Buzzati: L’Umiltà

Un frate di nome Celestino si era fatto eremita ed era andato a vivere nel cuore della metropoli dove massima e’ la solitudine dei cuori e piu’ forte e’ la tentazione di Dio. Perche’ meravigliosa e’ la forza dei deserti d’Oriente fatti di pietre, di sabbia e di sole, dove anche l’uomo piu’ gretto capisce la propria pochezza di fronte alla vastita’ del creato e agli abissi dell’eternita’, ma ancora piu’ potente e’ il deserto delle citta’ fatto di moltitudini, di strepiti, di ruote di asfalto, di luci elettriche, e di orologi che vanno tutti insieme e pronunciano tutti nello stesso istante la medesima condanna.

Orbene, nel luogo piu’ stupendo di questa landa inaridita, viveva padre Celestino, rapito per lo piu’ nell’adorazione dell’Eterno; ma poiche’ si sapeva quanto egli fosse illuminato, veniva da lui, anche dalle piu’ remote contrade, gente afflitta o turbata, a chiedere un consiglio e a confessarsi. A ridosso di un capannone metalmeccanico egli aveva trovato, chissa’ come, i resti di un antico camion la cui minuscola cabina di guida, senza piu’ vetri ahime’, gli serviva da confessionale.

Una sera, che gia’ scendeva il buio, dopo essere stato per ore e ore ad ascoltare enumerazioni, piu’ o meno contrite, di peccati, padre Celestino stava per lasciare la sua garitta quando nella penombra una smilza figura si avvicino’ in atto di penitente.

Solo all’ultimo, dopo che il forestiero si fu inginocchiato sul predellino, l’eremita si accurse che era un prete.

“Che posso fare per te, piccolo prete?” disse l’eremita con la sua pazienza soave.

“Sono venuto a confessarmi” rispose l’uomo; e senza por tempo di mezzo, comincio’ a recitare le sue colpe.

Ora Celestino era abituato a subire le confidenze di persone, specialmente donne, che venivano a confessarsi per una specie di mania, tediandolo con meticolosi racconti di azioni innocentissime. Mai pero’ gli era toccato un cristiano cosi’ sguarnito di male. Le mancanze di cui il pretino si accusava erano semplicemente ridicole, tanto futili, esili e leggere. Tuttavia, per la sua conoscenza degli uomini, l’eremita capi’ che il grosso era ancora da venire e che il pretino vi girava attorno.

“Su figliolo, e’ tardi e, per essere sincero, comincia il freddo. Veniamo al dunque!”.

“Padre, non ne ho il coraggio” balbetto’ il pretino.

“Che cos’hai mai commesso? Nell’insieme mi sembri un bravo ragazzo. Non avrai mica ucciso, immagino. Non ti sarai infangato d’orgoglio.”

“Proprio cosi'” fece l’altro in un fiato quasi impercettibile.

“Assassino?”

“No l’altro.”

“Orgoglioso? Possibile?”

Il prete assenti’, contrito.

“E parla, spiegati, anima benedetta. Benche’ oggi se ne faccia un esagerato consumo, alla misericordia di Dio non e’ stato dato fondo: il quantitativo ancora disponibile in giacenza dovrebbe bastare, per te, io penso.”

L’altro finalmente si decise:

“Ecco, padre. La cosa e’ molto semplice, anche se piuttosto tremenda. Sono prete da pochi giorni. Ho appena assunto il mio officio nella parrocchia assegnatami. Ebbene … “

“E parla, creatura mia, parla! Giuro che non ti mangero.”

Ebbene … quando mi sento chiamare reverendo, cosa vuole? Le sembrero’ ridicolo, ma io provo un sentimento di gioia, come una cosa che mi riscalda dentro …”

Non era un gran peccato, per la verita’; alla maggioranza dei fedeli, preti compresi, l’idea di confessarlo non sarebbe neanche mai passata per la mente. Pero’ l’anacoreta, sebbene espertissimo del fenomeno chiamato uomo, non se l’aspettava. E li’ per li’ non sapeva cosa dire (mai gli era capitato).

“Ehm … ehm … capisco … la cosa non e’ bella … Se non e’ il demonio in persona che ti riscalda dentro, poco ci manca … Ma tutto questo, per fortuna, l’hai capito da te …E la tua vergogna lascia seriamente sperare che non ricadrai … Certo, sarebbe triste se cosi’ giovane tu ti lasciassi infettare … Ego te absolvo.”

Passarono tre o quattr’anni e padre Celestino se ne era quasi completamente dimenticato quando l’innominato prete torno’ da lui per confessarsi.

“Ma io ti ho gia’ visto, o mi confondo?’

“E’ vero.”

“Lasciati guardare … ma si’, ma si’, tu sei quello … quello che godeva a sentirsi chiamare reverendo. O mi sbaglio?’

“Proprio cosi'” fece il prete, che forse sembrava un po’ meno pretino per una specie di maggiore dignita’ segnata in volto, ma nel resto era giovane e smilzo come la prima volta. E divento’ di fiamma.

“Oh oh” diagnostico’ secco Celestino con un rassegnato sorriso “in tutto questo tempo non ci siamo saputi emendare?”

“Peggio, peggio.”

“Mi fai quasi paura, figliolo. Spiegati.”

“Bene” disse il prete facendo un tremendo sforzo su se stesso. “E’ molto peggio di prima … Io … io …”

“Coraggio” lo esorto’ Celestino stringendogli le mani fra le sue “non tenermi in palpiti.”

“Succede cosi’: se c’e’ qualcuno che mi chiama monsignore io … io …”

“Provi soddissfazione, intendi?”

“Si’, purtroppo.”

Una sensazione di benessere, di calore?’

