Virtù Serafiche: L’Umiltà

L’UMILTÀ

“Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29).
Una virtù basilare nella spiritualità francescana è l’umiltà.
Tommaso da Celano ci informa che Chiara, pietra primaria e nobile fondamento del suo Ordine, fin dal principio si studiò d’impostare l’edificio di tutte le virtù sul fondamento della santa umiltà. Promise infatti obbedienza al beato Francesco, e mai si scostò in al­cun modo da questa promessa. Così tre anni dopo la sua conversione, rifiutando il nome e la carica di Abbadessa, avrebbe voluto umilmente sottostare, piuttosto che essere a capo, e tra le ancelle di Cristo più volentieri servire che essere servita” .
Accettato per obbedienza il governo delle Sorelle Povere, da questo ufficio trasse incitamento per servire con più umiltà e per essere più pronta al dovere, desiderosa non di impartire ordini ma di dare l’esempio.
Come radicare nel cuore questo atteggiamento? Dalla Sacra Scrittura ci viene una risposta converger­te: si diventa umili ponendosi davanti a Dio.
“L’umiltà nasce dal senso di Dio e questo lo può avere solo chi si mette in rapporto personale con Lui. Bisogna aprire gli occhi sulla Sua gloria. Allora accadono tre cose:
Anzitutto si sperimenta il proprio nulla. Non si tratta però di negare il bene che c’è in noi: l’umiltà è verità, non ipocrisia. Si tratta invece di riferirlo al suo vero Autore: “Ogni dono viene dall’alto, discen­de dal Padre della luce” (Gc 1,17). “E se l’hai rice­vuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevu­to?”, aggiunge S. Paolo (1 Cor 4,7). Si scopre che Dio è la fonte unica del bene e l’uomo è una mano vuota tesa verso di Lui per essere colmata. Da noi non abbiamo nulla, ma tutto ciò che siamo e abbia­mo, tutto riceviamo da Dio. Perciò, l’orgoglio è una forma pratica di ateismo.
In secondo luogo, davanti al Santo ci si scopre peccatori. È così che reagisce Isaia al canto dei Serafini, che proclamano Dio tre volte Santo: “Guai a me, perché un uomo dalle labbra impure io sono, e i miei occhi hanno visto il Dio vivente”. Allo stesso modo reagisce Pietro dinanzi alla potenza di Gesù che si rivela nella pesca miracolosa: “Allontanati da me, che sono un peccatore”. La gloria di Dio non ri­vela solo il Suo volto, ma anche l’impurità dello sguardo umano che Lo contempla.
Nasce allora un atteggiamento di fiducia totale in Dio, e in Dio solo, che diventa apertura alla gra­zia. A questo punto, Dio mobilita per l’umile la Sua potenza, non per l’orgoglioso, perché questi attribui­rebbe a sé le “meraviglie” che Dio opera in lui, ru­bando così la gloria del Signore”.
Francesco e Chiara si pongono continuamente dinanzi allo specchio di umiltà che è Cristo Gesù Signore. Spessissimo fanno memoria dell’umiltà di Cristo nell’Incarnazione e nella Passione, come pure nell’Eucarestia e ne parlano nei loro scritti.
“Ecco, ogni giorno Egli si umilia come quando dalla sede regale discese nel grembo della Vergine, ogni giorno Egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni giorno discende dal seno del Padre sull’altare nelle mani del sacerdote”.
Sull’edificio di questa santissima umiltà Fran­cesco fondò l’Ordine dei Frati Minori secondo quan­to il Signore gli rivelò, mostrandogli, per lui e per quanti intendono imitarlo, la via della semplicità e del­l’umiltà.
L’umile magnifica Dio che opera nel suo cuore. L’incarnazione più luminosa di questo atteggia­mento è la Vergine Maria. Ella si sente la “povera serva”.
Seguendo le orme della Madre “poverella”, an­che Chiara ama definirsi “ancella” delle Sorelle Povere. Maria, nella sua grande umiltà, si fa vuoto che attende di essere colmato. E Dio, che predilige gli umili, la ricolma della Sua grazia e la rende così grande che “tutte le generazioni la chiameranno beata”.
