17 Settembre – Impressione delle Stimmate di San Francesco d’Assisi – Le Stigmate di San Francesco

“Sul monte della Verna, in Toscana, la commemorazione dell’Impressione delle sacre Stimmate, che, per meravigliosa grazia di Dio, furono impresse nelle mani, nei piedi e nel costato di san Francesco, Fondatore dell’Ordine dei Minori”

CAPITOLO II
IL MIRACOLO DELLE STIMMATE E LA MANIERA IN CUI IL SERAFINO GLI APPARVE

2. L’uomo nuovo Francesco si rese famoso per un nuovo e stupendo miracolo, quando apparve insignito di un singolare privilegio, mai concesso nei secoli precedenti, quando cioè fu decorato delle sacre stimmate e reso somigliante in questo corpo mortale al corpo del Crocifisso. Qualunque cosa si possa umanamente dire di lui sarà sempre inferiore alla lode di cui è degno. Non c’è da chiedersi la ragione di tanto evento, perché fu cosa miracolosa, né da ricercare altro esempio, perché unico. Tutto lo zelo dell’uomo di Dio, sia verso gli altri che nel segreto della sua vita interiore, era centrato attorno alla croce del Signore e, fin dal primo istante in cui cominciò a militare sotto il Crocifisso, diversi misteri della Croce risplendettero attorno a lui.

Quando infatti, all’inizio della sua conversione, aveva deciso di abbandonare ogni vanità di questa vita, Cristo dalla croce gli parlò mentre era intento a pregare; e dalla bocca della stessa immagine scendono a lui queste parole: «Va, Francesco, e ripara la mia casa che, come vedi, va tutta in rovina». Da allora gli fu impresso nel cuore, a tratti profondi, il ricordo della passione del Signore, e, attuata in pieno la sua conversione interiore, la sua anima cominciò a struggersi per le parole del Diletto.

Proprio perché si era racchiuso nella stessa croce, indossò anche un abito di penitenza fatto a forma di croce. Quell’abito, se, in quanto lo rendeva più emulo della povertà, era molto conveniente al suo proposito, tuttavia in esso il Santo testimoniò soprattutto il mistero della croce, in quanto che, come la sua mente si era rivestita del Signore crocifisso, così tutto il suo corpo si rivestiva esteriormente della croce di Cristo, e, nel segno col quale Dio aveva debellato le potestà ribelli, in quello stesso poteva militare al servizio di Dio il suo esercito.

3. Vide infatti frate Silvestro, uno dei suoi primi frati, e uomo d’ogni virtù, uscire dalla sua bocca una croce dorata, che abbracciava mirabilmente con l’estensione delle sue braccia tutto l’universo. È stato scritto e provato da sicura fonte, come quel frate Monaldo, famoso per i suoi costumi e le opere di pietà, vide con gli occhi del corpo il beato Francesco crocifisso, mentre il beato Antonio predicava della croce. Era usanza imposta con pio mandato ai primi figli, che ovunque scorgessero un’immagine della croce, manifestassero con un segno la dovuta riverenza.

Familiare gli era la lettera Tau, fra le altre lettere, con la quale soltanto firmava i biglietti e decorava le pareti delle celle. Infatti anche l’uomo di Dio, Pacifico, contemplatore di celesti visioni, scorse con gli occhi della carne sulla fronte del beato padre, una grande lettera Tau, che risplendeva di aureo fulgore. Per convincimento razionale e per fede cattolica appare giusto che chi era così preso da ammirabile amore della croce, sia divenuto anche mirabile per causa della croce. Nulla pertanto è,più veramente consono a lui, quanto ciò che si predica delle stimmate della croce.

