole gli si erano rotte e arcuate sul cuore.
Per sette anni ancora Filippo continuò a svolgere il suo apostolato. Lasciato a se stesso non avrebbe mai cambiato la propria vita. Invece, quando si unì a Persiano Rosa (1548), suo confessore, per fondare la Confraternita dei Pellegrini e dei Convalescenti, il santo dava il primo passo verso la sua specifica missione: l’istituzione dell’Oratorio. La Confraternita aveva adottato la pratica delle Quarantore nella chiesa di San Salvatore in Campo, e Filippo ne era l’anima. La prima domenica del mese egli non abbandonava mai la chiesa e, di quando in quando, teneva ai presenti un breve discorso. Talora alcuni giovinastri si davano convegno nella chiesa per dargli la baia, ma ne uscivano d’ordinario convertiti. Quando terminava l’ora di veglia, Filippo suonava un campanello dicendo a chi era di turno: “Adesso la tua ora di preghiera è terminata, ma non è finito il tempo di fare il bene”.
Alla vista di tanto zelo, il Rosa cominciò ad esortare il suo penitente, che avrebbe desiderato servire Dio da laico, a prepararsi al sacerdozio. Durate il giubileo del 1550 la Confraternita provvide all’alloggio a Trinità dei Pellegrini di 500 romei al giorno, e utilizzò alla chiusura dell’anno santo la casa di cui disponeva per il ricovero dei convalescenti usciti dagli ospedali. Con l’aiuto di persone influenti Filippo provvide al loro sostentamento e a quello di poveri vergognosi, di studenti bisognosi e di fanciulle pericolanti. Non è improbabile che il denaro che distribuiva gli giungesse anche per vie miracolose. Pur non domandando nulla a nessuno, non gli mancava mai qualcosa da dare agl’indigenti.
Non potendo Filippo predicare di continuo senza incontrare ostacoli, il confessore lo costrinse (1551) a lasciarsi ordinare rapidamente sacerdote. Da tredici anni aveva smesso lo studio, è vero, ma tutta la sua vita non era stata un’inconscia preparazione al presbiterato? Subito dopo l’ordinazione, il santo si trasferì nella casa annessa a San Girolamo della Carità, in cui abitava il suo confessore. Tredici sacerdoti erano addetti alla chiesa per il servizio dell’arciconfraternita fondata dal cardinale Giulio de’ Medici (1519) per la sepoltura degli indigenti, le elemosine ai bisognosi e le visite ai carcerati. Ai cappellani veniva pagato un salario; agli altri veniva dato vitto e alloggio soltanto. Filippo, indipendente per natura e amante della povertà, fece parte di coloro che lavoravano senza impegni di sorta.
L’istituzione ospitava un prete anziano, Buonsignore Cacciaguerra, che per scontare i peccati di gioventù propagava tra i suoi penitenti la comunione frequente, in un tempo in cui ricevere i sacramenti più di due volte l’anno era considerato una esibizione di pietà. Filippo invece insistette di più sulla pratica frequente della confessione fino a portare i penitenti ad una eccessiva dipendenza dalla sua persona. Attendeva a tale ministero dalla mattina fino a mezzogiorno, ora in cui celebrava la Messa. Ben presto la sua fama si sparse per Roma e i giovani che gli si raccoglievano intorno presero a confessarsi da lui più volte la settimana, sia prima dell’alba che a tarda notte. Durante il giorno, qualunque cosa stesse facendo, la tralasciava all’istante se gli dicevano che c’era un penitente ad aspettarlo. Nemmeno quand’era malato cessava di ricevere le confessioni a letto fino a che non ne ebbe assoluto divieto dai medici.
