19 Marzo – San Giuseppe, Sposo della Beata Vergine Maria


Da Cathopedia, l’enciclopedia cattolica

Nel Martirologio Romano, 19 marzo, n. 1:  « Solennità di san Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia. » 

San Giuseppe (I secolo a.C.Nazareth, I secolo) è ricordato come lo sposo di Maria e il padre putativo di Gesù. Il nome Giuseppe è la versione italiana dell’ebraico Yosef, attraverso il latino Ioseph. Giuseppe, Maria e Gesù bambino sono anche collettivamente chiamati Sacra famiglia.

LA VITA 

Padre putativo di Gesù

I Vangeli e la dottrina cristiana affermano Maria concepì Gesù “per opera dello Spirito Santo[1], senza aver avuto rapporti sessuali con alcuno. Giuseppe, messo al corrente di quanto era accaduto da un Angelo, in sogno, accettò di prenderla con sé e di riconoscere legalmente Gesù come proprio figlio. Perciò la tradizione lo chiama padre putativo di Gesù (dal latino puto, “credo”), cioè colui “che era creduto” suo padre (sulla scorta di Lc 3,23).

Professione

In Matteo 13,55 la professione di Giuseppe viene nominata quando si dice che Gesù era figlio di un “téktón“. Il termine greco téktón è stato interpretato in vari modi. Si tratta un titolo generico che veniva usato per operatori impegnati in attività economiche legate all’edilizia, dunque in senso stretto non doveva appartenere a una famiglia povera, non si limitava ai semplici lavori di un falegname ma esercitava piuttosto un mestiere con del materiale pesante che manteneva la durezza anche durante la lavorazione, per esempio legno o pietra. Accanto alla traduzione – accettata dalla maggior parte dagli studiosi – di téktón come carpentiere, alcuni hanno voluto accostare quella di scalpellino.

Gesù a propria volta praticò il mestiere del padre. Il primo evangelista ad usare questo titolo è stato Marco che definisce Gesù un téktón in occasione di una visita a Nazaret, osservando che i concittadini ironicamente si chiedono: “Non è costui il téktón, il figlio di Maria?” (Mc 6,3). Matteo, che probabilmente si trovava a disagio con questo sarcasmo e con questo titolo, riprendeva il racconto di Marco, ma con una curiosa variante: “Non è egli (Gesù) il figlio del téktón?” (Mt 13,55). Come è evidente, qui è Giuseppe ad essere iscritto a questa professione.

Nei tempi antichi, i Padri latini della Chiesa hanno però tradotto il termine greco di téktón con falegname, dimenticando forse che nella Palestina di allora il legno non serviva soltanto per approntare aratri e mobili vari ma veniva usato come vero e necessario materiale per costruire case e qualsiasi edificio. Infatti, oltre ai serramenti in legno, i tetti a terrazza delle case palestinesi erano allestiti con travi connesse tra loro con rami, argilla, fango e terra pressata.

Origini e sposalizio con Maria

Le notizie dei Vangeli su san Giuseppe sono molto scarne. Parlano di lui Matteo e Luca: essi ci dicono che Giuseppe era un discendente del re Davide ed abitava nella piccola città di Nazaret[2]. Le versioni dei due evangelisti divergono in merito a chi fosse il padre di Giuseppe:

  • Lc 3,23: Gesù quando incominciò il suo ministero aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli [..]
  • Mt 1,16: Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo.

Secondo la tradizione degli apocrifi, in particolar modo il Protovangelo di Giacomo (II secolo) Giuseppe, discendente dalla famiglia di David e originario di Betlemme, prima del matrimonio con Maria si sposò con una donna che gli diede sei figli, quattro maschi (Giuda, Giuseppe, Giacomo e Simeone) e due femmine (Lisia e Lidia). Rimase però ben presto vedovo e con i figli a carico. Gli apocrifi cercavano in tal modo di giustificare la presenza di fratelli di Gesù nei Vangeli. La Chiesa cattolica rifiuta questa interpretazione, e sostiene che si trattasse di cugini o altri parenti stretti (in greco antico vi sono due termini distinti: adelfòi, fratelli, e sìnghnetoi, cugini, ma in ebraico una sola parola è usata per indicare sia fratelli sia cugini) oppure collaboratori.

Seguendo ancora la tradizione apocrifa, Giuseppe, già in età avanzata, si unì ad altri celibi della Palestina, tutti discendenti di Davide, richiamati da alcuni banditori provenienti da Gerusalemme. Il sacerdote Zaccaria aveva infatti ordinato che venissero convocati tutti i figli di stirpe reale per sposare la giovane Maria, futura madre di Gesù, allora dodicenne, che era vissuta per nove anni nel tempio. Per indicazione divina, questi celibi avrebbero condotto all’altare il loro bastone, Dio stesso ne avrebbe poi fatto fiorire uno, scegliendo così il prescelto.

Zaccaria, entrato nel tempio, chiese responso nella preghiera, poi restituì i bastoni ai legittimi proprietari: l’ultimo era quello di Giuseppe, era in fiore e da esso uscì una colomba che si pose sul suo capo [3]. Giuseppe si schermì facendo presente la differenza d’età, ma il sacerdote lo ammonì a non disubbidire alla volontà di Dio. Allora questi, pieno di timore, prese Maria in custodia nella propria casa.

Il dubbio dinanzi alla gravidanza di Maria 

La vicenda di Maria e Giuseppe ha inizio nei Vangeli con l’episodio dell’Annunciazione: Nel sesto mese l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe, la vergine si chiamava Maria (Lc 1,26-27).

Giuseppe è presentato come il discendente di Davide, sposo della Vergine divenuta protagonista del Mistero dell’Incarnazione. Per opera dello Spirito Santo, Maria concepì un Figlio “che sarà chiamato Figlio dell’Altissimo“. L’angelo a conferma dell’evento straordinario, le disse poi che anche la cugina Elisabetta benché sterile, aspettava un figlio. Maria si recò subito dalla parente e al suo ritorno, essendo già al terzo mese, erano visibili i segni della gravidanza.

In queste circostanze “Giuseppe suo sposo che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di allontanarla in segreto” (Mt 1,19). L’uomo non sapeva come comportarsi di fronte alla miracolosa maternità della moglie: certamente cercava una risposta all’inquietante interrogativo, ma soprattutto cercava una via di uscita da una situazione difficile.