“Precisamente …”

Ma padre celestino lo sbrigo’ in poche parole. La prima volta, il caso gli era sembrato abbastanza interessante, come singolarita’ umana. Ora non piu’. Evidentemente – pensava – si tratta di un povero stupido, un santo uomo magari, che la gente si diverte a prendere in giro. Era il caso di fargli sospirare l’assoluzione? In un paio di minuti padre Celestino lo mando’ con Dio.

Passarono ancora un’altra decina d’anni e l’eremita era oramai vecchio, quando il pretino ritorno’. Invecchiato pure lui naturalmente, piu’ smunto, piu’pallido, con i capelli grigi. Li’ per li’ padre Celestino non lo riconobbe. Ma appena quello ebbe cominciato a parlare, il timbro della voce ridesto’ il sopito ricordo.

“Ah tu sei quello del reverendo e del monsignore.”

“O mi confondo?” chiese Celestino col suo disarmante sorriso.

“Hai una buona memoria, padre.”

“E da allora quanto tempo e’ passato?”

“Sono quasi dieci anni.”

“E dopo dieci anni tu … ti trovi ancora a quel punto?”

“Peggio, peggio.”

“Come sarebbe a dire?”

“Vedi, padre … adesso … se qualcuno si rivolge a me chiamandomi eccellenza, io …”

“Non dire altro, figliolo” fece Celestino con la sua pazienza a prova di bomba. “Ho gia’ capito tutto. Ego te absolvo.” E intanto pensava: purtroppo, con gli anni, questo povero prete sta diventando sempre piu’ ingenuo e semplicione: e la gente si diverte piu’ che mai a prenderlo in giro. E lui ci cade e ci trova perfino gusto, poveraccio. Fra cinque, sei anni scommetto, me lo vedro’ ricomparire dinanzi per confessarmi che quando lo chiamano eminenza eccetera eccetera.

La qual cosa avvenne, esattamente. Con l’anticipo di un anno sul previsto.

E passo’, con la spaventosa celerita’ che tutti sanno, un’altra fetta di tempo. E padre Celestino era ormai cosi’ vecchio decrepito che dovevano portarlo di peso al suo confessionale ogni mattina e di peso riportarlo alla sua tana quando veniva sera.

Occorre adesso raccontare per filo e per segno come l’innominato pretino un giorno ricomparve? E come fosse invecchiato anche lui, piu’ bianco, curvo e rinsecchito che mai? No, evidentemente, non occorre.

“Povero pretino mio” lo saluto’ con amore il vegliardo anacoreta “sei ancora qui col tuo vecchio peccato d’orgoglio?”

“Tu mi leggi nell’animo, padre.”

“E adesso la gente come ti lusinga? Oramai ti chiama sua santita’ immagino.”

“Proprio cosi'” ammise il prete col tono della piu’ cocente mortificazione.

“E ogni volta che cosi’ ti chiamano, un senso di gioia, di benessere, di vita ti pervade, quasi di felicita’?’

“Purtroppo, purtroppo. Potra’ Dio perdonarmi?”

Padre Celestino dentro di se’ sorrise. Tanto ostinato candore gli sembrava commovente. E in un baleno ricostrui’ con l’immaginazione la oscura vita di quel povero pretino umile e poco intelligente in una sperduta parrocchia di montagna, tra volti spenti, ottusi, o maligni. E le sue monotone giornate una uguale all’altra e le monotone stagioni, e i monotoni anni, e lui sempre piu’ malinconico e i parrocchiani sempre piu’ crudeli. Monsignore … eccellenza, eminenza … adesso sua santita’. Non avevano piu’ alcun ritegno nelle loro beffe paesane. Eppure lui non se la prendeva, quelle grandi parole rilucenti gli destavano anzi nel cuore una infantile risonanza di gioia. Beati i poveri di spirito, concluse fra se’ l’eremita. Ego te absolvo.

Finche’ un giorno il vecchissimo padre Celestino, sentendosi prossimo a morire, per la prima volta nella vita domando’ una cosa per se’. Lo portassero a Roma in qualche modo. Prima di chiudere gli occhi per sempre, gli sarebbe piaciuto vedere, almeno per un attimo, San Pietro, e il Vaticano, e il Santo Padre.

Potevano dirgli di no? Procurarono una lettiga, ci misero sopra l’eremita e lo portarono fino al cuore della cristianita’. Non basta. Senza perdere tempo perche’ Celestino aveva oramai le ore contate, lo trassero su per le scalinate del Vaticano e lo introdussero, con mille altri pellegrini, in un salone. Qui lo lasciarono in un angolo ad aspettare.

Aspetta aspetta, finalmente padre Celestino vide la folla fare largo e dal fondo lontanissimo del salone avanzare una sottile bianca figura un poco curva. Il Papa!

Com’era fatto? Che faccia aveva? Con inesprimibile orrore padre Celestino, ch’era sempre stato miope come un rinoceronte, constato’ di aver dimenticato gli occhiali.

Ma per fortuna la bianca figura si avvicino’, facendosi via via piu’ grande, finche’ venne a fermarsi accanto alla sua lettiga, addirittura. L’eremita si netto’ col dorso di una mano gli occhi imperlati di lacrime e li alzo’ lentamente. Vide allora il volto del Papa. E lo riconobbe.

“Oh, sei tu, mio povero prete, mio povero piccolo prete” esclamo’ il vecchio in un irresistibile moto dell’animo.

E nella vetusta maesta’ del Vaticano, per la prima volta nella storia, si assistette alla seguente scena: il Santo Padre e un vecchissimo sconosciuto frate venuto da chissa’ dove, che, tenendosi per le mani, singhiozzavano insieme.

Racconto di Buzzati tratto da “La boutique del mistero”.

Ringrazio molto  l’amico Lycopodium che con un suo post me l’ha fatto conoscere.

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...