A complemento delle confessioni, Filippo teneva subito dopo pranzo in camera sua delle conferenze spirituali ai giovani che lo seguivano attratti dalla sua inesauribile giovialità e arguzia. Ogni tanto lo vedevano in preda a così forti emozioni che gli occhi gli si empivano di lacrime e il corpo si sollevava da terra. Sovente abbracciava i suoi penitenti e allora sentivano emanare dal cuore di lui, che batteva come un martello, un calore eccezionale. Dopo un’ora o due trascorse in tal modo, il gruppetto andava a fare una passeggiata a San Pietro o a San Giovanni in Laterano, sovente cantando lungo la via. C’era sempre qualche giovane pronto a riaccompagnare Filippo in camera sua dove, con la lampada abbassata sul crocifisso, li istruiva sul modo di fare la preghiera mentale. La camera di Filippo divenne così la scuola della letizia cristiana e una specie di paradiso. Il numero dei discepoli ben presto crebbe e gravitò giorno e notte attorno a Filippo con un chiasso fastidioso.
Alle proteste dei colleghi il santo rispondeva: “Spacchino pure la legna sulla mia schiena purché non commettano peccato”. Le comunioni si moltiplicarono a San Girolamo e i preti che dicevano soltanto messa la domenica presero a mormorare contro quella ipocrita ostentazione, che disturbava il normale lavoro. I due ottusi sacrestani furono infastiditi perché Filippo diceva Messa tardi, andava in estasi e tremava tutto celebrandola e lasciava i segni dei denti sull’orlo del calice. Decisero perciò di rendergli la vita impossibile offrendogli i paramenti più sudici, chiudendogli la porta della sacrestia quando andava per pararsi o lo spostavano di altare.
Poiché dopo la messa il chierico stendeva per Filippo un tovagliolo in sacrestia e vi metteva sopra il cibo della giornata: un paio di panini e un fiaschette di vino, i sacrestani gli ringhiavano dietro “teatino!”, quasi sinonimo allora di fariseo. Un giorno, celebrando la messa, Filippo fissò gli occhi sul crocifisso e sospirò: “Oh buon Gesù, perché non mi ascolti? Vedi da quanto tempo ti supplico di darmi pazienza! Perché dunque non mi dai ascolto, e perché la mia anima è turbata da pensieri d’ira e d’impazienza?”. “La pazienza, Filippo – gli rispose il Cristo, te la darò presto, e ad una sola condizione, che se il tuo cuore la desidera davvero, tu te la guadagni vincendo queste tentazioni”. Fu così che Filippo imparò a sopportare con gioia gli sciocchi burocrati.
La camera di Filippo divenne presto insufficiente per contenere i giovani che accorrevano a lui. Per le riunioni, con un programma questa volta più definito, scelse una soffitta della chiesa 11555), dove con i poveri e gli analfabeti affluirono anche gentiluomini e letterati tra cui Francesco Tarugi, Costanzo Tassone, Cesare Baronie e Giovanni Bordini. Con l’avvento al papato del rigido Paolo IV Filippo fu sul punto di abbandonare il proprio lavoro a Roma per andare ad evangelizzare le Indie con venti dei suoi discepoli, che si erano entusiasmati alla lettura delle Lettere di Francesco Saverio. Andò a chiedere consiglio al Priore cistercense delle Tre Fontane, Vincenzo Ghettini, ma costui gli fece capire che le sue Indie erano Roma.
L’opera dell’Oratorio prosperò. Le riunioni, dopo tre ore di discorsi spirituali sulle vite dei santi, le Laudi di Jacopone e la storia della Chiesa, tenuti a turno dai giovani stessi, si chiudevano con canti sacri in coro, musicati dai migliori compositori del tempo, quali Giovanni Animuccia e Pierluigi da Palestrina, morti tra le braccia del santo. La presenza dei musicisti attirava gente non solo agli esercizi dell’Oratorio, ma anche alle scampagnate di Filippo. Esse cominciarono in piccolo nel 1553 per tenere lontani i discepoli dal carnevale, e divennero qualche anno dopo così popolari che vi partecipavano fino a 3.000 persone di tutte le classi sociali. Il programma comportava una visita a San Pietro e una a San Paolo fuori le Mura con una breve predica di Filippo. Seguiva una Messa a San Sebastiano durante la quale la maggior parte della comitiva faceva la comunione. Poi si recavano nella vigna dei Massimi o dei Crescenzi dove, seduti a gruppi sull’erba, consumavano una leggera refezione di pane e di formaggio con un uovo e una tazza di vino.