Ecco però che gli apparve in sogno un angelo che gli disse: “Giuseppe figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo e prese con sé la sua sposa, accettandone il mistero della maternità e le successive responsabilità.

Giuseppe, custode di Maria e del neonato Gesù

Circa tre mesi dopo insieme a Maria, Giuseppe si spostò dalla città di Nazaret, in Galilea, a Betlemme, in Giudea, a causa di un censimento (vedi Censimento di Quirinio) della popolazione di tutto l’impero, per il quale anche lui doveva registrarsi nella sua città d’origine, insieme alla sposa; mentre i due si trovavano a Betlemme, venne il momento del parto e la ragazza diede alla luce il figlio “che fasciato fu posto in una mangiatoria, perché non vi era posto per loro nell’albergo” (Lc 2,7).

A questo punto Giuseppe fu testimone dell’adorazione del piccolo da parte di pastori avvisati da un angelo, e più tardi anche di quella dei magi, venuti dal lontano Oriente, secondo l’indicazione ottenuta dagli astri e da una stella in particolare. I magi “entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre e, prostratisi, lo adorarono” (Mt 2,11: Giuseppe non è citato né visto ma certamente era presente all’avvenimento.

Dopo otto giorni dalla nascita, secondo la legge di Mosè, avvenne la circoncisione del bambino, cui Giuseppe impose il nome Gesù. Quaranta giorni dopo lui e Maria portarono il neonato a Gerusalemme e lì assistettero alla profetica esaltazione del vecchio Simeone che predisse un futuro glorioso per il bambino, segno di contraddizione e gloria del suo popolo Israele. Dopo la presentazione al tempio, l’evangelista Luca ci narra che fecero ritorno in Galilea, alla loro città Nazaret.

La Sacra Famiglia rimase a Betlemme per un periodo non ben determinato, sembra da un minimo di 40 giorni (Lc 2,22; 2,39) a un massimo di due anni (Mt 2,16), dopo di che secondo Matteo, avvertiti in sogno da un angelo, Giuseppe con la sposa e il figlio fuggì in Egitto a causa della persecuzione del re Erode che, avendo udito il racconto dei magi, voleva liberarsi di quel “nascituro re dei Giudei“, massacrando tutti i bambini di Betlemme dai due anni in giù. Dopo un periodo di esilio non ben determinato, ricevuto in sogno l’ordine di partire, poiché Erode era morto (4 a.C.), tornò con la famiglia a Nazaret, non sostando però a Betlemme a causa della monarchia di Archelao, non meno pericolosa di quella del padre. Luca non menziona il soggiorno in Egitto, ma concorda sul ritorno a Nazaret, dove Gesù visse fino all’inizio della sua vita pubblica.

La vita “nascosta” di Nazaret

I Vangeli riassumono in poche parole il lungo periodo della fanciullezza di Gesù, durante il quale questi, attraverso una vita apparentemente normale, si preparava alla sua missione. Un solo momento è sottratto a questa “normalità” ed è descritto dal solo Luca.

Gesù, a dodici anni, partì come pellegrino insieme coi genitori verso Gerusalemme per festeggiarvi la festa di Pasqua. Trascorsi però i giorni della festa, mentre riprendeva la via del ritorno, Gesù rimase a Gerusalemme, senza che Maria e Giuseppe se ne accorgessero. Passato un giorno se ne resero conto e iniziarono a cercarlo, trovandolo dopo tre giorni di ricerche nel tempio, seduto a discutere con i dottori. Maria gli domandò: “Figlio, perché hai fatto così? Ecco tuo padre e io, angosciati ti cercavamo“. La risposta di Gesù “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” lasciò i genitori senza parole.

La morte

Tornato a Nazaret, Gesù cresceva giovane e forte, sottomesso ai genitori. Quando iniziò la sua vita pubblica, molto probabilmente Giuseppe era già morto. Infatti non è mai più menzionato dai Vangeli dopo il passo di Luca sopra citato (talvolta Gesù è chiamato “figlio di Giuseppe”, ma questo non implica che fosse ancora vivente), e quando Gesù è in croce, affida Maria al suo discepolo Giovanni, il quale “da quel momento la prese nella sua casa”, il che non sarebbe stato necessario se Giuseppe fosse stato in vita.

Secondo l’apocrifo Storia di Giuseppe il falegname che descrive dettagliatamente il trapasso del santo, Giuseppe aveva ben centoundici anni quando morì, godendo sempre di un’ottima salute e lavorando fino al suo ultimo giorno. Avvertito da un angelo della prossima morte si recò a Gerusalemme e al suo ritorno venne colpito dalla malattia che l’avrebbe consumato. Stremato nel suo letto, sconvolto dai tormenti, è travagliato nella mente e solo la consolazione di Gesù riesce a calmarlo. Circondato dalla sposa e dai figli del primo matrimonio, viene liberato dalla visione della morte e dell’Oltretomba, scacciate subito da Gesù stesso. L’anima del santo viene quindi raccolta dagli arcangeli e condotta in paradiso. Il suo corpo viene poi sepolto con tutti gli onori alla presenza dell’intera Nazaret.

Ancora oggi non sappiamo dove si trovi la tomba del santo, nelle cronache dei pellegrini che visitarono la Palestina si trovano alcune indicazioni circa il sepolcro di San Giuseppe. Due riguardano Nazaret e altre due Gerusalemme, nella valle del Cedron. Non esistono, tuttavia, argomenti consistenti a riguardo. Alcuni santi presumevano che egli fosse stato assunto in cielo in anima e corpo al tempo della resurrezione di Cristo.

GIUSEPPE NELLA TRADIZIONE CRISTIANA
 
Nei Vangeli apocrifi

Dal secolo II, vennero composti vangeli apocrifi secondo le intenzioni delle sette gnostiche, in cui si nota però un desiderio di approfondire misticamente le visioni del padre di Gesù e le parole dell’angelo durante i sogni, e anche di considerare l’esistenza di Giuseppe in rapporto ad alcuni brani profetici e spirituali del­l’Antico Testamento. Nessuno degli antichi scritti è stato accettato come divinamente ispirato, dalla Chiesa. In primo luogo per la tardività di tali scritti (II secolo e oltre) e in secondo luogo per le vistose contraddizioni presenti in essi, e rispetto ai vangeli canonici. La notorietà di tali scritti ha portato comunque al fatto che essi hanno dato materia per artisti e scrittori, e per questo motivo non è mancato un influsso sui pittori cristiani e anche sulla pietà dei monaci antichi.

