1 Anno di blog

Il blog compie 1 anno.
E il risultato è assolutamente superiore ad ogni mia più rosea e ottimistica aspettativa.
Grazie a tutti gli iscritti al blog,  ai visitatori fissi e a chi è passato solo per una volta, sperando che abbiate trovato contenuti utili e di stimolo.

9 thoughts on “1 Anno di blog

  1. Pianerottolo, 10 ottobre 2011 @ 21:40
    “Argh ! …”. Che fegato, purtroppo non è “una” e neppure “unica”…

  2. Dunque Lycopodium, a dirti il vero, io ho letto solo quel brano e non tutto il libro. Certo è che in un libro o in un brano ognuno ci vede magari ciò che vuole vederci o ciò che meglio crede.
    Personalmente nel brano ci vedo il paradigma di coloro che accecati dal proprio intelletto e dall’eccesso di razionalità, che è la base ed il fondamento della presunzione e della superbia, percorrono la strada maestra che conduce all’inferno. Quello che avviene quando c’è il “grande divorzio” tra la Fede e la ragione e si è incapaci di prestar fede a qualunque cosa che non sia la propria stessa ragione. Il brano mi da l’idea della perfetta esposizione romanzata del “Cogito ergo sum” di cartesiana memoria, visto nella sua prospettiva peggiore. E se è questo che aveva in mente Lewis, devo dire che ci è riuscito perfettamente, forse nemmeno una foto o una rappresentazione pittorica sarebbero state così esplicative.
    Detto questo, emerge in modo così evidente dal dialogo quante volte lo “spirito buono” metta innanzi al fantasma dannato del prelato intellettuale gli evidenti paradossi frutto dell’agire e della mente del prelato, ed il prelato non accettando – anzi addirittura né “vedendo”- la realtà, reagisca con la creazione da parte sua di altri evidenti paradossi e con la creazione di nuovi sistemi filosofici capaci di legittimare il proprio e negare l’altro. Estremamente paradossale il fatto che il prelato rimproveri allo spirito di aver creduto in modo letterale all’ Inferno ed al Paradiso mentre lui ha creduto solo nella sua esistenza in modo spirituale, tranne poi incalzato, affermare di essere stato nella “città grigia” cioè l’Inferno. E si passa all’ulteriore paradosso: accettarne l’esistenza ma nel contempo negare che possa essere chiamato Inferno o che lo stesso sia tale affermando che si tratta di “opinioni”. E il fatto che siano “opinioni” per il prelato debbono per forza essere oneste (e qui via a rafforzare ancor più il “Cogito ergo sum”). E il piano si sposta di nuovo dalla realtà alle opinioni, dal reale all’astratto, dall’essere in quanto appartenente all’universale, all’essere in senso individuale. Quando però lo spirito buono pone l’aut-aut: “Ti sto dicendo di pentirti e di credere”, “Puoi credere in me?” -”Vuoi venire con me sulle montagne”, che implicherebbe un atto di “Fede” da parte del prelato intellettuale, si evidenzia la sua totale incapacità di avere Fede in qualsiasi altra cosa o persona che non sia la “sua” sola stessa ragione. E allora di peggio in peggio in superbia, come quando afferma di avere dei “talenti da dover mettere a frutto” e in sterili ma pericolose elucubrazioni, che lo condurranno innanzi alla domanda dello spirito buono: “Perlomeno credi che Egli esista?”, ad affermare: “Esiste? Cosa vuol dire esistenza?”. E di nuovo l’incapacità di un atto che sia di sola Fede, pur avallata in questo caso dalla ragione. Incredibile la chiusura del brano: il dannato che è felice di star all’Inferno perché là “si fa una buona teologia, di larghe vedute, dove c’è tanta vita intellettuale”, che se ne va via cantando: “Città di Dio, vasta e lontana”.
    L’ultimo infernale paradosso per chi ormai cieco spiritualmente e intellettualmente è incapace di concepire anche la dimensione in cui vive, avendo la pretesa assurda in questa sua cecità conclamata di poter concepire (nei due sensi di concepire…) Dio stesso.

  3. Dimenticavo l’ultima osservazione. E’ anche il paradigma di colore che, poverini, accecati dalla loro presunzione invece di cercare umilmente Dio, ingannandosi cercano solo se stessi e la loro affermazione, e probabilmente non troveranno nè l’Uno nè loro stessi. Non “ri-trovarsi” equivale a “perdersi”…

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