4. Or ecco come avvenne l’apparizione. Due anni prima di rendere lo spirito al Cielo nell’eremo detto la Verna, in Toscana, ove nel ritiro della devota contemplazione, ormai volgeva tutto se stesso verso la gloria celeste, vide in visione sopra di sé un Serafino che aveva sei ali con le mani e i piedi inchiodati alla croce. Due ali erano poste sul suo capo, due erano distese come per il volo, due infine coprivano interamente il corpo. A questa visione si meravigliò profondamente, ma non comprendendo che cosa essa significasse per lui, fu pervaso nel cuore da gioia mista a dolore. Si rallegrava per le manifestazioni di grazia con le quali il Serafino lo guardava, ma nel medesimo tempo lo affliggeva l’affissione alla croce. Cercò subito di comprendere che cosa potesse significare tale visione e il suo spirito si tendeva ansioso alla ricerca di una spiegazione. Ma, mentre, cercando fuori di sé, l’intelletto gli venne meno, subito nella sua stessa persona gli si manifestò il senso.

D’un tratto cominciarono infatti ad apparire nelle sue mani e nei piedi le ferite dei chiodi, nella stessa maniera nella quale poco prima le aveva viste sopra di sé nell’uomo crocifisso. Le sue mani e i suoi piedi apparivano trafitti nel centro dai chiodi, con le teste dei chiodi sporgenti nel palmo delle mani e sul dorso dei piedi, mentre le loro punte uscivano dall’altra parte. Le teste dei chiodi nelle mani e nei piedi erano rotonde e nere, le loro punte erano lunghe e ribattute in modo che sorgendo dalla stessa carne sporgevano dalla carne. Anche il fianco destro, come trafitto da una lancia, era segnato da una rossa cicatrice, che emettendo spesso sangue, inzuppava di quel sacro sangue la tunica e la veste.

Infatti l’uomo di Dio Rufino, che era di purezza angelica, mentre una volta con filiale affetto curava il corpo del santo padre, sfuggendogli la mano toccò sensibilmente quella ferita. Per questo il servo di Dio soffrì non poco e, allontanando da sé la mano, pregò gemendo che il Signore gli perdonasse.

5. Due anni dopo egli passò serenamente dalla valle del pianto alla patria beata. Quando la mirabile notizia giunse alle orecchie degli uomini, ci fu gran concorso di popolo, che lodava e glorificava il nome di Dio. Accorsero tutti cittadini di Assisi e della regione, desiderosi di vedere il nuovo miracolo, che Dio aveva operato in questo mondo. La straordinarietà del miracolo mutava il pianto in giubilo e rapiva gli occhi del corpo in stupore ed estasi. Contemplavano dunque il beato corpo divenuto prezioso per le stimmate di Cristo, nelle mani e nei piedi vedevano non già i fori dei chiodi, ma gli stessi chiodi formati per divina virtù dalla sua stessa carne, anzi innati nella sua stessa carne, tanto che premuti da qualsiasi parte, subito reagivano come nervi tutti d’un pezzo dalla parte opposta. Contemplavano anche il fianco rosso di sangue.

 Abbiamo proprio visto queste cose che narriamo, con le mani con cui scriviamo le abbiamo toccate, e ciò che testimoniamo con le labbra l’abbiamo visto con commossi occhi, confermando per ogni tempo ciò che una volta sola abbiamo giurato toccando i sacri oggetti. Molti frati con noi, mentre viveva il Santo, videro la stessa cosa; alla sua morte poi oltre cinquanta frati, con innumerevoli laici, l’hanno venerato. Non vi sia alcuna incertezza, nessun dubbio sorga sul dono di questa eterna bontà! E voglia Dio che per tale serafico amore molte membra aderiscano al capo, Cristo, e che in tal guerra si trovino degne di tale armatura, e che nel Regno siano elevate a simile ordine! Chi mai, sano d’intelletto, non direbbe che ciò appartiene alla gloria di Cristo? Ma basti, comunque, la pena già inflitta agli increduli a ripagare gli indevoti e renda dall’altra gli stessi devoti più certi.

Tratto da “Vita di San Francesco e Trattato dei miracoli” di Fra Tommaso da Celano, liberamente scaricabile insieme alle Fonti Francescane e a tutti gli altri scritti francescani da qui

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