Questo fatto non può essere dimenticato, anche se i teologi sottolineano giustamente che in questi scritti apocrifi si tratti di ricerche maniacali per met­tere il prodigioso nella vita di Giuseppe e della sua famiglia e che dal punto di vista teologico si incon­trano fatti ed episodi che rasentano il volgare, l’invero­simiglianza di alcune narrazioni bibliche. Eppure, ciò non toglie che gli scritti apocrifi siano tuttora una lettura importante per comprendere il comune sentire del cristianesimo primitivo, perché questi racconti ne alimentavano l’immaginario e la pietà e perfino le aspettative.

Cominciando col Protovangelo di Giacomo (o «Primo Vangelo» o Storia di Giacomo sulla nascita di Maria), questi è un testo composto nella seconda metà del secolo II, probabilmente in Egitto, con l’impegno di difendere la verginità di Maria. Già nelle prime pagine vi è una narrazione del suo fidanzamento con Giuseppe, all’età di dodici anni. Maria viene soltanto “affidata alla custodia di Giu­seppe[4], non per vivere in futuro con relazioni matrimoniali. Però i figli di Giuseppe vengono considerati come “fra­telli di Gesù“. Non si parla dell’età di Giuseppe. È un uomo vecchio, però ancora in grado di lavorare. Così egli lascia Maria a casa e si allontana “per costruire costruzioni“, cioè per lavorare per costruire edifici [5]. La frase dice: egli fu muratore.

Segue il racconto molto romanzato dell’Annun­ciazione. Giuseppe soffre, ha numerosi sospetti, in cui si riporta la celebrazione del rito dell’oblazione di gelosia di Nm 5,11-31. Dopo sei mesi di lavori di costruzione, Giuseppe torna a casa. Vedendo Maria, è spaventato dal misterioso fatto di vederla incinta. Ma l’angelo gli appare, gli spiega il mistero, obbligandolo a “guardare a Maria“. Così parte con lei per Betlemme, dove nasce il bambino. Una donna saggia, di nome Salomè viene a visitare Maria e con­stata la sua verginità anche dopo il parto. Segue la narrazione dell’adorazione dei magi, con alcuni altri eventi, ma non si nomina Giuseppe, più volte chiamato “servo obbediente degli ordini del­l’Altissimo” e “fedele custode di Maria“.

Per l’infanzia di Gesù esi­stono nei vari apocrifi anche altre narrazioni inven­tate, ma ben accolte dalla devozione popolare nei secoli seguenti. Per esempio, nel cosiddetto Vangelo dell’infanzia di Tommaso, si hanno numerose menzioni del “padre del Sal­vatore che con molta fatica e pazienza si è dedicato all’educazione del bambino Gesù“. Questo Vangelo dell’infanzia, che nella sua forma attuale risale al secolo IV, è diventato celebre per la narrazione dei miracoli compiuti da Gesù fra i cinque e i dieci anni.

Comincia con il racconto che Giuseppe inviò Gesù a scuola per imparare l’alfabeto greco. Quando ha otto anni, il bambino comincia a lavorare con Giuseppe, per diventare, come lui, un agricoltore e carpentiere [6]. Quando nel Vangelo dell’infanzia ven­gono riportati i miracoli di Gesù, ripresi probabilmente quelli compiuti in Egitto, si conclude con la meravi­gliosa guarigione di uno dei figli di Giuseppe mortal­mente ferito da un serpente velenoso [7]. In tutto Giuseppe appare come uomo onesto e apprez­zato per la sua vicinanza, un padre presentato in modo agiografico, usando il termine di san Giuseppe.

Per concludere, san Girolamo smentirà l’idea di un Giuseppe vecchio e già con figli, egli pensa che il santo non era sposato prima di scegliere Maria e che era ancora giovane. Seguendo la sua espo­sizione, viene detto: Giuseppe “contrasse matri­monio con Maria: questa era sui 14 o 15 anni, lui sui 18 o 20 anni. Queste le età solite per il matrimonio presso gli ebrei… Giuseppe e Maria vivono assieme, sotto il medesimo tetto. I giorni passano, e per Maria si avvicina il tempo del parto“.

Negli scritti patristici

Scopo prin­cipale dei primi teologi cristiani è stato liberare la figura del Santo dalle varie devozioni ed eresie scaturite dagli Apocrifi ed arrivare così, attraverso lo studio dei vangeli, a un accurato esame della genealogia di Gesù, del matrimonio di Giu­seppe e Maria e della costituzione della Sacra Fami­glia. Questi tre momenti essenziali ritornano in tutte le loro ricerche; talvolta si aggiungono anche riflessioni cri­stologiche, per poter interpretare certe ipotesi che riguardano la legge del matrimonio, la giustizia di Giuseppe, il valore dei suoi sogni ma non si arriva mai a poter presentare un suo profilo biografico.

Il primo autore che ricorda Giuseppe è Giustino. Nel III secolo Origene in un’omelia ha voluto mettere in luce che “Giuseppe era giusto e la sua ver­gine era senza macchia. La sua intenzione di lasciarla si spiega per il fatto di aver riconosciuto in lei la forza di un miracolo e di un mistero grandioso. Per avvi­cinarsi ad esso, egli si ritenne indegno

Nel secolo IV sono stati san Cirillo di Gerusalemme, San Cromazio di Aquileia e Sant’ Ambrogio a fare qualche riflessione sulla verginità di Maria, sul matrimonio di Giuseppe con lei, sulla vera paternità del suo sposo. Per esempio, san Cirillo fa un para­gone per spiegare la paternità di Giuseppe e lo riallaccia alla figura di Sant’Elisabetta.

L’interpretazione di Cromazio

Di san Cromazio sono rimaste 18 pre­diche che riprendono i primi capitoli del Vangelo di Matteo. Egli afferma: “Non a torto Matteo ha ritenuto di dover assicurare che Cristo Signore nostro è figlio sia di Davide che di Abramo, dal momento che sia Giuseppe sia Maria traggono origine dalla schiatta di Davide, e cioè essi hanno un’origine regale“.