Quelle gite procurarono a Filippo molte critiche. Ci fu chi l’accusò di andare a formando per ambizione un partito politico o una nuova setta religiosa. Il cardinale Vicario gli sospese perciò per due settimane la facoltà di ricevere le confessioni, e gli proibì di andare in giro trascinandosi dietro quel codazzo di gente. Tuttavia la vera causa della persecuzione dovette essere l’atteggiamento assunto dal santo per impedire che gli scritti del Savonarola fossero messi all’Indice. Nel momento stesso in cui furono giudicati immuni da censura egli ebbe una delle sue più celebri visioni. Tornando in sé, esclamò: “Vittoria, vittoria! Il Signore ha ascoltato le nostre preghiere”. Paolo IV fece indagare meglio sugli esercizi che si svolgevano all’Oratorio (1559) e si persuase che non c’era nulla di riprensibile in essi. Invece di lamentarsi dell’incomprensione dei superiori, il santo dichiarò: “Io sono figlio dell’obbedienza”.
Dopo le tre ore di discorsi familiari, di preghiere e di musica deliziosa trascorse nell’Oratorio, di solito Filippo conduceva a fare una passeggiata tutti quelli che accettavano di accompagnarlo. Il santo appariva allora di un umore vivace, scherzoso, persino un po’ eccentrico. La gente seria aggrottò le sopracciglia a certe sue facezie e atteggiamenti strani, ma egli continuò a comportarsi così per diminuire la stima del popolo nei suoi riguardi. Personalmente era convinto che uno spirito gaio e allegro raggiunge la perfezione molto più facilmente di uno spirito triste, egoista e orgoglioso.
Nel 1563 Filippo cadde gravemente malato sotto il peso delle mistiche emozioni e delle fatiche, ma non gli venne meno la certezza di guarire anche se gli sottoministrarono quattro volte l’estrema unzione. Per tutta la vita egli rise dei medici dicendo che la sua “malattia” era cosa che non si poteva né diagnosticare, né curare. L’Oratorio non era ancora fondato.
Lo avrebbe stabilito con l’aiuto determinante di S. Carlo Borromeo, nipote di Pio IV, che non condivideva le sue stramberie. Quando la comunità dei fiorentini residenti a Roma insistette perché accettasse la sovraintendenza della loro chiesa, San Giovanni dei Fiorentini, Filippo s’impegnò a mandarvi i cappellani necessari, scelti tra i suoi discepoli divenuti sacerdoti, a condizione però che ogni giorno avessero continuato a seguire gli esercizi dell’Oratorio a San Girolamo per cui aveva tracciato alcune semplici regole.
Il severo S. Pio V pensava di sopprimere l’opera di Filippo perché mal sopportava che dei laici discorressero pubblicamente su argomenti sacri con pericolo di divisioni dottrinali, S. Carlo Borromeo cercò di tranquillizzare il papa e non essendovi riuscito del tutto suggerì a Filippo di trasferire la propria attività a Milano.
Alla morte del pontefice (+1572) il fondatore dell’Oratorio respirò. Convinto di dovere restare a Roma, non si decise a ricompensare la bontà dimostratagli dall’arcivescovo di Milano con il cedergli un esiguo numero di discepoli. S. Carlo fondò allora gli Oblati di Sant’Ambrogio e quando ne preparò le regole e le sottopose all’esame dell’amico, questi, che non si era mai considerato il fondatore dell’Oratorio, lo condusse a S. Felice da Cantalice, nel monastero di San Bonaventura sul Palatino, e lo esortò a stare alle osservazioni del laico cappuccino analfabeta.