Il Magnificat è il poema dell’umiltà.
Maria appartiene ai “poveri di Jhawè”, di cui parla la Sacra Scrittura. Si tratta di quei piccoli che non hanno nessuno su cui contare e perciò si affida­no completamente a Dio, in Lui solo sperano, certi della Sua fedeltà. E Dio li colma dei suoi doni. Nell’inno cristologico ai Filippesi troviamo la de­scrizione dell’umiltà del Verbo Incarnato, umiltà consistita nel “farsi piccolo”: “Cristo pur essendo di na­tura divina… spogliò Se stesso assumendo la condizione di servo… si umiliò facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”. A questa discesa del Cristo, fa seguito l’esaltazione del Padre che “gli dà il Nome più alto di ogni altro nome”. È l’umiltà dell’essere.
San Francesco nelle Lodi di Dio Altissimo, co­gliendo questa umiltà abissale del Figlio di Dio, dice a Cristo Gesù Signore: “Tu sei umiltà”.
Per Francesco l’umiltà non è solo una virtù e nemmeno una connotazione di Cristo Gesù. Per Francesco l’umiltà è Cristo!
Quotidianamente il Serafico Padre meditava gli, esempi di umiltà del Figlio di Dio e questa meditazione cordiale lo faceva crescere nella conoscenza di Dio e di sé.
Anche S. Chiara, scrivendo ad Agnese di Praga, sottolinea ripetutamente l’umiltà di “un tale e così gran­de Signore, che scendendo nel seno della Vergine, volle appa­rire nel mondo come uomo spregevole, bisognoso e povero”. La esorta a fissare lo sguardo sul più bello dei figli degli uomini divenuto per la nostra salvezza “il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo ripetutamen­te flagellato e morente perfino tra i più struggenti dolori sulla croce”. E la invita a specchiarsi ogni giorno in questo mirabile specchio che è la vita di Cristo ove rifulgono “la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità “,” af­finché mirando gli esempi di umiltà del Salvatore e Signore nostro Gesù Cristo sia mossa ad imitarLo.
Finché l’uomo si confronta solo con se stesso e con gli altri comprende poco o nulla della sua situa­zione. Se invece si pone davanti a Dio e alla Sua Parola, allora scopre il suo vero volto interiore.
L’umiltà è un atteggiamento interiore? Lo è anzi­tutto, ma dal cuore umile devono sgorgare atti con­creti.
L’umiltà di Chiara si traduceva nel servizio ge­neroso alle Sorelle, nel correggerle con moderazione e pazienza, nel voler essere suddita e soggetta sempre ai piedi della Santa Madre Chiesa, nel desiderio e nell’im­pegno di osservare in perpetuo la povertà e l’umiltà del Signore nostro Gesù Cristo e della sua santissima Madre.
Il Serafico Padre S. Francesco manifestava la sua profonda umiltà, nel curare i lebbrosi, nel mangiare addirittura nello stesso piatto con essi, nel voler stare sottomesso a tutti fino alla morte, nell’accusare pubiblicamente le proprie colpe, nel dimettersi da Ministro, lui Fondatore dell’Ordine. Egli considerava l’umiltà come custode e decoro di ogni virtù.
L’umiltà non consiste in parole, ma piuttosto si riconosce nella pazienza con cui si accettano le in­comprensioni, le tribolazioni e tutto quanto è causa di umiliazione.
San Bonaventura ci ammonisce che seguendo un Maestro umilissimo: Gesù e avendo umile la Madre Maria e umili i Fondatori Francesco e Chiara, non ci è lecito levare il capo in superbia.
E noi? Quando gli altri ci fanno un’osservazione’ poco piacevole, rimaniamo in pace? Anzi, siamo ca­paci di ringraziare sinceramente?

 Clarisse Monastero S. Chiara
Biancavilla (CT)

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