Nella terza predica Cromazio si dedica a un approfondimento teologico del racconto di Mt 1,24-25:

  « Continua a narrare l’evangelista: Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli avesse rapporti carnali con lei; partorì un figlio, che egli chiamò Gesù. Dunque, Giuseppe viene illuminato sul sacramento del mistero celeste mediante un angelo: Giuseppe obbedisce di buon grado alle rac­comandazioni dell’angelo; pieno di gioia dà esecuzione ai divini comandi; prende perciò con sé la Vergine Maria; può menare vanto delle promesse che annun­ciano tempi nuovi e lieti, perché, per una missione unica, qual è quella che gli affida la maestà divina, viene scelta ad essere madre una vergine, la sua sposa, come egli aveva meritato di sentirsi dire dall’angelo. Ma c’è un’espressione dell’evangelista: Ed egli non la conobbe fintanto ché lei non generò il figlio, che attende una chiarificazione, dal momento che gente senza cri­terio (gli eretici e lettori di libri apocrifi) fanno que­stioni a non finire; e poi dicono che, dopo la nascita del Signore, la Vergine Maria avrebbe conosciuto car­nalmente Giuseppe. Ma la risposta all’obiezione mossa da coloro, viene sia dalla fede che dalla ragione della stessa verità: l’e­spressione dell’evangelista non può essere intesa al modo in cui l’intendono quegli stolti! Dio ci guardi dall’affer­mare una cosa simile, dopo che abbiamo conosciuto il sacramento di un sì grande mistero, dopo la condi­scendenza (il concepimento) del Signore che si è degnato di nascere dalla Vergine Maria. »
   

Credere che lei possa aver poi avuto dei rapporti carnali con Giuseppe, Cro­mazio lo esclude e, per vincere categoricamente tale opi­nione esistente ai suoi tempi, porta l’esempio della sorella di Mosè, che volle conservare la verginità. Nomina anche Noè che

  « sì impose una perenne asti­nenza dal debito coniugale. Se vogliamo un altro esempio, Mosè, dopo aver percepito la voce di Dio nel roveto ardente, anche lui si astenne da qualsiasi rap­porto coniugale per il tempo che seguì. E sarebbe per­messo credere che Giuseppe, che la Scrittura definisce uomo giusto, abbia mai potuto avere relazioni carnali con Maria, dopo che ella aveva partorito il Signore? La spiegazione del testo evangelico: ed egli non la conobbe fintanto che lei non generò il figlio, è la seguente: spesso la Scrittura divina suole assegnare un termine a quelle cose che per sé non hanno termine e deter­minare un tempo per quelle cose che per sé non sono chiuse entro un determinato tempo. Ma anche per questo caso ci viene in soccorso la Scrittura; tra i molti esempi possibili ne scegliamo alcuni pochi. »
   

L’ultima ripresa della figura di Giuseppe è legata al racconto sul ritorno dalla fuga in Egitto.

Secondo Ambrogio ed Agostino

Simili interpretazioni si possono dimostrare anche in sant’Ambrogio che, leggendo i racconti degli evan­gelisti, sottolinea quanto egli fosse sincero e privo di menzogna e nel vivo desiderio di presentare Giuseppe come uomo giusto, Ambrogio avverte che l’evangelista, quando spiega “l’immacolato concepimento di Cristo” vide in Giuseppe un giusto che non avrebbe potuto contami­nare “Sancti Spintus templum, cioè la Madre del Signore fè econdata nel grembo dal mistero” dello Spirito Santo“.

Nel commento classico del Vangelo, fatto poco dopo il Natale del 417 da sant’Agostino nel suo Sermone sulla Genealogia di Cristo, vengono riprese preziose notizie e opinioni anteriori. Giuseppe è descritto come uomo sinceramente giusto, tanto giusto che, quando credeva Maria un’adultera, non volle tenersela né osò punirla espo­nendola al pubblico discredito. Decise di ripudiarla in segreto poiché non solo non volle punirla, ma nemmeno denunciarla. “Molti perdonano le mogli adultere spinti dall’amore carnale, volendo tenerle, benché adultere, allo scopo di goderle per soddisfare la propria passione carnale. Questo marito giusto invece non vuole tenerla; il suo alletto dunque non ha nulla di carnale; eppure non la vuole nemmeno punire; il suo perdono, dunque, è solo ispi­rato dalla misericordia“.

Agostino mette in luce il significato della sua paternità spiegando come la Scrittura voglia dimostrare che Gesù non nacque per discendenza car­nale da Giuseppe poiché egli era angosciato, perché non sapeva come mai la sposa fosse gravida. Per attestare la non paternità di Giuseppe, Agostino cita l’episodio dello smarrimento di Gesù al tempio quando egli dice: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? “Rispose così, poiché il Figlio di Dio era nel tempio di Dio. Quel tempio infatti non era di Giu­seppe, ma di Dio. Poiché Maria aveva detto: Tuo padre e io, ango­sciati, ti cercavamo, egli rispose: Non sapevate che io debbo occuparmi delle cose del Padre mio? In realtà egli non voleva far credere d’essere loro figlio senza essere nello stesso tempo Figlio di Dio. Difatti, in quanto Figlio di Dio, egli è sempre tale ed è creatore dei suoi stessi genitori; in quanto invece figlio dell’uomo a partire da un dato tempo, nato dalla Vergine senza il consenso d’uomo, aveva un padre e una madre“.

Agostino sente però la necessità di dire che Gesù non disconosce Giuseppe come suo padre ed infatti sottolinea come il giovane Nazareno fosse durante l’adolescenza sottomesso ai suoi genitori, quindi sia a Maria che a Giuseppe. Per Agostino è molto importante spiegare la pater­nità di Giuseppe, poiché le generazioni sono contate secondo la sua linea genealogica e non secondo quella di Maria: “Enumeriamo perciò le generazioni lungo la linea di Giuseppe, poiché allo stesso modo che è casto marito, così è pure casto padre“.

Lo Pseudo-Crisostomo e lo pseudo-Origene

Nel secolo VI, ricordiamo a riguardo le omelie dello Pseudo-Crisostomo e dello Pseudo-Origene. Nel­l’Omelia dello Pseudo-Crisostomo Giuseppe viene messo in luce come uomo giusto in parole ed in opere, giusto nel­l’adempimento della legge e per aver ricevuto la gra­zia. Per questo intendeva lasciare segretamente Maria, egli non dubitava delle sue parole ma una grande angoscia riempì il suo cuore e quando gli apparve l’angelo a Giuseppe si domandò perché non si era fatto vedere prima della con­cezione di Maria perché accettasse il mistero senza difficoltà.