Il riconoscimento ufficiale dell’Oratorio ebbe luogo soltanto nel 1575 da parte di Gregorio XIII. I membri, senza voti, sarebbero vissuti insieme stretti dal vincolo della carità e dell’ubbidienza, virtù questa alla quale il santo teneva in modo speciale. Per lui tutta la santità di un uomo consisteva nel dominio sulla propria volontà. Dai suoi penitenti esigeva perciò che fossero pronti a fare anche delle ridicole figure se lui lo ordinava, come portare a passeggio in braccio il suo cane o recarsi a dare da mangiare alla sua gatta a San Girolamo. Per essere del tutto indipendente nella direzione della sua opera, Filippo sentì la necessità di avere una sede propria. Il papa gli offrì la piccola e cadente chiesa di Santa Maria in Vallicella ed egli la fece ricostruire più grande. Essa divenne un centro spirituale anche per la servitù del papa che formò la maggioranza dei frequentatori degli esercizi dell’Oratorio.
Per lungo tempo Filippo continuò a vivere a San Girolamo della Carità separato dai propri sottoposti, perché gli ripugnava di apparire il superiore dell’Istituto, e anche quando acconsentì a risiedere con loro (1583), si ritirò nell’angolo più remoto della casa e consumò generalmente nella propria camera i pasti frugali, dai quali erano banditi la carne, il pesce, il formaggio il latte. Là egli continuò a pregare, ad andare in estasi, a ricevere prelati e cardinali desiderosi dei suoi consigli e quanti sentivano il bisogno di mettere in ordine la propria coscienza. Sovente dava a vedere di conoscere i peccati dei penitenti prima che glieli manifestassero. La fama della sua santità si andava estendendo. Era perciò inutile che, per essere disprezzato, ricevesse persone di riguardo indossando abiti fantasiosi o messi alla rovescia, calzando scarponi bianchi; o che si facesse tenere in pubblico sul capo un grande cuscino azzurro; o che passeggiasse con aria tronfia avvolto in un mantello di martora; o che portasse in mano un grosso mazzo di saggina fermandosi ogni tanto come per gustarne il profumo delizioso; o che si facesse tagliare la barba da una parte sola e così conciato uscisse in strada a ballare; o che nei giorni di festa si mostrasse in chiesa con una giacca infilata sopra la cotta e la berretta sulle ventitré, in compagnia di un frate laico, cui aveva ordinato di dargli continuamente degli spintoni.
Fino a che gli fu possibile, Filippo riservò le sue tenerezze ai poveri vergognosi, andò a visitare i prigionieri due volte la settimana e anche più spesso i malati, molti dei quali guarì prodigiosamente. Pure degli ebrei si occupò e ne convertì un gran numero non discutendo, ma pregando per loro. Perciò, di quanti santi trascorsero a Roma in quel secolo la loro esistenza – Gaetano da Tiene, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Francesco Borgia, Roberto Bellarmmo, Luigi Gonzaga, Pio V, Felice da Cantalice, Camillo de’ Leilis, Carlo Borromeo, Giovanni Leonardi, Giuseppe Calasanzio – nessuno ebbe un influsso sulla vita dei romani paragonabile a quella di Filippo. Continuò a confessare finché non gli fu proibito, accontentandosi di spingere gli uomini a santificarsi restando nel mondo. Una volta sola uscì dal suo campo, e fu quando s’impuntò perché l’ex-ugonotto Enrico IV, re di Francia, fosse riconciliato con la Chiesa. Gregorio XIV e Clemente VIII gli offersero più volte il cappello cardinalizio. Egli lo ricusò gettando per aria la sua berretta ed esclamando: “Paradiso, Paradiso!”.
Negli ultimi tre anni di vita il santo visse nascosto e in preghiera quasi continua. Da una grave malattia fu liberato dalla SS. Vergine nel 1592, che gli apparve e lo rapì per aria alla presenza dei medici. Morì il 26-5-1595 dopo aver bruciato i suoi scritti, ricevuto la santa unzione dal cardinale Cesare Baronio e il viatico dal cardinale Federico Borromeo. Gregorio XV lo canonizzò il 12-3-1622. Le sue reliquie sono venerate a Roma nella chiesa di Santa Maria in Vallicella, dove fu sepolto.

Tratto da: paginecattoliche.it                                                                    San Filippo Neri

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