Anche nell’Omelia dello Pseudo-Origene si mani­festa l’intenzione di riflettere su un messaggio ante­riore dell’angelo. Egli domanda: “Giuseppe, perché hai dubbi? Perché hai pensieri imprudenti? Perché mediti senza ragionare? È Dio che viene generato ed è la ver­gine che lo genera. In questa generazione sei tu colui che aiuta e non colui dal quale essa dipende. Sei il servo e non il signore, il domestico e non il creatore“.

Negli ultimi secoli del primo millennio si conti­nuano a studiare i diversi aspetti dell’esistenza e della missione di Giuseppe, cercando di esporre l’etimologia del suo nome, la sua discendenza davidica, e soprat­tutto le solite realtà biblico-teologiche.

Giuseppe nel Medioevo. La nascita d’un primo culto giuseppino

Nel primo Medioevo, insieme ad una più ampia devozione mariana, cominciava lentamente a fiorire anche una devozione a San Giuseppe. Gli scritti dei monaci benedettini costituiscono un valido contributo per arrivare a un inizio del culto giuseppino, rimasto però legato ai loro ambiti reli­giosi, dove si cominciò a inserire il nome di Giuseppe nei loro calendari liturgici o nel loro martirologio.

Testi importanti sulla posizione di Giuseppe nel­l’opera della salvezza, si incontrano nei due grandi mistici benedettini: Ruperto di Deutz (+1130) e san Bernardo di Chiaravalle (+1153). Entrambi hanno tentato di chiamare i fedeli a una vera devozione a Giuseppe: San Bernardo di Chiaravalle ha cer­cato di descrivere con devoto impegno la sua umile e nascosta figura. Nei suoi Sermoni “In laudibus Virginis Mariae“, composte per le feste della Madonna si trovano brani sul santo in cui è espresso che “la fama della Ver­gine Maria non sarebbe integra senza la presenza di Giuseppe“. Sul santo, avverte Bernardo, non esiste “nessun dubbio che sia stato sempre un uomo buono e fedele. La sua sposa era la Madre del Salva­tore. Servo fedele, ripeto, e saggio, scelto dal Signo­re per confortare la Madre sua e provvedere al sosten­tamento di suo figlio, il solo coadiutore fedelissimo, sulla terra, del grande disegno di Dio“.

L’influsso di Bernardo si manifesta anche nella letteratura e poe­sia medioevale, è interessante pensare qui a Dante Alighieri che degnamente invoca il nome di san Giuseppe al ver­tice della Divina Commedia.

Tra i teologi san Bonaventura è stato il primo a ripensare al santo come protettore di Maria e Gesù Bambino nella povera grotta. Un altro francescano, il teologo Duns Scoto, sce­glie alcune questioni intitolate “De matrimonio inter B.V. Mariam et sanctus Joseph“. Propone una nuova spiega­zione del loro sposalizio, ricorrendo alla distinzione tra il diritto sui corpi e il loro uso nel matrimonio che, secondo il teologo, è stato perfetto, sotto tutti gli aspetti, ed è da considerare una “questione divina regolata dallo Spirito Santo“.

Secondo San Tommaso d’Aquino la presenza di Giuseppe era necessaria nel piano dell’Incarnazione poiché senza di lui la gente avrebbe potuto dire che Gesù era un figlio illegittimo, frutto di una relazione illecita. Cristo aveva bisogno del nome, delle cure e della protezione di un padre umano, se Maria non fosse stata sposata, i Giudei l’avrebbero consi­derata un’adultera e l’avrebbero lapidata. Il teologo medioevale continua dicendo che il matrimonio di Maria e di Giuseppe fu un vero matrimonio: “essi erano uniti l’uno all’altro dall’amore reciproco, un amore spirituale. Si scambiarono quei diritti coniugali che sono inerenti al matrimonio, anche se, per il loro voto di verginità, non ne fecero uso“.

SAN GIUSEPPE NELLA TEOLOGIA

La lode di san Giuseppe è nel Vangelo.

Matteo stima talmente san Giuseppe da farne l’introduttore al suo Vangelo, che inizia appunto con la genealogia, la quale ha lo scopo di agganciare Gesù a Davide e ad Abramo proprio attraverso Giuseppe; lo presenta, inoltre, come sposo di Maria, la persona certamente più in vista nella Chiesa apostolica; lo qualifica, infine, come uomo giusto, che comporta l’approvazione della sua condotta. Per questo san Bernardo dice candidamente che la lode di san Giuseppe è nel Vangelo. Nessun santo, eccetto Maria, occupa nel Vangelo un posto così distinto.

Eppure incontriamo ancora oggi chi ripete che il Vangelo ci riferisce poco o nulla di san Giuseppe e che, in ogni caso, la sua figura è marginale; di qui lo scarso interesse negli studi teologici, dove egli è del tutto ignorato.

C’è da aggiungere che, fin dai primi secoli, una letteratura che la Chiesa considera apocrifa, perché romanzesca, ha strumentalizzato la figura di san Giuseppe, attribuendogli figli avuti da un precedente matrimonio e un’età veneranda al momento del matrimonio con Maria. Evidentemente lo scopo degli apocrifi era quello di attribuire a lui “i fratelli di Gesù”, nominati nei Vangeli, e garantire la verginità di Maria, sposata da un “vecchio” Giuseppe in seconde nozze. Contro questa letteratura sempre emergente bisogna tagliare corto, come faceva già san Girolamo affermando che queste cose non sono “scritte” nei Vangeli e che si tratta solo di “deliri”. Le tante opere letterarie ed artistiche che rappresentano san Giuseppe vecchio e quasi marginalmente sono il frutto di questa mentalità. Ecco allora la necessità di conoscere “bene” san Giuseppe, seguendo il Vangelo e quanto il magistero ci insegna su di lui attraverso la dottrina e il culto.

La Cristologia non può ignorare san Giuseppe

Chi va a Betlemme, nella basilica della Natività, che risale all’imperatore Costantino, vede sulle pareti due genealogie di Gesù, denominate albero di Iesse e lì rappresentate nel 1169. Se la genealogia di Gesù ci viene tramandata da due evangelisti, Matteo e Luca, è chiaro che doveva essere ritenuta importante nell’annuncio del Vangelo. Nonostante le loro divergenze, che rivelano scopi differenti, in entrambe le genealogie occupano un posto rilevante il re Davide e Giuseppe. Nella chiesa apostolica interessava, infatti, che Gesù fosse riconosciuto come figlio di Davide, titolo con il quale le folle già si rivolgevano a Gesù, nella convinzione che egli fosse il Messia, termine che in greco si traduce con Cristo. D’altra parte, con la Pentecoste Gesù si era rivelato Figlio di Dio e ai cristiani era ormai noto che Gesù era stato concepito per opera dello Spirito Santo. Come conciliare, allora, l’origine divina di Gesù, “Figlio di Dio”, con quella umana, “figlio di Davide”? Ci troviamo qui nel mistero dell’Incarnazione, che evidentemente aveva superato i confini delle attese umane. Comprendiamo così perché l’evangelista Matteo, dopo aver collegato tutti gli antenati di Gesù con il verbo “generò”, arrivato a Giuseppe non lo usa più, ma si limita a scrivere: “Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo” (1,16).

Un matrimonio vero e necessario

La Chiesa crede che Maria ha concepito Gesù in modo miracoloso per opera dello Spirito Santo e la onora come “Madre di Dio”. Se gli evangelisti, dunque, presentano Maria anche come “sposa di Giuseppe” non dovevano certamente mancare i motivi. Tra questi, ossia perché Gesù abbia dovuto nascere da una donna “sposata”, san Tommaso d’Aquino ne indica alcuni non trascurabili: ad esempio, perché gli infedeli non avessero motivo di rifiutarlo, se apparentemente illegittimo; perché Maria fosse liberata dall’infamia e dalla lapidazione; perché la testimonianza di Giuseppe garantisse la nascita di Gesù da una vergine… Matteo, tuttavia, è più interessato al motivo cristologico, che si fonda sulla discendenza di Gesù da Davide. La sua garanzia dipende appunto dal fatto che Giuseppe, “figlio di Davide”, era riconosciuto da tutti come “sposo di Maria”. I figli della moglie, infatti, non sono giuridicamente figli del marito? La legge matrimoniale sta lì proprio per questo, a difesa dell’onore della donna e della prole. Ecco perché Giovanni Paolo II scrive: “Ed anche per la Chiesa, se è importante professare il concepimento verginale di Gesù, non è meno importante difendere il matrimonio di Maria con Giuseppe, perché giuridicamente è da esso che dipende la paternità di Giuseppe” (RC, n.7).

L’autenticità della paternità di san Giuseppe

Accanto alla testimonianza circa l’origine divina di Gesù, incontriamo nei Vangeli anche quella che Gesù era ritenuto il figlio di Giuseppe. Limitiamoci a Filippo, che dice a Natanaele: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti: Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret” (Gv 1,45). Bisogna anzi apertamente dire che il matrimonio di Giuseppe con Maria aveva talmente affermato la paternità di Giuseppe da nascondere la sua filiazione divina, ossia il Padre celeste. È stato scritto che Giuseppe è l’ombra del Padre, ma in realtà, secondo il piano di Dio, è invece, Giuseppe che ha messo in ombra il Padre.

L’Esortazione di Giovanni Paolo II afferma apertamente che nella santa Famiglia “Giuseppe è il padre: non è la sua una paternità derivante dalla generazione; eppure, essa non è ‘apparente’, o soltanto ‘sostitutiva’, ma possiede in pieno l’autenticità della paternità umana, della missione paterna nella famiglia” (RC, n.21). Ciò comporta che “con la potestà paterna su Gesù, Dio ha anche partecipato a Giuseppe l’amore corrispondente, quell’amore che ha la sua sorgente nel Padre”.

Il matrimonio di Giuseppe con Maria e la conseguente legittimazione della sua paternità all’interno della famiglia sono orientate verso l’incarnazione, ossia verso Gesù che ha voluto inserirsi nel mondo in modo “ordinato”. Origene definisce Giuseppe appunto come “l’ordinatore della nascita del Signore”. Il suo matrimonio onora la maternità di Maria e garantisce a Gesù l’inserimento nella genealogia di Davide, come abbiamo visto. Ma la teologia che fa da chiave a tutta l’Esortazione apostolica va ben oltre, come richiede l’unità “organica e indissolubile” tra l’incarnazione e la redenzione (n.6). Di qui l’affermazione che “san Giuseppe è stato chiamato da Dio a servire direttamente la persona e la missione di Gesù mediante l’esercizio della sua paternità: proprio in tale modo egli coopera nella pienezza dei tempi al grande mistero della redenzione ed è veramente ‘ministro della salvezza’” (n.8). La definizione “Ministro della salvezza” descrive perfettamente la grandezza di san Giuseppe, che ha avuto il singolare privilegio di servire direttamente Gesù e la sua missione, ossia la sua opera salvifica. Tutti gli Angeli e i Santi servono Gesù, ma san Giuseppe, insieme con Maria, lo ha servito “direttamente” come padre. Ciò vuol dire che molte delle opere salvifiche di Gesù, definite come “misteri della vita di Cristo”, hanno avuto bisogno della “cooperazione” di san Giuseppe. Il riferimento riguarda tutti quei “misteri della vita nascosta di Gesù”, nei quali era indispensabile l’intervento paterno. Toccava al padre, infatti, iscrivere il bambino all’anagrafe, provvedere al rito della circoncisione, imporgli il nome, presentare il primogenito a Dio e pagare il relativo riscatto, proteggere il Bambino e la madre nei pericoli della fuga in Egitto. È ancora il padre Giuseppe che ha introdotto Gesù nella terra di Israele e lo ha domiciliato a Nazaret, qualificando Gesù come “Nazareno”; è Giuseppe che ha provveduto a mantenerlo, a educarlo e a farlo crescere, procurandogli cibo e vestito; da Giuseppe Gesù ha imparato il mestiere, che lo ha qualificato come “il figlio del falegname”. Non ci vuole molto sforzo a comprendere quante cose deve fare un padre dal punto umano, civile e religioso. Ebbene, tutto questo lo ha fatto anche Giuseppe. Altro che “il vecchietto, dove lo metto?”, come lo descrivono molti libri e immagini.

Il ‘rispetto’ dell’uomo giusto

Nel Vangelo di Matteo leggiamo che a Giuseppe viene attribuito il titolo di “giusto“. Esso qualifica Giuseppe, che aveva deciso di separarsi da Maria quando aveva conosciuto che aveva concepito per opera dello Spirito Santo. Tale decisione non era dettata da un sospetto, come spesso si legge, ma esprimeva, invece, il “rispetto” verso l’azione e la Presenza di Dio, tale da spiegare la fiducia che gli venne conseguentemente accordata, per mezzo dell’angelo, di tenere con sé la sua sposa e di fare da padre a Gesù.

La giustizia di san Giuseppe suppone in lui un’adeguata preparazione dello Spirito Santo. Allo stesso modo che Maria non si è trovata per caso a fare da madre a Gesù, ma era stata “progettata” allo scopo, come si ricava dal dogma dell’Immacolata Concezione, così si può logicamente ritenere che “Dio nel suo amore ha predestinato Maria per san Giuseppe, san Giuseppe per Maria, tutti e due per Gesù.

Se Dio ha pensato con tanto amore a Maria come madre del Redentore, ciò non fu mai indipendentemente dal suo matrimonio verginale con Giuseppe; egli non ha mai pensato a Giuseppe se non per Maria e per il suo divin Figlio, che doveva nascere verginalmente in quel matrimonio” (C. Sauvé). Siamo in perfetto accordo con quanto Leone XIII scrive nella sua Enciclica “Quamquam pluries”: “È certo che la Madre di Dio poggia così in lato, che nulla vi può essere di più sublime; ma poiché tra la beatissima Vergine e Giuseppe fu stretto un nodo coniugale, non c’è dubbio che a quell’altissima dignità, per cui la Madre di Dio sovrasta di gran lunga tutte le creature, egli si avvicinò quanto mai nessun altro.

Poiché il matrimonio è la massima società e amicizia, a cui di sua natura va unita la comunione dei beni, ne deriva che, se Dio ha dato come sposo Giuseppe alla Vergine, glielo ha dato non solo a compagno della vita, testimone della verginità e tutore dell’onestà, ma anche perché partecipasse, per mezzo del patto coniugale, all’eccelsa grandezza di lei”.

Gli ultimi sviluppi: l’enciclica Redemptoris Custos

Il 15 agosto 1989, nel centenario dell’Enciclica di Leone XIII, intitolata Quamquam Pluries, Giovanni Paolo II ha scritto un’Esortazione apostolica sulla figura e la missione di san Giuseppe nella vita di Cristo e della Chiesa; essa inizia con le parole Redemptoris Custos (Il Custode del Redentore), che definiscono il rapporto esistente tra Giuseppe e Gesù.

Questo importante documento pontificio deve essere considerato come la “magna charta” della teologia di san Giuseppe, proposta ufficialmente a tutta la Chiesa, a cominciare dai Vescovi fino a tutti i fedeli. L’Esortazione Il Custode del Redentore è strettamente collegata con l’Enciclica Redemptoris Mater (La Madre del Redentore), preceduta dall’Enciclica Redemptor Hominis (Il Redentore dell’Uomo) e seguita da un’altra Enciclica, intitolata Redemptoris Missio (La missione del Redentore), che si riferisce alla Chiesa. Appare così chiaro che il Magistero della Chiesa considera san Giuseppe inserito direttamente nel mistero della Redenzione, in stretta relazione con Gesù, verso il quale adempie la funzione di padre, con Maria, la Madre di Gesù, della quale egli è sposo, e con la Chiesa stessa, affidata alla sua protezione. Si tratta di un ruolo eccezionale, che fa da supporto alla devozione della quale san Giuseppe ampiamente gode nel cuore dei credenti e che la teologia non deve trascurare.

CULTO

Festività

La Chiesa cattolica ricorda san Giuseppe il 19 marzo con una solennità di precetto a lui intitolata.

Una festa analoga è quella dello sposalizio di Maria Santissima con San Giuseppe, la cui celebrazione iniziò in Francia nel 1517; fu poi fatta propria dai Francescani nel 1537, e promossa in particolar modo da San Gaspare Bertoni. Viene celebrata solitamente il 23 gennaio, benché trasferibile in altra data.

Altra festa ancora è quella del Patrocinio di San Giuseppe, che Pio IX estese a tutta la Chiesa nel 1847. La festa, già celebrata a Roma dal 1478, veniva celebrata la terza domenica dopo Pasqua; fu trasferita poi al terzo mercoledì dopo Pasqua, e infine sostituita nel 1956 con la festa di San Giuseppe Artigiano, assegnata al 1 maggio.

In alcuni luoghi era celebrata, il 17 febbraio, la Fuga in Egitto, conservata ancora oggi da Copti al 1 giugno.

Tavole di San Giuseppe

In Sicilia e nel Salento sono diffuse usanze denominate “Tavole di San Giuseppe“: la sera del 18 marzo le famiglie che intendono assolvere un voto o esprimere una particolare devozione al santo allestiscono in casa un tavolo su cui troneggia un’immagine del santo e sul quale vengono poste paste, verdure, pesci freschi, uova, dolci, frutta, vino. Sono poi invitati a mensa mendicanti, familiari e amici, tre bambini poveri rappresentanti la Santa Famiglia. Si riceve il cibo con devozione e spesso recitando preghiere, mentre tredici bambine con in testa una coroncina di fiori, dette “tredici verginelle“, cantano e recitano poesie in onore di S. Giuseppe.

Talvolta è un intero quartiere a provvedere e allestire le tavole all’aperto. Alimento tradizionale di questa festa è la frittura, nota con il nome di “frittelle” a Firenze e a Roma, “zeppole” a Napoli e in Puglia, “sfincie” a Palermo. In alcune parti la festa è associata all’accensione di falò. In Canton Ticino sono tradizionali i “tortelli di San Giuseppe”.

Pratiche devozionali

San Giuseppe è un santo molto onorato dalla Chiesa cattolica e per questo ricevette parecchi riconoscimenti liturgici: nel 1726 il suo nome fu inserito nelle Litanie dei Santi e nel 1815 nella preghiera A cunctis; nel 1833 fu approvata la recita di un piccolo ufficio di San Giuseppe al mercoledì e undici anni dopo il nome del Santo fu annoverato fra le invocazioni nelle preghiere da recitare dopo la Messa. Nel 1889 venne prescritta la preghiera A te o beato Giuseppe, da recitare il mese d’ottobre dopo il Rosario, mentre nel 1919 fu inserita nel Messale una Prefazio propria di San Giuseppe.

La più antica pratica devozionale in onore del santo risale al 1536 ed è chiamata “pratica dei Sette dolori e allegrezze di San Giuseppe“; secondo una leggenda, riportata da Fra Giovanni da Fano (1469-1539) fu il santo stesso, salvando due naufraghi da una tempesta, a promuovere e creare questa pia pratica.

Nel 1597 furono pubblicate a Roma le prime Litanie di San Giuseppe, nel 1659 approvato il Cingolo o Cordone di San Giuseppe, nel 1850 la Coroncina di San Giuseppe, lo Scapolare di San Giuseppe nel 1893, per ordine della Santa Sede. Altre pratiche sono quelle del Sacro Manto, dei nove mercoledì, la Novena perpetua, la Corona Perpetua, la Corte Perpetua. I papi Pio IX e Pio XI inoltre consacrarono il mese di Marzo a San Giuseppe.

Chiese e patronati

A Betlemme c’è una piccola chiesa, chiamata Casa di San Giuseppe. Secondo recenti studi questa non è la vera casa dove Gesù fu adorato dai Re Magi, perché la chiesa, ricostruita dai francescani, non può vantare una tradizione anteriore al secolo IV

In quanto alla casa di San Giuseppe a Nazaret fino al secolo VI rimase nelle mani dei giudeo-cristiani. Vi avevano eretto due chiesine, una dov’era la casa di Maria, e l’altra, dov’era la casa di Giuseppe. Lo attesta il pellegrino francese, Arculfo, che era sacerdote: “Nella chiesina della ex-casa di Giuseppe si trovava anche un pozzo lucidissimo dove i fedeli andavano ad attingere acqua per benedizione, tirandola con secchi dal pavimento della chiesa stessa”. Nel VII secolo la pressione musulmana fece spa­rire questo santuario. L’altra chiesa, quella di Maria, non fu distrutta, ma esposta a pericoli. Solo nel XII secolo i Crociati ricostruirono solennemente questa chiesa dedicata all’Annunciazione e vi collocarono i ricordi alla sacra famiglia, a Maria, a Giuseppe e alla sua tomba. Edificarono anche su rovine un’altra chiesa, che nella tradizione locale fu considerata come la casa di Giuseppe.

In Italia la chiesa più antica dedicata al santo si trova a Bologna, costruita dai Benedettini nel 1129. A Roma la chiesa più antica è quella di San Giuseppe dei falegnami al Foro Romano, costruita nel 1540. Chiese e santuari dedicati al santo si ritrovano poi in tutto il mondo. Tra i santuari il più imponente è però quello di Montreal, in Canada, fondato nel 1904 dal beato Andrè. In Italia vi sono infine quattro basiliche minori: a Roma (San Giuseppe in trionfale), a Brescia, a Bisceglie (Bari), a Seregno (Milano).

L’8 dicembre 1870 Pio IX lo proclamò patrono della Chiesa universale, dichiarando esplicitamente la sua superiorità su tutti i santi, seconda solo a quella della Madonna.

Papa Leone XIII scrisse la prima enciclica interamente riguardante il santo: la Quamquam pluries, del 15 agosto 1889.

Il 26 ottobre 1921, Benedetto XV estese la festa della Sacra Famiglia a tutta la Chiesa.

Innumerevoli sono le categorie che lo considerano loro speciale patrono: viene invocato per l’infanzia, gli orfani, i vergini, la gioventù, le vocazioni sacerdotali, le famiglie cristiane, i profughi, gli esiliati. È speciale patrono degli operai in genere e segnatamente dei falegnami e degli artigiani. Si ricorre a lui inoltre per le malattie agli occhi, per gli ammalati gravi ed in particolare per i moribondi.

Nel secolo scorso un monumentale santuario è stato innalzato ai piedi del Vesuvio a San Giuseppe Vesuviano (Napoli), paese che ne porta il nome.

Reliquie

Non ci sono reliquie di ossa di san Giuseppe, ne vengono indicate alcune, la cui provenienza non è, tuttavia, documentabile. Perugia dal 1477 si vanta di possedere l’anello nuziale di san Giuseppe; esso proviene da Chiusi, dove era stato portato da Gerusalemme nel secolo XI.

In Francia, a Joinville-sur-Marne è conservata la cintura di san Giuseppe, là portata da un crociato, nel 1254. Ad Aquisgrana, in Germania, nel tesoro di Carlo Magno figurano delle bende, ricavate dai calzettoni di san Giuseppe per fasciare Gesù. Nel Sacro Eremo di Camaldoli (Arezzo) si conserva il bastone di san Giuseppe. Esso proviene da Nicea, offerto dal Card. Bessarione, nel 1439. Un po’ ovunque si possono incontrare frammenti del mantello o vesti di san Giuseppe.

NELL’ARTE

Fino al primo Medioevo, le rappresentazioni di Giuseppe nell’arte figurativa sono estremamente rare e sporadiche, per lo più in connessione con i patriarchi e gli antenati di Cristo. La più antica raffigurazione di Giuseppe come santo a sé stante, con l’attributo della verga fiorita, proviene da Taddeo Gaddi (13321338, affresco in Santa Croce a Firenze).

A partire dalla fine del XV secolo o dagli inizi del XVI secolo, il culto di Giuseppe inizia a fiorire, promosso soprattutto da Teresa d’Avila e dall’ordine dei gesuiti, e il santo troverà accesso nell’arte figurativa. A partire dal secolo XV egli è dipinto per lo più come uomo anziano, barbuto, in abiti borghesi o da lavoratore, successivamente anche con vestiti di foggia antica. Accanto alla verga fiorita appaiono, come attributi di Giuseppe, il bastone del viandante, gli strumenti del falegname e il giglio, simbolo di purezza.

In Italia s’impone la tipologia della Sacra Famiglia che nel barocco è vista anche come Trinità Terrestre. Il tipo devozionale di Giuseppe, sempre più diffuso a partire dal secolo XVI ha origine in Spagna. Il culto di San Giuseppe ha un suo vertice nella cappella di San Josè in Toledo, dove si trovava inizialmente anche il quadro di San Giuseppe dipinto da El Greco.

Da Cathopedia, l’enciclopedia cattolica

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